Juve, il conto non torna. Ma Sarri paga per tutti

La notte di Champions League con il Lione, triste per i colori bianconeri, pone nella maniera peggiore la parola fine alla “agrodolce” (virgolettato rubato al presidente Agnelli) stagione 2019/20 della Juventus. Come buona parte degli italiani, da ieri sera i calciatori della Juvenus sono in ferie; lo stesso non può dirsi del management bianconero, cui in dote la bruciante eliminazione patita con i transalpini lascia un conto che definire agrodolce è forse un eufemismo, e che seguendo il più main stream dei copioni alla fine è saldato da Maurizio Sarri.

Di pochi minuti fa, infatti, l’ufficialità dell’esonero di Maurizio Sarri.

Non più tardi di qualche giorno fa, ironia dell sorte (o forse no), parlando del proprio futuro nella conferenza stampa pre-Lione Maurizio Sarri si diceva convinto del fatto che lo stesso fosse già deciso, e che di certo non potesse essere stravolto (nel bene o nel male) dall’esito di una singola partita. Non sapremo mai, almeno ufficialmente, quando, come e perché la pietra tombale sul futuro juventino di Sarri sia stata effettivamente posta, ma un peso non indifferente rischia di averlo giocato il non esaltante return-match con l’OL.

L’Europa si conferma amara per la Juventus. Per l’ennesima volta; la ventitresima, per essere puntigliosi, dalla storica notte di Roma. La Juventus vede naufragare i propri sogni di gloria in Europa, per il secondo anno consecutivo (dopo la lezione subita l’anno scorso dall’Ajax di Erik ten Hag) per mano di una squadra che non fa della conquista della Coppa dalle Grandi Orecchie la propria prerogativa. In Portogallo, per la Final Eight, ci va con merito l’Olympique Lione, bravo ad affrontare con intelligenza, convinzione e un pizzico di fortuna una doppia sfida alla quale i transalpini di certo non si presentavano favoriti dal pronostico.

Nel frattempo, a  Torino, è tempo di pensare a una stagione 2020/2021 (in realtà imminente) da imbastire dunque senza Maurizio Sarri a distanza di 13 mesi dal suo insediamento in casa Juventus. Arrivato a Torino per imprimere un’epocale svolta culturale in casa Juventus, l’ex-tecnico di Empoli, Napoli e Chelsea non è riuscito a trasmettere il suo credo calcistico a una squadra che probabilmente non disponeva nemmeno degli interpreti atti ad assecondare le velleità calcistiche di Sarri. Ne è risultato una sorta di “Frankenstein”,  senza né capo né coda: un esperimento tecnico-tattico malriuscito, una squadra privata della solidità difensiva “allegriana” e incapace (se non per brevissimi momenti tratti) di sviluppare la qualità di manovra che aveva addirittura portato a coniare, con il benestare della Treccani, un neologismo che a posteriori si è rivelato la più grande condanna dell’oramai ex-tecnico dei bianconeri. Parliamo, ovviamente, del cosiddetto “sarrismo” le cui ultime tracce, in realtà, si registrarono alle pendici del Vesuvio oramai due anni fa. A questo si aggiungono una serie di esternazioni probabilmente “poco apprezzate” in sede dirigenziale, nonché un rapporto con la squadra (ma qui si entra nel campo minato di rumours e spifferi non sembre fondati) mai del tutto decollato, e probabilmente anzi crollato negli ultimi mesi.

Nette le colpe del tecnico toscano, sul cui profilo le perplessità non sono mancate dal giorno della nomina: per la congruenza con lo “stile Juve”, per la possibilità dell’allora neo-tecnico juventino di ergersi a padre della sopracitata “svolta culturale”, per la “digeribilità” di un profilo come Sarri dallo spogliatoio juventino e, in ultimo, per le valutazioni circa la capacità del tecnico toscano di  fronteggiare un’avventura professionale accompagnata da una robusta dose di pressioni e aspettative .

Sarri saluta la Juventus con un voto insufficiente, pur se con alcune attenuanti a parere di chi scrive.  A questo proposito, dove finiscono le colpe di Maurizio Sarri e dove iniziano quelle della dirigenza juventina? Ad uno sguardo più analitico, emergono infatti una serie di criticità di certo non ascrivibili a Maurizio Sarri, e relativi alla costruzione della squadra da un punto di vista quantitativo e qualitativo.

Sul primo versante, la rosa costruita da Nedved e Paratici infatti evidenzia alcune lacune che sul lungo periodo all’interno della stagione hanno palesato i propri  effetti: dall’assenza di un back-up di Alex Sandro fino ad arrivare alla presenza di un unico vero centravanti in rosa Higuaín, oramai sempre più lontano parente del giocatore che fu. Il roster juventino, poi, era strutturalmente inadeguato all’idea di calcio di Maurizio Sarri, e da questo punto di vista forse una seconda stagione sarebbe stata utile all’ex-tecnico del Chelsea per provare a impiantare i propri dettami tecnici in una selezione di calciatori più vicina alle proprie esigenze. Aldilà della composizione numerica, poi, l’interrogativo che sorge riguarda il vero valore della rosa: la Juventus è veramente, per individualità, a livello delle più grandi squadre d’Europa? Se tantissimo si è parlato del centrocampo bianconero, che nel 2015 contava su Marchisio, Pirlo, Pogba e Vidal, in generale quanti calciatori dell’attuale roster juventino troverebbero posto nel Real Madrid, Barcellona, Liverpool, o Manchester City? La sensazione è, contando gli effettivi, che le dita di una mano siano largamente sufficienti.

La scelta di puntare su Cristiano Ronaldo nell’estate del 2018, era il chiaro segnale che l’incontrastato dominio tra i confini nazionali andava oramai stretto ad Andrea Agnelli, determinato a riportare a Torino la vecchia Coppa dei Campioni. Colpevolmente, però, all’arrivo dell’asso portoghese si sono accompagnati alcuni innesti dimostratisi non all’altezza dei massimi palcoscenici europei (Ramsey e Rabiot gli ultimi in ordine di tempo, salvando invece de Ligt che ha gradualmente dimostrato grandissime potenzialità), mentre contestualmente alcuni degli uomini che fecero grande la Juve “pre-Cristiano Ronaldo” hanno cominciato ad accusare il peso dell’età. Mentre le ambizioni juventine diventavano dunque sempre più importanti, da un punto di vista tecnico ci si è forse focalizzati troppo sul tentativo di portare a Torino uno dei più grandi calciatori della storia del calcio, non riservando (colpevolmente) la stessa attenzione  alle restanti dieci maglie.

Elementi  del quale risulta assai difficile attribuire le colpe a Maurizio Sarri questi, e sui quali siamo certi non mancheranno le riflessioni in casa Juve; riflessioni dalle quali Andrea Agnelli, come testimoniato dal momento del suo insediamento al timone della società “di famiglia”, di certo non si farà trovare impreparato nel pianificare un futuro già alle porte, accompagnato dal solito robusto carico di speranze e aspettative.

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Nato a Roma nel 1989, si avvicina al calcio grazie all’arte sciorinata sui campi da Zidane. Nostalgico del “calcio di una volta”, non ama il tiki-taka, i corner corti e il portiere-libero.