Nella Germania “pronta” a ripartire, una squadra è già finita in quarantena

Se Francia e Olanda sono diventate immagine di che cosa potrebbe accadere in caso di stop definitivo del calcio, la Germania è forse al momento il caso più interessante in cui sperimentare una possibile ripresa dei campionati. Una questione legata anche alla situazione nazionale in generale, con la vita che sta lentamente ripartendo, ritrovandosi certamente avanti di qualche passo anche rispetto al nostro Paese. Per dire, oggi hanno riaperto anche i parrucchieri, che da noi dovrebbero riprendere l’attività solo a giugno.

Una prospettiva ottimista che ha portato a individuare addirittura delle possibili date per riprendere almeno le prime due serie del calcio tedesco, la Bundesliga e la Zweite Liga. Mentre le squadre hanno cominciato ad allenarsi già da qualche giorno, l’idea era quella di fissare già in questo mese la data del nuovo inizio (per alcune testate, addirittura il 15 maggio). Un vero e proprio modello, anche agli occhi di alcuni rappresentanti delle nostre federazioni, che stanno aumentando ogni giorno la pressione sul governo per ripartire, anche considerando le evidenti indecisioni (con qualche scivolone di troppo) del ministro Spadafora.

Un modello che, tuttavia, sembra aver mostrato le prime falle proprio in queste ore. Dopo la notizia arrivata ieri di dieci calciatori risultati positivi al Coronavirus e il video shock che ha fatto indignare tutti dell’esterno dell’Hertha Berlino Kalou che stringe la mano a un compagno e a un preparatore, violando il protocollo, è arrivata una nuova, pesantissima tegola su ogni ipotesi di ripartenza: a causa della positività di un proprio giocatore, l’Aue ha annunciato di aver messo in quarantena immediata tutta la rosa e lo staff.

Si è realizzata ancora prima di partire, insomma, quella che è la maggior paura di tutte le federazioni: il fatto che con un solo membro della squadra positivo, tutto il club sia costretto a fermarsi per almeno due settimane. Una situazione che ora, con il campionato che deve ancora ripartire, è ancora gestibile, ma che diventerebbe drammatica se accadesse proprio nel pieno della ripresa: come pensare di fermare per due settimane una squadra in un periodo che dovrebbe essere ancora più intenso del solito? Chi garantisce dal rischio che non ci siano contagi tra squadre che si scontrano?

Una realtà di cui si deve tenere conto, necessariamente. Perché è vero: il calcio va trattato come qualcosa di più di un semplice sport. È un settore economico, anche importante. Ma come qualsiasi settore, la salute viene (e deve venire) prima dei soldi, degli affari. Non è populismo, non è buonismo: è rispettare la dignità umana, che resta un principio cardine delle nostre società. Alzare le spalle, tirando dritto a prescindere da tutto pur di salvare una stagione così, significa mettere a rischio ragazzi e le proprie famiglie. E nessuno può permettersi di creare un così drammatico precedente.

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Nato a Monza nel '95, ha tre grandi passioni: Mark Knopfler, la letteratura e il calcio inglese. Sogna di diventare giornalista d'inchiesta, andando a studiare il complesso rapporto tra calcio e politica.