L’inversione di carriera dei fratelli Inzaghi

La chiamata dell’Inter segna il culmine momentaneo per la carriera di uno dei due fratelli Inzaghi, Simone. Dopo memorabili stagioni sulla panchina della Lazio, tra una qualificazione alla Champions League e un trionfo in Coppa Italia, per lui è ora di puntare allo step successivo, lo Scudetto e magari perfino qualche impresa in Europa.

Sono traguardi che suo fratello, Pippo Inzaghi, ha già assaporato nella sua vita da calciatore in maniera più consistente. Facendo un confronto, l’attuale allenatore nerazzurro ha vinto una sola volta lo Scudetto in maglia biancoceleste, e nemmeno come assoluto protagonista. Invece l’ex Milan ha in bacheca 3 Serie A, 2 Champions League e perfino 2 mondiali, uno per club e l’altro con l’Italia.

Di certo anche Simone Inzaghi ha avuto le sue soddisfazioni in campo e non è comunque giusto sminuire un professionista nel calcio. Nessuno arriva in Serie A per caso, soprattutto un atleta capace di siglare un poker al Marsiglia in Champions. Il 14 del 2000, proprio nell’anno dell’ultimo Scudetto, la Lazio si impose per 5-1 sui francesi, con Inzaghi protagonista assoluto che fallì perfino un rigore.

Tuttavia è molto più famoso il gol di Super Pippo nel 2006 contro la Repubblica Ceca, reso ancora più iconico dalla cavalcata inutile di Barone, tutto solo pronto a segnare a porta vuota. Tutti invece, anche i più giovani, conoscono a memoria la sua doppietta in finale di UCL contro il Liverpool nel 2007 e la sua esultanza nei pressi della bandierina, per scacciare gli incubi di Istanbul.

Tutto questo testimonia la fama di Filippo Inzaghi da calciatore, superato però da tecnico dal fratello Simone. Perché un campione del mondo si ritrova oggi in sempre in bilico sulla linea che separa la Serie B e la Serie A, mentre un’ex giocatore professionista “normale” si sta affermando sempre di più ad alti livelli come allenatore?

La risposta sta forse nella casuale successione di tanti eventi in un determinato tempo? Semplice destino, forse. Quando Filippo Inzaghi ha cominciato ad allenare, sedendosi sulla scottante panchina del Milan, il club si trovava all’inizio di una ricostruzione completata solo in questa stagione appena passata.

Era il 2014, l’era Berlusconi stava per terminare dopo decenni vittoriosi. C’era un clima di incertezza per capire a chi affidare il comando della squadra, dopo l’esonero di Seedorf, per tornare di nuovo in Champions. Si è ancora andati a scegliere un altro esordiente, riponendo le speranze su Inzaghi e sulla sua limitata esperienza nelle giovanili milaniste.

Nulla da fare, il Milan quell’anno è poi arrivato decimo, perfino dietro ai cugini dell’Inter, anche loro non molto in forma dall’alto della loro ottava posizione. Un punto basso per il calcio milanese, risorto al giorno d’oggi.

Il gioco di Inzaghi non è che fosse così pessimo come potrebbe sembrare dai risultati. Tuttavia l’altalena delle prestazioni e il clima troppo carico di tensione non ha favorito il lavoro del giovane tecnico. Il debutto contro la Lazio di Pioli, oggi per ironia della sorte salvatore del popolo milanista, era stato anche molto buono, visto il 3-1 casalingo.

A fine stagione la Lazio staccherà il biglietto per i preliminari di Champions, quando ancora i posti nell’Europa che conta in Serie A erano solo tre. Quello è stato l’inizio della fine per Pioli nella Capitale. L’eliminazione ai playoff contro il Bayer Leverkusen e un andamento non del tutto lineare, culminato con la sconfitta nel derby contro la Roma per 4-1, lo hanno portato all’esonero.

Viene quindi chiamato Simone Inzaghi, una giocatore rispettabile nella storia recente del club. Anche lui veniva dall’esperienza nelle giovanili e nulla di più, proprio come il fratello. Prima come allenatore ad interim, poi confermato nella stagione 2016/17 ha cominciato un viaggio indimenticabile come allenatore della Lazio, dopo che Bielsa aveva cambiato idea.

Si può quindi attribuire il suo successo alla fortuna. Simone ha preso il comando di una squadra con pressioni relativamente più basse. Sicuramente non è una piazza facile, i tifosi laziali sono esigenti, ma al tempo si potevano ritenere mediamente soddisfatti per i buon i risultati ottenuti con Pioli. Solo nell’ultimo periodo le cose si erano complicate ed erano aumentate le responsabilità, a cui l’attuale l’attuale tecnico rossonero non ha poi saputo adempiere.

Perciò Lotito avrebbe permesso un margine d’errore più alto, rispetto alla dirigenza del Milan. I tifosi erano abituati a vincere troppo spesso e durante la gestione sono rimasti delusi. Il clima dirigenziale quindi avrebbe favorito Simone, mentre le pressioni su Pippo non lo avrebbero fatto lavorare in pace. Forse la mera fortuna ha destinato due carriere a traguardi diversi.

