ESCLUSIVA MP – Mazzola: “Fortunato ad aver avuto una carriera così: ho amato il calcio. Buona Inter nel derby, Pioli mi piace”

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Sarà una settimana all’insegna di Sport & Movimento alla Residenza Socio Assistenziale Sant’Andrea di Monza, arrivata a festeggiare il suo 21esimo anno di attività. Dal 21 al 27 novembre, nella casa di riposo brianzola avranno luogo eventi artistici, culturali e sportivi in cui saranno coinvolte diverse scuole del territorio, oltre a ospitare grandi personaggi dello sport come la leggenda dell’Inter Sandro Mazzola e l’oro paralimpico di Rio 2016 Federico Morlacchi. Un’occasione speciale per gli ospiti della Residenza e i loro familiari per stare assieme in un clima festoso, interamente dedicato allo sport, con l’organizzazione anche di “Olimpiadi” appositamente dedicate agli anziani ospiti delle RSA del gruppo Korian.

Nella giornata inaugurale, iniziata nella mattinata di ieri con l’accensione della fiaccola olimpica, la Sant’Andrea ha dato il via all’evento ospitando l’ex capitano dell’Inter Sandro Mazzola, più di 560 presenze e 158 reti in 17 anni con la maglia nerazzurra tra il 1960 e il 1977, oltre a 70 presenze e un Europeo vinto nel 1968 con la Nazionale azzurra. Un giocatore entrato nella storia dei nerazzurri e del calcio italiano e  diventato per la società milanese quel leader come lo fu il padre Valentino per il Grande Torino.

Iniziamo da quel 10 giugno 1961, in un Juventus-Inter che sancì l’esordio di Mazzola come giocatore.

Dietro a quella partita e al mio esordio c’è una storia piuttosto travagliata: si trattava della ripetizione della partita che in campionato era stata sospesa per l’invasione dei tifosi (addossarono la colpa ai tifosi nerazzurri), ma a giugno ormai lo Scudetto era già andato. Per protesta, il presidente Moratti impose a mister Herrera di schierare una squadra di soli giovani della Primavera e cosi feci il mio esordio: era un sabato pomeriggio, ero ancora uno studente diviso tra il mondo del pallone e la scuola, in cui non eccellevo e avrei avuto pochi giorni dopo delle interrogazioni decisive per la promozione. Perdemmo la partita pesantemente, ma fui felice di esordire (la sfida finì 9-1 per i bianconeri, con gol per l’Inter proprio di Mazzola da rigore, ndr).

Chi l’ha indirizzata verso il mondo del calcio?

Mio padre, sicuramente. Da bambino mi portava spesso al campo di allenamento, ci sono dei filmati in cui si vede che mi faceva giocare con i suoi compagni. Ricordo ancora quando mi fece calciare un rigore all’allora portiere della Nazionale: mi lasciò segnare e io mi misi a esultare correndo per tutto il campo.

Poi, all’improvviso, arrivò l’Inter.

A Cassano d’Adda c’era un Inter Club. Benito Lorenzi, allora attaccante dell’Inter, vide giocare me e mio fratello Ferruccio e promise di farci tentare un provino con i nerazzurri. Era una persona molto religiosa e pensava, con una logica tutta sua, che se avesse aiutato i figli del capitano (Valentino Mazzola), il capitano dall’alto l’avrebbe aiutato a vincere trofei. Feci il provino all’Inter e andò bene, rivelai il mio cognome solo dopo essere stato preso per evitare che si facessero influenzare. Cominciai la mia avventura con le giovanili finchè finì a giocarmi il posto in prima squadra come mezz’ala con Maschio. Con mia grande sorpresa, però, lui non se la prese quando diventai  titolare al suo posto e agli allenamenti continuò a darmi tanti consigli. Posso dire di essere stato fortunato ad aver avuto una carriera cosi piena di successi.

Oltre a Lei, chi è stato il miglior capitano dell’Inter?

Dico Armando Picchi: era il leader e comandante della squadra in campo, sapeva sempre quando rincuorarti. Tante volte mi richiamava perché volevo fare solo gol belli e finivo per sbagliarne alcuni: mi diceva di segnare e basta, senza pensarci su troppo. Ma non mi scorderò mai quando mi supportò prima di battere un calcio di rigore contro il Torino che poteva essere decisivo per lo Scudetto: mi pulì lo scarpino destro dal fango e mi tranquillizzò, dicendomi che sarei riuscito a segnare. E segnai.

Il gol che Le è rimasto nel cuore?

Quello che segnai a Budapest contro il Vasas. Mancavano pochi minuti alla fine e dovevamo segnare la rete della qualificazione. Cosi dissi al mio compagno di lasciarmi la palla, dribblai una serie di difensori, il portiere, un altro difensore che si era messo sulla linea di porta e segnai. Fu un momento davvero bello.

Quale derby ricorda con più piacere?

