Quattordicesima su… sei: l’Italrugby e l’attesa infinita

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In Italia, gli articoli sul rugby, che quasi esclusivamente corrispondono ai pezzi sulla relativa Nazionale, potrebbero essere copiati e incollati da un anno all’altro: speranza e ottimismo di prammatica, elogi all’impegno profuso dai nostri ragazzi nonostante la sconfitta, dispiacere per un XV che non riesce in nessun modo a “durare” più di 55 minuti, una nota sull’allenatore non nostrano (positiva se arrivato da poco, meno condiscendente se in vista di addio), qualche parola d’incoraggiamento nei confronti delle nuove leve, due o tre annotazioni sullo stato di salute dell’under 20. Il tutto condito da una serie di luoghi comuni ovali (ché, a ben vedere, così comuni e scontati non sarebbero mai, ma è un altro discorso) in attesa di un futuro prossimo venturo.

La vita è adesso, cantava però Baglioni più di trent’anni fa, e l’attesa per un’Italrugby realmente competitiva, in grado non tanto di vincere (nello sport, i trionfi si propiziano, non si programmano) quanto di giocarsela bene anche con le compagini più blasonate si è fatta davvero estenuante. Neanche il tempo per per sorridere del successo novembrino con gli Spingboks che il XV italiano torna a masticare amaro contro Tonga, per una sconfitta forse decretata dall’aver voluto affrontare l’avversario a viso aperto, senza il consueto timore patito al cospetto di avversarie dalla consolidata cultura rugbistica.

Adesso, appunto, ci troviamo a commentare il presente 6 Nazioni, quello dal calendario sulla carta niente male: che GallesIrlanda sarebbero state brutte clienti anche all’Olimpico era ben noto ben prima delle due sconfitte (onorevole contro i Dragoni, assai meno confortante contro i Verdi), così come la tradizione favorevole nelle recenti edizioni casalinghe del Trofeo Garibaldi (esclusa l’ultima) faceva ben sperare guardando all’11 marzo, quando la Francia recherà nuovamente visita a Parisse e compagni. Alla vigilia della prima partita, l’ambiente rigenerato dall’arrivo di Conor O’Shea pareva ispirare una tiepida fiducia, ma ora l’idea di dover affrontare due trasferte britanniche, per quanto diverse tra loro, rischia di preoccupare non poco: Twickenham conserva i consueti contorni da tempio inviolabile, mentre il già più volte espugnato Murrayfield (l’ultima appena due anni fa) vede protagonista uno dei XV più in ascesa del Tier 1, per un impegno che si prospetta tutt’altro che facile. Insomma, il profilo del secondo cucchiaio di legno consecutivo si profila all’orizzonte, e sarebbe l’ennesimo colpo a un movimento da tempo in sofferenza.

Consci di questa situazione, apprendiamo che nel ranking mondiale diramato periodicamente dalla federazione internazionale, gli Azzurri scalano dal 13° al 14° posto, sopravanzati giustappunto dai già citati tongani per una classifica che, francamente, non può lasciar tranquilli. Se inserirsi in pianta stabile tra le prime dieci è sempre apparso come un sogno (con l’ottava mattonella miglior piazza raggiunta nel 2007), assestarsi alle spalle delle altre compagne di 6 Nazioni, dopo essersela battuta per anni almeno con la Scozia, e persino dietro l’arrembante Georgia rischia di fiaccare ancor più il già basso umore di tutto l’ambiente, anche alla luce delle difficoltà sofferte da franchigie e club locali. Le consorelle continentali nicchiano: a livello ufficiale, tutti sono pronti a rassicurare la FIR circa la permanenza italiana nel Gotha europeo, ma, sotto sotto, non son pochi quelli che tornano a parlare esplicitamente di “retrocessione” e solo una strutturale carenza di mezzi e impianti ci tiene, per adesso, al sicuro da eventuali “sostituzioni” da parte della nazionale georgiana.

A ben vedere, nessuno sta a guardare e se non può certo stupire l’undecimo posto del Giappone (addirittura nono nel 2014 e l’anno scorso) quale probabile nazione “ovale” del futuro, sul piano europeo si registrano sensibili avanzamenti di Spagna (21° posto) e Germania (22°), paesi storicamente minori in chiave rugbistica (gli iberici raggiunsero la diciottesima posizione qualche anno fa), ma con potenzialità enormi per quanto concerne bacino d’utenza e organizzazione, come dimostrato in molte altre discipline.

Vero è che l’ingaggio di O’Shea è ancora fresco e che il tecnico irlandese costituirebbe la testa di ponte per un progetto di rinnovamento profondo, ma è assolutamente necessario emettere segnali positivi, prima che la depressione prenda il sopravvento. Di certo, la strada intrapresa ha da essere battuta e percorsa senza incertezze: in tal senso, gli incarichi a Mike Catt (sudafricano naturalizzato inglese, responsabile di attacco e miglioramento tecnico) e, soprattutto, a Stephen Aboud per quanto concerne lo sviluppo delle giovanili, sono provvedimenti sacrosanti, con la speranza che almeno una delle prossime tre partite possa vedere l’Italia ovale uscire vincitrice.

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Viareggino di origine friulana, si occupa di teatro, sport, musica, enogastronomia. Collabora con varie testate, cartacee e web. Talvolta, pubblica libri e dischi. Tifa Udinese. Il suo cane è pazzo.