C’era un Mondiale: USA 1994, Argentina-Grecia e il destino di Maradona, triste, solitario y final

Nel 1994 per la prima volta dal 1930 il torneo mondiale lasciò l’America Latina e l’Europa per trasferirsi in un Paese dove il termine “football” veniva solitamente usato per indicare lo sport della palla ovale. Si giocò infatti negli Stati Uniti d’America, come era stato deciso sei anni prima, con lo scopo evidente di lanciare definitivamente il “soccer” nella prima potenza commerciale del mondo.

Un primo tentativo era già avvenuto a metà degli anni ’70, quando andarono a consumare spiccioli di carriera nei New York Cosmos campioni come Pelè, Beckenbauer, Chinaglia e Carlos Alberto, seguiti poi da Neeskens e Van der Elst. Mentre Joahn Cruijff, dopo due amichevoli disputate con i Cosmos, scelse invece i Los Angeles Aztecs e nella stagione successiva i Washington Diplomats. Ma quella breve stagione si consumò con un fallimento finanziario, senza produrre un interesse profondo e duraturo.

Al mondiale americano, per la prima volta si giocò con i 3 punti in palio, per l’ultima con 24 squadre. Fu un successo di pubblico, ma gli orari delle partite non facilitarono i giocatori. Per favorire infatti la visione dei telespettatori europei, si giocò di mattina e nelle prime ore meridiane.

L’Italia allenata da Arrigo Sacchi arrivò, come è noto, fino alla finale di Pasadena, arrendendosi solo ai rigori ai brasiliani, dopo gli errori dal dischetto di Baggio, Baresi e Massaro. Sacchi arrivava in Nazionale dopo aver incantato e rivoluzionato il mondo del calcio come allenatore del Milan, affermando una zona aggressiva e rigorosa che ereditava i fasti del calcio olandese di Michels e Cruijff. In campo, la stella di Roberto Baggio, pallone d’oro nel 1993, a dar fantasia ad una squadra basata sulla solidità difensiva del blocco milanista: Baresi, Costacurta, Maldini. A disposizione anche grandi attaccanti come Signori e Zola, oltre a Daniele Massaro (già campione del mondo, pur senza mai giocare, dodici anni prima in Spagna). Ma l’Italia di Sacchi mostrò più concretezza che spettacolo, tranne in parte nella semifinale contro la Bulgaria. Lo stesso Roberto Baggio esplose solamente dopo il gol alla Nigeria, che permise a lui e all’Italia di resuscitare dopo aver intravisto il baratro dell’eliminazione a dieci minuti dal termine.
Concreto, preciso, stoccatore prima che solista incantatore – com’era avvenuto quattro anni prima in Italia, quando andò in gol sbirillando cecoslovacchi nella loro metà campo – Baggio fu uno dei grandi di quel mondiale. Accanto a lui furono protagonisti del mondiale la classe di Romario, felpata pantera del Brasile (sulla cui panchina attendeva il proprio turno un giovanissimo Ronaldo) e il carisma del bulgaro Stoichkov. Quest’ultimo fu capocannoniere del torneo, a pari merito con il russo Salenko, che si produsse nell’impresa di segnare 5 gol nella stessa partita, un 6-1 rifilato al Camerun. Per gli africani, il gol della bandiera portò la firma illustre di Roger Milla, il vecchio leone che a 42 anni scese in campo per il suo terzo mondiale – dopo Spagna ’82 e Italia ’90 – stabilendo contemporaneamente un record di anzianità sia come giocatore sia come marcatore in un mondiale.

Ma un altro “grande vecchio” del calcio avrebbe lasciato il suo segno sulla competizione americana, seppure non come avrebbe desiderato: Diego Armando Maradona.
Squalificato nel marzo 1991 per la positività al doping al termine dell’incontro Napoli – Bari, a distanza di più di un anno Maradona era tornato a giocare con la maglia del Siviglia. In quella circostanza, la Fifa aveva favorito la decisione del giocatore, nella vertenza con il presidente del Napoli Ferlaino.
Alla vigilia del mondiale, dopo un rapido passaggio nel Newell’s Old Boys, Maradona, decisamente appesantito, era rimasto senza squadra. Tuttavia spinto dal proprio temperamento e incoraggiato dai vertici del calcio, che consideravano la presenza di Diego un elemento fondamentale per il decollo promozionale del mondiale, Maradona si sottopose ad intense sedute di allenamento e diete drastiche, perdendo circa sedici chili.
Ma nei giorni afosi del ritiro, Maradona non riuscì a frenare la propria esuberanza polemica e attaccò duramente Havelange e Blatter, rimproverando loro le drammatiche temperature e gli orari impossibili di gioco.
Con molta curiosità, il mondo del calcio attese l’esordio del trentaquatrenne Maradona, nella sfida tra Argentina e Grecia. L’opinione pubblica si attendeva un ex fuoriclasse, capace di trattare con finezza il pallone, rendersi pericoloso sui calci piazzati e magari indovinare un assist millimetrico. Ma Maradona andò oltre. Scese in campo da titolare, prese in mano la squadra e illuminò la scena, accompagnando Batistuta nel migliore dei modi per i primi due gol. Al 60’, con un bel tiro sotto l’incrocio dal limite dell’area, fu proprio Maradona a siglare il terzo gol argentino. Le immagini della sua esultanza a ridosso della telecamera, è rimasta negli occhi di ogni telespettatore, come un rabbioso grido di affermazione del vecchio campione. Ancora Batistuta a fine partita, completò la tripletta per il 4-0 complessivo.
Nell’incontro successivo, l’Argentina superò in rimonta la Nigeria, Maradona innescò la realizzazione di Caniggia e fu tra i migliori in campo. L’Argentina di Maradona, Batistuta, Balbo, Caniggia, Simeone e Redondo in quel momento sembrò a tutti la più accreditata pretendente per il titolo finale.