Il primo che giocai. Non solo per la partita in sé, ma perché in porta nel Milan giocava Giorgio Ghezzi, un ex giocatore anche dell’Inter. Quando io e mio fratello facevamo le mascotte allo stadio, ci mettevamo in un angolo nello spogliatoio dell’Inter e guardavamo tutto quello che faceva Ghezzi nella preparazione: era il nostro idolo. In quel derby me lo trovai di fronte. Ero di fronte al mio idolo d’infanzia e lui sapeva dove calciavo di solito, c’era Benitez che gli faceva i segnali alle mie spalle. Ero giovane e lo ingannai: calciai con l’altro piede e lo spiazzai.

A proposito di Milan: che rapporto c’era tra Lei e Rivera?

Eravamo rivali. Ognuno si credeva più forte dell’altro. Oggi ci sentiamo ancora ogni tanto, ma lui è spesso a Roma quindi non ci si vede molto. Ma non saremo mai amici, la rivalità tra Milan e Inter esisterà sempre. Vorrei però raccontarvi un aneddoto su questo mio sentimento di “odio” calcistico verso i rossoneri.

Prego.

Stavo per disputare il mio primo derby a livello di giovanili. Meazza era ai tempi il nostro allenatore, nonché uno dei miei maestri di calcio: era un uomo di poche parole, sapeva sempre dirti la cosa giusta. Il giorno della partita ci riunì dopo pranzo in una sala e, in milanese come era solito parlare, ci disse: “Ho una macchia nera nella mia coscienza: ho giocato nel Milan nella mia carriera”. Eravamo tutti sconvolti. Si giustificò dicendo che ai tempi il Milan, a serio rischio retrocessione, gli offrì tanti soldi  per ingaggiarlo e lui aveva davvero bisogno di guadagnare per mantenersi, cosi accettò la proposta. Non ci disse altro: ci chiese di scendere in campo e vincere la partita per cancellargli questa macchia.

Cos’ha significato per Mazzola giocare in Nazionale?

Ai tempi vestire la maglia della Nazionale significava molto. Era un momento delicato, si faceva fatica a vincere. Per fortuna arrivò Fabbri, un allenatore giovane che decise di puntare sui giovani: ci fece allenare tanto, voleva farci sentire l’importanza di quella maglia. Ammetto, però, che era sempre un’emozione tornare a casa con la divisa della Nazionale.

Chi è attualmente il suo erede calcistico?

Difficile da dire. A me piace tanto Cristiano Ronaldo: quando lo vedo giocare, noto che fa sempre quello che farei anche io se fossi al suo posto in campo, mi ritrovo spesso in lui.

Cosa manca all’Inter di oggi rispetto alla squadra in cui giocava Lei?

Oggi il mondo del calcio è totalmente diverso. Quando giocavo io c’era una magia particolare: quando io e i miei compagni eravamo in prova all’Inter, sognavamo di essere ingaggiati e ricevere la valigetta di metallo con le strisce nerazzurre concessa ai giocatori della squadra. Per non parlare dell’emozione provata nell’indossare la maglia nerazzurra: la ricevemmo nella sede ufficiale, dove c’erano tutte le foto dei grandi campioni della storia. Era un’emozione unica. Eravamo anche molto solidali verso i compagni meno fortunati di noi: fondammo un Sindacato dei calciatori proprio per tutelare quei giocatori che venivano lasciati a casa e senza essere più pagati, magari con una famiglia da mantenere. In molti hanno tentato di ostacolarci, ma noi siamo andati avanti, convinti che quel lavoro fosse giusto per la nostra causa. 

Chi è oggi Sandro Mazzola?

Un nonno (ride, ndr). A proposito, occhio a mio nipote Valentino, tra qualche anno potremmo sentirne parlare: gioca sempre a calcio, è uno che ha il pallone nel sangue.

In esclusiva per i lettori di MondoPallone: un parere sull’Inter del derby, nonché la prima partita di Pioli?

Mi è sembrata una squadra con la mentalità giusta, Pioli ha lavorato bene sulla testa, oltre che sulle gambe. Io penso che Pioli possa fare molto bene all’Inter.

Crede che de Boer meritasse più tempo sulla panchina dell’Inter?

Non essendo dentro alla società, non conosco le dinamiche e dare una risposta è difficile. Secondo me de Boer è un grande allenatore, ma forse non ha trovato i motivi e il momento giusti. Ma se non sei nell’ambiente, non puoi dare un giudizio corretto.

Capitolo giovani: negli ultimi mesi abbiamo assistito al successo di squadre come Sassuolo e Atalanta, entrambe formate da tanti ragazzi, soprattutto italiani, provenienti dalle rispettive Primavere. Crede che in Italia si stia iniziando a lavorare meglio con i giovani?

Si, direi che stiamo facendo passi avanti. Anche perché comprare giocatori all’estero costa e oggi il problema dei soldi non è secondario. Per me è meglio cosi: i ragazzi che crescono in una determinata società, quando arrivano in prima squadra, sono molto più attaccati alla maglia.

Un giovane talento italiano che Le è particolarmente piaciuto in queste ultime stagioni?

Direi Berardi del Sassuolo, mi piace molto.

Francesco Moria
Francesco Moria
Nato a Monza nel '95, ha tre grandi passioni: Mark Knopfler, la letteratura e il calcio inglese. Sogna di diventare giornalista d'inchiesta, andando a studiare il complesso rapporto tra calcio e politica.

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