Dagli anni d’oro di Allardyce alla League Two: la triste storia del crollo del Bolton

In circa 20 anni di una lenta, ma irreversibile agonia, il Bolton Wanderers ha subito uno dei crolli più clamorosi degli ultimi due decenni del calcio inglese. Gli anni d’oro di Allardyce in panchina, delle partite di Coppa UEFA e delle solide presenze nella parte alta della classifica di Premier League sono oggi un ricordo lontano, quasi invisibile. È bastato un incontro su Zoom in queste ore per sancire l’ennesima condanna di questi drammatici anni: stagione chiusa in anticipo e seconda retrocessione di fila, stavolta in League Two, la quarta serie inglese dove il club di Horwich era stato soltanto una volta nella propria storia.

Va subito detto che la conclusione anticipata della stagione è quasi un sospiro di sollievo per l’attuale situazione del Bolton. Una squadra che, prima dello stop a causa dell’emergenza Covid-19, si trovava ultima in classifica con 14 punti, con la salvezza a meno 21 punti. In questo campionato, i Trotters si sono trovati a vivere un incubo dietro l’altro: la penalizzazione di 12 punti per essere finito in amministrazione controllata, solo tre calciatori in rosa sotto contratto, un fallimento che ad agosto sembrava quasi scontato, seguendo la via del ritiro dal campionato già vissuta quest’anno dal Bury. Solo un intervento in extremis dell’attuale dirigenza ha evitato di chiudere bottega già mesi fa.

La storia del Bolton, d’altra parte, non è quella di un club che ha costruito le proprie fortune sulla ricchezza. Nemmeno negli anni migliori in termini di risultati, perché i meriti di annate splendide vanno ritrovati principalmente nel gioco fortemente “inglese” targato Allardyce e da tanti prestiti e scommesse interessanti sul mercato.

Nei primi anni 2000, a Reebook Stadium (che prendeva il nome dalla celebre compagnia di accessori sportivi, di sede proprio a Bolton), i tifosi dei Trotters hanno visto scendere in campo con la maglia bianca campioni ritenuti fino a quel momento quasi inarrivabili: Youri Dkorkaeff, Ivan Campo, Fernando Hierro, Nicolas Anelka, Jay-Jay Okocha. Giocatori che avevano già vestito maglie prestigiose in carriera, ottenuto i più importanti trofei, ma tutti alla ricerca di una casa in cui ripartire in un momento difficile del proprio percorso calcistico. Ma è stata anche la squadra di Cahill, Nolan, Alonso, Sturridge, Jaaskelainen, Davies e così via. E per alcuni di questi, il Bolton è stato un vero e proprio trampolino di lancio.

Riguardarsi oggi le partite dei Trotters di quegli anni fa crescere internamente una sorta di malinconia, soprattutto per chi ama e ha seguito per tanto tempo il calcio inglese. Nel gioco di quel club c’era qualcosa di tremendamente romantico, un attaccamento all’idea di calcio “all’inglese” accanito, instancabile. Una squadra che, soprattutto sotto la direzione Allardyce, ha mantenuto negli anni un’identità ben definita, un meraviglioso mix di grande fisicità e praticità che è poi diventato una costante in tutte le squadre allenate dall’ex Everton e Crystal Palace. “Big Sam” oggi è sinonimo di calcio brutto da vedere, noioso, ma a quei tempi fu in grado di portare delle vere novità in Inghilterra, frutto dei suoi studi in Florida: l’enfasi sulle scienze sportive, la presenza di nutrizionisti e massaggiatori, l’importanza delle statistiche e dell’analisi via video.

I risultati, d’altra parte, premiavano la coerenza di quel gioco: tra il 2004 e il 2007, i Trotters hanno sempre chiuso tra le prime dieci posizioni, raggiungendo anche uno storico sesto posto e due qualificazioni in Europa. Per intenderci, soltanto giganti come Manchester United, Chelsea, Arsenal e Liverpool avevano fatto meglio.

Ma proprio il 2007 è considerato oggi come l’anno cruciale per la storia del Bolton, quello in cui si è toccato l’apice per poi cominciare una discesa prima lenta, poi verticale. Fu l’anno in cui i Trotters riuscirono a raggiungere probabilmente il risultato più importante della propria storia, un clamoroso 2-2 all’Allianz Arena contro un Bayern Monaco che, anche se in anni difficili, contava nella rosa campioni dei livelli di Kahn, Lucio, Ribéry, van Bommel, Klose. Ma fu anche il momento in cui, per la prima volta dopo 8 anni, sulla panchina del club non c’era più Allardyce.

Le ragioni del suo addio sembravano anticipare il dramma che avrebbe fatto seguito: il tecnico aveva chiesto più fondi per puntare alla Champions League, intuendo che il ferro fosse sufficientemente caldo per battere ancora e puntare più in alto possibile. La dirigenza rispose di no e Allardyce lasciò, dicendo di aver bisogno di un anno sabbatico. Non era vero: qualche mese dopo, “big Sam” mise la propria firma sul contratto offerto dal Newcastle United.

Il Bolton riuscì a resistere ancora qualche stagione in Premier League, salvo poi retrocedere nel 2012 e, da lì, fu l’inizio della fine. I pagamenti cominciarono a diminuire, lo storico presidente Eddie Davies era pronto a lasciare, le prime petizioni per coprire gli stipendi, qualche cessione illustre (come Holding e Clough) per salvare il salvabile, ma il disastro era annunciato. Con Ken Anderson alla presidenza, meglio noto ai tifosi come “club killer”, i Trotters non riescono più a risalire. Dal 1 gennaio 2019, i Trotters sono sempre stati in zona retrocessione. Il 28 agosto la squadra è stata salvata per i capelli dalla Football Ventures Limited, ma il resto della stagione ha fatto capire che la situazione era ormai insostenibile: senza la possibilità di pagare più giocatori “senior”, il Bolton ha dovuto far giocare ragazzi delle giovanili, con le inevitabili umiliazioni arrivate in seguito (ko per 5-0 contro Tranmere, Ipswich e Gillingham, addirittura un 1-6 contro il Rotherham).

Un clic, poi, ha chiuso definitivamente la stagione in questi giorni. Emma Beaugeard ha annunciato ieri le sue dimissioni come CEO del club, anche alla luce della necessità di tagliare i costi in seguito a pandemia e retrocessione. Tagli necessari per provare a ricostruire subito ed evitare che il dramma continui, a partire dalla prossima stagione.