Poi, la fine del sogno. Dopo il controllo antidoping, nelle urine di Maradona vennero riscontrate sostanze proibite, l’efedrina contenuta nel Nastosol e nel Desidex, due dimagranti. Maradona pianse, giurò e si proclamò innocente, ma le controanalisi furono impietose. Per Diego fu la fine. Contro di lui si rivoltò il mondo dello sport, come dopo un tradimento amoroso.
Rimase comunque il sospetto che quegli stessi vertici della Fifa che ne avevano favorito il ritorno, non avendo digerito le critiche, avessero tramato per incastrarlo, ben sapendo che quella dieta miracolosa non sarebbe stata umanamente possibile senza additivi. Travolta dal destino di Diego, l’Argentina prima perse l’ultima partita del girone contro la Bulgaria, poi uscì agli ottavi per mano della Romania.

Lo scrittore Edoardo Galeano, con colorita epigrafe letteraria, così riassunse la vicenda di Maradona: “Giocò, vinse, pisciò, fu sconfitto”. Da quel mondiale, per usare in prestito l’espressione di Osvaldo Soriano un altro autore sudamericano e compatriota di Diego – nonché colui che nel 1979 segnalò il giovane Diego all’amico scrittore Giovanni Arpino, affinché lo portasse alla Juventus – il più amato calciatore di tutti i tempi usciva “triste, solitario y final”. Ma nemmeno i Mondiali, senza Diego, di lì in poi saranno più gli stessi

Purtroppo un tragico evento funestò il mondiale dopo la sua conclusione. Il difensore colombiano Escobar, autore di un’autorete nell’incontro perso per 2-1 dalla sua squadra contro i padroni di casa statunitensi, venne ucciso nel parcheggio di un supermercato, punito probabilmente per aver fatto saltare il banco delle scommesse clandestine.

Di seguito, il tabellino dell’incontro tra Argentina e Grecia.

21.06.94 ore 12.05 – Boston, Foxboro Stadium
Argentina-Grecia 4-0
Argentina: Islas, Sensini, Cáceres, Ruggeri, Chamot, Simeone, Redondo, Maradona (62’ Ortega), Balbo (79’ Mancuso), Caniggia, Batistuta. All. Basile
Grecia: Minou, Manolas, Apostolakis, Kolitsidakis, Kalitzakis, Kofidis, Tsalouchidis, Nioplias, Tsiantakis (46’ Marangos), Saravakos, Machlas (58’ Mitropoulos). All. Panagoulias.
Arbitro: Angeles (USA)
Reti: 2’ Batistuta, 45’ Batistuta, 60’ Maradona, 90’ Batistuta (rig.)

Qui, un video dell’incontro.

Leggi anche le precedenti puntate di “C’era un Mondiale”:
1 Camerun – Colombia e i colori di Italia 90;
2 Uruguay 1930 e il primo gol della Coppa del Mondo;
3 Corea e Giappone 2002, un mondiale di… cose turche;
4 Germania 1974, “E tu dov’eri, quando segnò Sparwasser?”;
5 Italia 1934, il “Wunderteam” austriaco si arrende agli azzurri;
6 Cile 1962, il torneo di Garrincha. E di Masopust;
7 Francia 1938, la semifinale di Marsiglia e il bis dell’Italia;
8 Messico ’70, Italia-Germania 4-3 – “El partido del siglo”;
9 Argentina 1978, Olanda-Argentina e il palo che fece tremare i generali;
10 Brasile 1950, il Miracolo di Belo Horizonte. Gloria e tragedia di “Joe” Gaetjens;
11 Messico ’86, la breve favola della Danimarca;
12 Svizzera 1954, la battaglia di Berna e la Grande Ungheria, prima della disfatta;
13 Spagna 1982, la notte di Siviglia e l’uscita di Schumacher su Battiston;
14 Francia ’98, la sfida tra Zidane e Ronaldo e Usa-Iran, “la madre di tutte le partite”;
15 Svezia 1958, Pelé alla conquista del mondo;
16 Germania 2006, il ritorno di Zidane e la marcia della Francia:
17 Inghilterra 1966, la parabola della Corea e la stella di Eusebio nella Swinging London

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Nasce nel 1972 a Roma, dove vive, lavora e tifa Fiorentina. Come Eduardo Galeano, ritiene che per spiegare a un bambino cosa sia la felicità, il miglior modo sia dargli un pallone per farlo giocare.