Pallone in Soffitta – L’ultima battaglia di Giorgio Ferrini

Un capitano fiero, coraggioso, esemplare. Giorgio Ferrini è una leggenda del Torino, campione che ancora giovanissimo perse la sua ultima partita.

TEMPRA. Nato a Trieste il 18 agosto 1939, Giorgio Ferrini si avvicina inizialmente allo sport giocando a pallacanestro. Solo in seguito scopre il calcio, entrando nella società Ponziana. Viene notato dal Torino: l’inizio di una grande storia d’amore. Ecco gli esordi – siamo alla fine degli anni Cinquanta – per il giovane centrocampista che viene mandato a giocare per una stagione in prestito a Varese, esperienza che nobilita con ben 10 reti. Il ragazzo fa subito capire di che pasta è fatto, sciorinando forza fisica, grinta e personalità. Ritorna in granata. Ancora non lo sa, Giorgio. Ma quella maglia non l’avrebbe mai più tolta, quasi come una seconda pelle. Si accorge di lui anche la Nazionale, debutta nell’ultima amichevole premondiale contro il Belgio e viene selezionato dalla coppia Ferrari-Mazza per la Coppa Rimet 1962 in Cile. Ma proprio nella gara contro i padroni di casa, già incandescente per le note vicende della vigilia, Ferrini diventa suo malgrado uno dei protagonisti negativi. I cileni stuzzicano gli azzurri, cercano di intimidirli fisicamente, provocano. Il sanguigno Ferrini cade nella trappola dopo una manciata di minuti, reagendo scalciando a un fallo di Landa. Il pessimo arbitro inglese Aston sembra non stesse aspettando altro e lo caccia, così come in seguito fa con David. 2-0 per il Cile, Maschio con il setto nasale rotto per un pugno di Leonel Sánchez, triplice fischio: resterà negli annali come “La battaglia di Santiago“. Ferrini ripone la maglia della Nazionale in un cassetto. Passeranno ben cinque anni e mezzo prima di indossarla ancora.

CUORE GRANATA. Nel frattempo il triestino, tra l’altro diventato capitano del Torino, continua a condurre i granata su ogni campo. Ritorna a vestire l’azzurro nel 1967, disputando nel giugno seguente la prima finale dell’Europeo contro la Jugoslavia e saltando la ripetizione decisiva due giorni dopo. Campioni d’Europa! Quella contro gli slavi resta tuttavia la settima e ultima presenza in Nazionale, in quanto paga negli anni scelte tecniche e concorrenza di livello. Forse pure la fama di giocatore “duro” e poco incline ai compromessi. Negli anni Settanta Ferrini, come salta all’occhio nelle fotografie dell’epoca, si irrobustisce ma resta la stessa anima ardente del centrocampo granata. Soddisfazioni? Pochine, come la vittoria di due Coppe Italia (1968 e 1971) e i migliori piazzamenti del club in campionato nel dopo Superga. Finché nel 1975 appende le scarpette al chiodo, accettando l’offerta del nuovo allenatore Gigi Radice – con cui aveva condiviso l’esperienza azzurra della Rimet ’62 – che lo vuole come vice. Un incredibile scherzo del destino regala a Giorgio lo scudetto, tanto sognato da giocatore, già alla prima stagione successiva al ritiro. Pazienza. Il campione granata ne è ugualmente orgoglioso e felice, appare sorridente con la polo societaria impreziosita dal tricolore. Sta per cominciare la nuova annata, l’entusiasmo è alle stelle. Ma un maledetto giorno d’estate cambia tutto.

IL CALVARIO. Il 25 agosto Giorgio comincia ad accusare forti dolori alla testa. Viene prontamente ricoverato all’ospedale torinese de Le Molinette: emorragia cerebrale. Si prospetta in poche ore la necessità di intervenire chirurgicamente, allo scopo di salvargli la vita e scongiurare danni irreversibili. L’operazione, delicatissima, ha esito positivo. Le condizioni di Ferrini tengono con il fiato sospeso non solo l’ambiente granata, ma anche quello del calcio italiano e degli appassionati. Il peggio sembra scongiurato: Giorgio ritorna apparentemente a una vita normale, accanto alla moglie Mariuccia e ai due figli. Si riavvicina al suo lavoro. Poi, nella notte del 17 ottobre, la ricaduta del male. L’apprensione lascia spazio allo sconforto, a causa delle sue condizioni che vanno via via aggravandosi. Fino alla disperazione. Giorgio Ferrini si spegne in ospedale poco prima delle 13 dell’8 novembre 1976, a 37 anni. Il cielo granata accoglie un’altra stella luminosa, dopo gli eroi del Grande Torino e il geniale Gigi Meroni.

Giorgio era perfetto: come uomo, come calciatore e come capitano. Quelle poche volte che mi è capitato di indossare la fascia gliel’ho poi subito ridata, stava molto meglio a lui che a me“.

(Aldo Agroppi, compagno di squadra di Ferrini nel Torino dal 1967 al 1975)

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Cagliaritano, classe '81. Pazzo per Brera, Guerin Sportivo e Panini. Da anni membro di MP: principalmente ed inevitabilmente, per scrivere sulla storia del calcio. Italiano ed internazionale.