La Scaloneta del calcio: l’altro Lionel campione del mondo… ad interim

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Quando il pallone di Montiel è partito dal dischetto e ha concluso la sua corsa abbracciandosi alla rete della porta vanamente difesa da Lloris, dopo un momento per sé, in panchina, di profonda introspezione e realizzazione di aver infuso felicità a tutta l’Argentina, quello che ha fatto Lionel Scaloni è stato correre sugli spalti dalla sua famiglia, da sua moglie, per ricevere un abbraccio. Quello del trionfo. Dopodiché, di nuovo fermo a bordocampo, incredulo, ha sentito le guance arrossarsi e il volto bagnarsi di lacrime. Ha fatto “no” con la testa, si è coperto la faccia con le mani, perché proprio non poteva crederci. Ma come? Proprio lui? Campione del mondo? Con l’Argentina, dopo 36 anni di delusioni? Dopo Diego Armando Maradona e Carlos Bilardo? Lui, modesto difensore dalla carriera dimenticabile: appena 1 Liga, seppur storica, con il Deportivo La Coruna nel 2000 e, sempre con il Depor, una Copa del Rey e una Supercoppa di Spagna. Cui si aggiunge una Supercoppa italiana con la Lazio di cui non fu certamente un protagonista assoluto. Lui che incrociò Didier Deschamps per la prima volta il 5 Novembre 2003, in una partita di Champions League che resterà alla storia. Lionel giocava ancora con la squadra gallega, Deschamps allenava il Monaco. Al Louis II la partita finirà con il risultato spaziale di 8-3 per i monegaschi, una delle più prolifiche della storia della coppa dalle grandi orecchie. Per Scaloni, che militava nel Deportivo, una serata da dimenticare nonostante riesca a realizzare il gol del momentaneo 4-2, illusorio per una rimonta che non avverrà mai. Ma non poteva certo immaginare che, da lì a 19 anni, avrebbe addirittura sfilato a Didier la coppa del mondo da sotto al naso. Flussi imprevedibili e clamorosi del calcio, sport che sa essere odiabile molto spesso, ma che sa anche emozionare come null’altro al mondo.

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Tutto comincia quattro anni e mezzo fa, 30 Giugno 2018: dopo una fase a gironi balbettante, l’Argentina esce dal mondiale perdendo 4-3 proprio contro la Francia. Il ct è Jorge Sampaoli, allievo di Bielsa, testa calda quasi come la sua e stesso fallimento alla guida dell’albiceleste. L’ennesimo, perché nei quattro anni precedenti si erano alternati altrettanti allenatori: Sabella che perse la finale contro la Germania a Brasile 2014 e che purtroppo non è più tra noi, Gerardo Martino ed Edgardo Bauza. La federazione argentina, allora, pensa di affidare un incarico ad interim a Lionel Scaloni, che di Sampaoli era stato assistente. Nato nel maggio del 1978, giusto in tempo per vedere Mario Kempes alzare la prima coppa del mondo sotto il cielo insanguinato dai colonnelli di Buenos Aires. Cresce a Pujato, borgo di nemmeno 4mila anime nel nord dell’Argentina, a 400km da Santa Fe. Paese di agricoltori, gente genuina che bada al sodo. Da ct “ad interim” è accolto freddamente da stampa e tifosi e l’uscita in semifinale di Copa America nel 2019 per mano del Brasile non ha inizialmente riscaldato il “sentido popular” nei suoi confronti. Poi, però, la svolta e l’inizio di un percorso che lo conduce, nel 2021, a trionfare in Copa America, a Rio de Janeiro, al Maracaná e in finale contro il Brasile. Il primo trofeo veramente importante sollevato dalla pulce con la nazionale. Il tempo delle profezie, della filosofia romantica del bel giuocare è finito, le promesse infrante di Bielsa, seppur eterno santone del calcio, sono finite. Gli unici rosarini a cui viene consegnata la torcia della verità sono Angèl Di Maria e Leo Messi. È sul campo che bisogna far la differenza, concretizzando. La strada non s’interrompe, ma prosegue fino al mondiale in Qatar, costellata da 36 risultati utili consecutivi, la più alta striscia dopo quella dell’Italia di Roberto Mancini, più su a quota 37. L’ottimismo non solo cresce, ma anche l’identità della squadra di Scaloni si definisce. Come uno scalpello su una superficie di marmo, il ct sa farsi seguire dai propri uomini e, al tempo stesso, sa stare sempre non un passo in avanti rispetto alle sue stelle, ma al loro fianco. 

Dopo il 3-0 rifilato all’Ecuador nei quarti di Copa America, su Twitter sale in tendenza un nuovo termine: la Scaloneta, epiteto per identificare la Selección di Leo Scaloni come ben riconoscibile. A coniarlo, il giornalista Gringo Cingolani durante un dibattito su TyC Sports. E da lì, il passo alla musica, da sempre nelle vene degli argentini, è brevissimo. Mutuando una melodia popolare degli artisti Quevedo e Bizarrap, l’autore Luciano Mandli ha scritto un testo che prende proprio lo stesso nome “La Scaloneta” e passa in rassegna le tre finali di Coppa del Mondo della squadra, la storia di Lionel Scaloni, giunto senza aspettative e la vittoria in Copa América come primo tassello d’immortalità. Pubblicato il video su YouTube e Instagram, ha da subito avuto successo ed è diventato il vero e proprio inno degli argentini proiettati al mondiale in Qatar. Profetico, quindi, perché cantato già prima del torneo e per nulla scalfito dalla prima sconfitta con l’Arabia Saudita. Un risultato che ha ridato quella “rabbia esaurita” alla squadra e l’ha condotta fino al successo. Uno degli stralci della canzone fa proprio così: “Llegó el Scaloni, Ninguna expectativa, Bardeaban periodistas en su monotonía”. Subito dopo, però, grazie anche ai successi in Copa America, prende piede l’ottimismo, sotto forma di sogno: “Scaloneta, pará un poco que no puedo más. Es el sueño de mi vida verte en el mundial, con Messi jugar y la copa alzar”. E, si sa, i sogni son desideri e a tramutarli in realtà ci hanno pensato i due Lionel: Messi e Scaloni, los hombres del mundial che hanno dato la terza stella all’Argentina, 36 anni dopo l’Azteca. Due anni dopo la morte di Maradona. E quando un sovrano lascia il trono e la vita, di solito, si chiude così: “È morto il re, evviva il re!”. 

Roberto Tortora
Roberto Tortora
Laureato in Scienze della Comunicazione, a Salerno. Master in Giornalismo IULM, a Milano; Giornalista professionista.

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