Perché Pirlo alla Juventus è un azzardato tentativo di autogestione senza precedenti in altre “big”

E’ successo tutto in poche, caldissime ore in casa Juventus, quelle necessarie per chiudere gelidamente la breve parentesi Maurizio Sarri e aprire subito una nuova, clamorosa era: quella sotto il segno di Andrea Pirlo. Un ex campione che ha vinto tutto nella propria carriera da calciatore, che conosce bene l’ambiente della Continassa, ora chiamato a una vera e propria impresa: riuscire a gestire un gruppo deluso dall’ultima annata e guidato da alcuni, rumorosi senatori che l’ex tecnico di Napoli e Chelsea non è riuscito a gestire, placare, convincere pienamente.

Una notizia che ha sorpreso tutti, lasciando a bocca aperta mano a mano che l’indiscrezione prendeva forma e si trasformava lentamente in decisione definitiva e ufficiale. Pirlo era stato scelto per dirigere l’Under 23 soltanto una settimana fa, ha fatto in tempo a guardare un’altra under, la 19, nell’amichevole giocata (e persa, 6-1) contro il Monza, in quella che è stata una romantica passerella per nostalgici con le foto di Brocchi, Pirlo e Galliani immortalati in abbracci e saluti. L’esperienza in Serie C sarebbe servita per dare all’ex centrocampista la possibilità di misurarsi in un nuovo ruolo, comunque in vista di una futura promozione in prima squadra: che questo fosse l’obiettivo della dirigenza bianconera, era evidente da tempo.

Si voleva rendere Pirlo ciò che era stato fatto con due grandi del mondo manageriale contemporaneo come Guardiola e Zidane: scegliere un’ex campione da calciatore per dirigere prima le squadre giovanili e poi promuoverlo, eventualmente, al ruolo di tecnico nella rosa maggiore. Ma per l’ex centrocampista questo passaggio non ci sarà: Agnelli e la dirigenza juventina hanno deciso di lanciarlo subito nella mischia, con tutti i rischi che ne potrebbero seguire.

La scelta della Juventus si inserisce soltanto parzialmente in una tendenza che si è registrata negli ultimi tempi (con pure discreti successi) in Inghilterra, dove Chelsea, Manchester United e Arsenal hanno tutte deciso di lasciare la propria panchina sotto la guida di una propria ex bandiera: Lampard, Solskjaer e Arteta sono stati scelti perché allenatori perfettamente a conoscenza dell’ambiente in cui sarebbero stati immersi, circondati da quell’alone che circonda degli ex giocatori tanto amati dal proprio pubblico e rispettati per quanto fatto in campo. I giocatori li hanno subito accolti come eroi del passato, hanno reso l’allenatore “uno di loro”, anche per la loro recente esperienza in campo (Arteta, per esempio, oggi allena molti che furono addirittura suoi compagni di squadra).

Ma c’è una differenza sostanziale: tutti e tre (ma anche Zidane e Guardiola, appunto) hanno avuto esperienze precedenti in panchina prima di essere scelti per guidare i propri ex club, anche immergendosi in situazioni complicate. Lampard ha allenato per un anno il Derby County in Championship, Arteta è stato collaboratore di un maestro a tutto tondo come Guardiola, Solskjaer ha allenato prima le riserve del Manchester United per poi passare a Molde e Cardiff. Tutti, insomma, avevano già provato a indossare il nuovo vestito da allenatore, spesso scomodo e troppo stretto anche per chi in campo è stato un campione. Per Pirlo questa opportunità non ci sarà: la prima, grande esperienza da tecnico è già potenzialmente decisiva per la sua carriera in giacca e cravatta.

Pirlo è l’uomo scelto per gestire il gruppo, ancora prima di mostrare particolari qualità da allenatore. E’ un esperimento rischioso, completamente al buio per provare a dare alla squadra un uomo che possa capirli, dirigerli per quello che serve, offrire il proprio carisma da ex campione. Ed è una scelta tanto più traumatica perché arriva subito dopo una stagione con in panchina un allenatore che ha fatto della propria filosofia calcistica, a tratti molto integralista, il cuore del suo modo di allenare, ancora prima di essere un trascinatore emotivo di un gruppo come Sarri. L’ex Napoli e Chelsea non è stato capito e allora, nella testa di Agnelli, dev’essere passato un unico pensiero: ribaltare completamente la strada intrapresa e cominciarne una nuova. Nota soltanto di nome, ma sterrata, pericolosa, senza mezzi di sicurezza.

La polemica di Agnelli di ieri sera sull’eccessivamente elevata età media della squadra, d’altro canto, fa leggere tra le righe la volontà di iniziare a pensare a una nuova generazione da costruire. Servirebbe pazienza, consapevolezza della necessità anche di una, due stagioni di transizione e la scelta di un allenatore giovane e alle prime armi potrebbe essere perfettamente in linea anche a questa necessità. Ma la realtà attuale è diversa: è quella di un gruppo che vive con l’incubo della vittoria della Champions League, guidato da alcune personalità nello spogliatoio sempre più affamate di vittorie con l’avvicinarsi della fine della loro carriera. Servirebbe tempo per ricostruire, ma il desiderio generale attuale è quello di ottenere tutto e subito. E questo dilemma è troppo profondo da essere lasciato irrisolto dalla dirigenza bianconera: per questo, senza un’idea chiara di ciò che si vuole diventare davvero, Pirlo alla Juventus rischia di essere soltanto un esperimento di autogestione. Ma che rischia di concludersi in un disastro totale.

 

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Nato a Monza nel '95, ha tre grandi passioni: Mark Knopfler, la letteratura e il calcio inglese. Sogna di diventare giornalista d'inchiesta, andando a studiare il complesso rapporto tra calcio e politica.