Addio Pasquale Casillo, viva Zemanlandia!

Lo chiamavano il “re del grano”, perché negli anni ’80 raggiunse il successo diventando il principale esportatore di grano dal Sudamerica su scala globale. Produceva, da solo, circa il 10% di tutta la semola della CEE. Aveva creato un impero economico, arrivando a fatturare circa mille miliardi delle vecchie lire. Ma Pasquale Casillo è stato molto altro e nel calcio, soprattutto, ha traslato le sue doti di imprenditore visionario. Regalando alla Serie A degli anni ’90 il più bel gioco mai visto. La sua vita è stata una giostra, così come quella Zemanlandia che fu capace di creare. Il Foggia viene rilevato nel 1986 e Peppino Pavone, suo amico e direttore sportivo, gli consiglia un giovane allenatore approdato in C1 con il Licata, Zdeněk Zeman. “Manco sapevo dove fosse Licata”, confesserà Casillo anni dopo. Era giunto in Italia nel ’69 da Praga, nipote di quel Čestmír Vycpálek due volte campione d’Italia alla guida della Juventus. Al primo ritiro in Alto Adige si presentano in 7. Zeman si arrotola le maniche della camicia e non si fa scomporre. All’esordio, in casa contro il Sorrento, arriva la sconfitta per 1-0, negli spogliatoi si teme il peggio e invece il presidente si presenta con un premio partita per l’impegno profuso. Lì nasce il Foggia di Zeman. Il rapporto tra i due è fumantino, ma vero. I due discutono, litigano, ma si rispettano. A sette giornate dalla fine Casillo viene a sapere che Zeman è stato a pranzo con Moggi e Sogliano a Napoli. Sfortuna per Zdeněk vuole che il cameriere che serve ai tavoli è di San Giuseppe Vesuviano, lo stesso paese del presidente. Subito parte la telefonata con la spiata e il presidente caccia via Zeman alla 27ima giornata, oltretutto dopo un sonoro 5-0 patito a Cosenza. Sarà un arrivederci, non un addio, perché quando, due anni dopo, il Foggia approda in B, Casillo ha un chiodo fisso: il ritorno di Zeman. “Lui ha bisogno di ventimila lire al giorno per le sigarette e basta, non è mai stato venale, accettò subito la nostra proposta”.

Sul mercato Zeman, ruolo per ruolo, metteva sempre tre scelte. Casillo senza guardare sceglieva automaticamente la terza, perché era quella che costava meno. Da lì emerse un giovane bergamasco biondino, tal Giuseppe Signori, che giocava nel Piacenza. 1,5 miliardi di lire per portarlo a casa. L’anno prima solo 5 gol in B, di cui 3 su rigore. Da trequartista. Il presidente lo accolse con un “ciao, bomber”, vedendo in lui doti che nemmeno Beppe sapeva di avere. Zeman lo trasforma in centravanti e segna 14 gol alla sua prima stagione con i “Satanelli”. Alla penultima di andata le cose vanno male, la squadra naviga in zona retrocessione, i tifosi contestano, Zeman tace. Si va a Monza, in una giornata freddissima, è il 30 Dicembre. I padroni di casa vincono 1-0, ma, quasi a fine partita, un retropassaggio scellerato di Saini innesca proprio Signori, che segna l’1-1 e dà il là alla rinascita. Casillo era rientrato dalla Russia a Milano ed era andato a vedere il secondo tempo, con l’idea di esonerare il tecnico. Così non andò. Il 4-3-3 è lo spartito domenicale, ma in settimana si suda. La zona aggressiva ha bisogno di muscoli d’acciaio, i suoi giocatori sono martoriati, corrono in stradine sterrate di campagna, tra fango e pozzanghere. E se non rispettano i tempi tornano a casa con l’autostop per punizione… con l’autostop! La squadra si allena su un campo in terra battuta adiacente al Pino Zaccheria, all’oratorio San Ciro che, spesso, il pomeriggio è occupato dai ragazzi. E allora, quando è impraticabile, ci si sposta sul piazzale antistante lo stadio, in mezzo ai passanti. Tutti i martedì si fanno i gradoni dello stadio, con i pesi al collo. La squadra termina le sedute sfiancata. Sul campo, però, va poi al doppio della velocità dell’avversario. Le trasferte? Anche quelle più lunghe… in pullman e non certo di quelli confortevoli come oggi, ma uno di quelli per fare, al massimo, un pellegrinaggio da Padre Pio. L’emblema di quella squadra era Codispoti, terzino sinistro calabrese ruvido e veloce, ma dal piede decisamente poco brasiliano. Aveva, però, tanta fame e gli servì per diventare necessario in quello scacchiere e a segnare anche gol importanti. Franco Mancini, il portiere, ahinoi deceduto prematuramente a 43 anni nel 2012 per un infarto che se lo è portato via in un lampo, aveva sempre un super lavoro da fare. Devoto di Bob Marley, la prendeva con filosofia e, in fondo, si divertiva un sacco volando da un palo all’altro della porta per coprire i buchi lasciati in difesa dai compagni. Il primo anno si finisce ottavi, al secondo di B arriva la promozione in Serie A, sulle ali dei gol di Signori-Rambaudi-Baiano, il tridente che finalizza le operazioni chirurgiche della squadra. Una volta in A, il programma del presidente è chiaro: “Aggia fa na squadra chiù forte do’ Milànn”. Arrivano Shalimov, Kolyvanov e Petrescu. Due russi e un rumeno, figli dell’est sovietico, ma in rapido disgelo. Resta famoso il coro, non a caso: “L’ha mandato Gorbaciov, Igor, Igor, Shalimov!”. La domenica al Pino Zaccheria i 25000 sugli spalti sembravano 80.000 e anche i grandi campioni, da Rui Costa a Baggio, da Zola a Mancini, avevano timore nel venire a Foggia.