La fortuna però non c’entra, se non in minima parte. Pippo Inzaghi non è stato in grado di sfruttare l’occasione Milan, e ci può stare. Però ha sprecato anche altre opportunità, in contesti più “semplici” come Benevento e Bologna, dove è stato sostituito da Siniša Mihajlović come ai tempi del Milan. Si è contraddistinto nelle categorie cadette con il Venezia, ha dominato in Serie B con i giallorossi, ma a grandi livelli gli è mancato quel carisma che aveva da calciatore.

L’ultima stagione per lui è stata un suicido incredibile e molto molto triste, perché proprio il gioco espresso stava incantando durante la prima parte del campionato. Il Benevento giocava in modo organizzato e offensivo anche contro le grandi squadra, vedasi i 4 punti strappati alla Juventus. Tuttavia non è bastato esprimere delle idee tattiche molto buone per salvarsi. Da campioni d’inverno della parte bassa della classifica, i sanniti hanno perso la bussola e il disorientamento li ha riportati ancora in Serie B.

Se bastasse mettere dei giocatori in un campo e guidarli con un joystick in campo come dei robot, gli allenatori non esisterebbero e i match analyst colonizzerebbero le panchine d’Italia. L’allenatore è quello che sa reagire anche nei periodi di buio totale, l’allenatore è la guida che gestisce non degli atleti, ma delle persone. Pippo Inzaghi pecca, probabilmente, nel mantenere ordine appena qualcosa va storto.

L’Inter in difficoltà ha affidato il timone a Simone Inzaghi proprio per i suoi nervi saldi, nonostante da fuori sembri un allenatore molto incandescente. Fa solo parte del proprio compito di motivatore, uno dei tanti compiti per un tecnico (di successo). Nel gruppo squadra è un equilibrista e la traiettoria di Luis Alberto nella Lazio può mettere in luce questa sua qualità.

Il centrocampista spagnolo al primo anno in Italia, tra un infortunio e l’altro, non ha trovato molto spazio. Ciononostante Inzaghi ha creduto in lui, venendo ripagato l’anno dopo con 11 gol e 14 assist in campionato, serviti nella rincorsa alla Champions League. L’ultima giornata drammatica proprio contro l’Inter ha messo fine al sogno europeo, senza che però Inzaghi si demoralizzasse per la stagione seguente.

Il tecnico ha mantenuto un equilibrio tra i vari giocatori che sarebbero potuti benissimo partire per qualche destinazione professionalmente migliore. Su tutti, lo stesso Luis Alberto era vicino al Siviglia, ma è rimasto proprio per Inzaghi, con cui qualche mese dopo litigherà.

29 settembre 2018, Roma 3-1 Lazio

Dopo un derby tutt’altro che buono da parte di Luis Alberto, il trequartista era stato sostituito nella ripresa. Ciò lo aveva portato ad adirarsi con Inzaghi che, dopo la fine della partita con una sconfitta in tasca, aveva avuto perfino un confronto fisico con il calciatore negli spogliatoi.

Il giorno dopo, come se non fosse successo nulla, Luis Alberto ha dichiarato: “Ho un ottimo rapporto con lui, sa bene che non possiamo permetterci di perderlo. È un giocatore importantissimo. Ho deciso di sostituirlo perché non posso permettermi di perderlo. Litigio? Abbiamo risolto pochi minuti dopo con uno sguardo. È tutto ok“.

In questo modo Simone ha saputo mantenere la calma nel gruppo, portando la Lazio in finale di Coppa Italia trionfando per 2-0 contro l’Atalanta. Se non avesse avuto il carisma e la bravura di placare le polemiche, il club biancoceleste non avrebbe mai vinto quel trofeo così importante.

Le liti non finiscono comunque qui durante la sua avventura laziale, visti gli screzi temporanei con Immobile. Però Simone ha sempre dimostrato di essere dalla parte dei giocatori, in ogni situazione. Anche quando Luis Alberto si è lamentato pubblicamente con la dirigenza per gli stipendi arretrati, il tecnico italiano ha placato sul nascere qualsiasi polemica. Ha saputo bacchettare il centrocampista con stile, senza però fargli pesare l’errore.

Pippo Inzaghi durante la sua avventura al Milan da allenatore invece di incitare la squadra, l’ha demoralizzata sempre più. Nel finale di stagione, dopo una sconfitta contro l’Udinese, ha chiamato “indegni” tutti i presenti sul pullman di ritorno a casa. Tuttavia si perde insieme e si vince insieme, perciò bisogna reagire insieme. In quel momento avrebbero quasi tutti perso la testa, eccetto gli allenatori di successo come Simone Inzaghi.

Ciò ovviamente non significa che un domani i fratelli Inzaghi non possano di nuovo invertirsi, con Filippo che supera anche da allenatore Simone. Il primo ha le capacità tattiche del secondo, senza dubbio. Però l’ex campione del mondo dovrebbe rivalutare qualche suo atteggiamento caratteriale per arrivare un giorno a grandi traguardi.