 

Il primo anno i rossoneri finiscono al nono posto, dopo aver sfiorato la zona UEFA, nella seconda stagione la partenza è in salita, anche perché i gioielli Baiano-Signori e Rambaudi sono stati venduti. Al loro posto, altri giovani da plasmare, che inizialmente faticano, com’era da aspettarsi. Alla fine, però, la salvezza arriva lo stesso e nella terza stagione la Coppa UEFA viene nuovamente lambita, persa all’ultima giornata soltanto. Più dei risultati in classifica, però, quel Foggia fa luccicare gli occhi di tutta Italia per un calcio spumeggiante e divertente, che non guarda in faccia a nessuno e mette paura anche agli squadroni del nord. Governato da personalità opposte, ma il cui fine era unico. Fare calcio, nel senso più alto del termine. Non senza guadagni, certamente.

Innovativo, visionario, di Casillo lo abbiamo già detto e la sua capacità di guardare più in là del suo naso emerse anche quando acquisì il 25% delle azioni del Bologna nella stagione 1992/1993 (felsinei in B) e, non solo, s’impossessò  della Salernitana dal 31 luglio 1991 al 18 ottobre 1994. Un primo caso di multiproprietà, che oggi riguarda tanti altri grandi presidenti, tra cui Lotito, De Laurentiis e Pozzo. Anche se non sempre con la medesima efficacia (vedi la difficile situazione che si vive a Salerno, con i tifosi sul piede di guerra).

Nell’estate del 1993, l’ennesima intuizione: Casillo porta all’Arechi il tecnico della primavera del suo Foggia, Delio Rossi. Un altro che parla poco e fuma più del dovuto. Sconosciuto a tutti, aprì aspre contestazioni da parte della tifoseria granata, che ritardò persino un’amichevole pre-campionato contro l’Agropoli a Lagonegro. Come andò, poi, è storia. Il 22 giugno 1994, battendo la Juve Stabia per 3-0 al “S.Paolo” di Napoli nella finale playoff, la Salernitana tornò in Serie B. Il 18 ottobre di quell’anno, il passaggio delle quote (vero o presunto, secondo i maligni) ad Aniello Aliberti. Ed il ritorno in Serie A nel 1998, sempre con quell’allievo di Zeman, che aveva capito tutto di quel 4-3-3 e trovò in Ricchetti-Artistico-Di Vaio i figli minori del tridente letale Rambaudi-Signori-Baiano.

Sia Casillo sia Zeman hanno poi vissuto anni difficili fuori dal campo per vicende giudiziarie. Il primo venne arrestato il 21 Aprile 1994 con la pesante accusa di concorso esterno in associazione mafiosa, il secondo scoperchiò il vaso di Pandora del doping e si inimicò le alte sfere del calcio, Moggi in primis. Compromettendo una carriera che poteva, forse, toccare picchi più elevati. Entrambi si sono sempre spalleggiati e fatti forza, il boemo l’unico a difendere il suo presidente sulle pagine dei giornali all’epoca dell’arresto. E dopo un’odissea giudiziaria di quasi quindici anni, infatti, Casillo verrà assolto nel 2007 dal Tribunale di Nola (Na).

Casillo è stato anche patron dell’Avellino dal 2001 al 2004 (una promozione in B nel 2003 e una retrocessione immediata con Zeman in panchina) e tornò a Foggia nel 2010, riportando Zeman e Pavone con sé. Un ritorno però fallimentare, perché i dauni non centrarono la B col boemo in panchina nella stagione 2010-2011 e dopo un anonimo campionato di C1 nella stagione 2011-2012, l’imprenditore sangiuseppese non iscrisse la società al torneo successivo, con il Foggia costretto a ripartire dalla D.

Se il “muto” Zeman ha squarciato veli con le sue poche parole, il “fiume in piena” Casillo non si è mai risparmiato davanti a giornalisti e telecamere, rivelando anche scomode verità, come quando, nel 2004, Moggi tentò di far fuori il boemo promettendo al presidente la permanenza in cadetteria dell’Avellino, di cui aveva rilevato la proprietà. Il patròn sangiuseppese non accettò, gli irpini retrocessero. Questo uno stralcio di un’intervista esclusiva rilasciata a Tuttojuve.com del 10 marzo 2014: “… Moggi è il capo, il capo dei capi. Però è innocente, mica è stato condannato! (sorride, ndr). Quando io parlo non sono credibile, i magistrati credono ai pentiti, ma non a me, che sono stato assolto in tutto. Tempo fa, ad esempio, ho scritto una lettera all’Unione Sarda rivolta al Presidente del Cagliari, Massimo Cellino, ma nessuno l’ha considerata. Nella lettera parlavo del contenzioso che c’è tra Foggia e Cagliari per il cartellino di Marco Sau, sotto contratto con il ‘mio’ Foggia. Cellino è il più grande truffatore d’Europa! Rinviato a giudizio per truffa ed evasione fiscale. Quando siamo stati arrestati entrambi nel 1994, io sono stato assolto e lui condannato”.

A quasi 72 anni Pasquale Casillo, dopo una malattia che lo vessava da tempo, è scomparso ieri notte all’ospedale di Lucera e ora sarà lì, con Franco Mancini, a ricordare l’avventura, ma soprattutto il divertimento e le grasse risate che si sono fatti in quegli anni, tra il 1986 e il 1994. I miracoli dei “satanelli”, ma com’è possibile?!

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Laureato in Scienze della Comunicazione, a Salerno. Master in Giornalismo IULM, a Milano; Giornalista professionista.