Verso Euro 2021 – 1972: Germania ai piedi di Gerd Müller… e di quel maledetto Settembre Nero!

Anno di violenze e tensioni, quel 1972. La cruenza del decennio di piombo entra subito a gamba tesa nelle vite di tutti e in molti ne avrebbero pagato le conseguenze con la morte. In Italia, la primavera fu sanguinosissima. Sulle pagine di “Lotta Continua”, uscito in edicola per la prima volta l’11 Aprile (4 pagine, 50 lire), serpeggia il nervosismo di un conflitto di classe: i proletari da un lato, contro i padroni della Democrazia Cristiana dall’altro.

È del 3 Marzo, intanto, il primo sequestro politico delle Brigate Rosse che, pistola puntata alla tempia, mettono in posa, con un cartello al collo, un dirigente della Sit-Siemens, Idalgo Macchiarini. Lo slogan è chiaro: “Mordi e fuggi. Niente resterà impunito. Colpiscine uno per educarne cento. Tutto il potere al popolo armato”. Il 14 marzo muore, su un traliccio dell’ENEL a Segrate, l’editore Giangiacomo Feltrinelli, amico di Fidel Castro e seguace della dottrina militante di Che Guevara. Gli esplode addosso in circostanze “strane” un candelotto di dinamite, durante un’azione dimostrativa. Il 17 maggio alle ore 9.15 viene assassinato il giovane commissario Luigi Calabresi. È conosciuto, ha denunciato “Lotta continua” per diffamazione, per essere stato accusato di aver defenestrato l’anarchico Pinelli, in un interrogatorio post-strage di Piazza Fontana (12 Dicembre 1969). Esce di casa alle 9.10, ha 35 anni. Il colpo di pistola che lo uccide arriva al civico n.6 di via Francesco Cherubini, traversa di Corso Vercelli. Praticamente sotto casa, il killer lo attende fingendo di leggere un giornale, lo segue al parcheggio della sua Fiat 500 e gli esplode contro due colpi, uno alla schiena e uno alla testa.

Il 16 agosto il fotografo romano Stefano Mariottini, immerso nelle acque di Riace Marina per fare pesca subacquea, rinviene due sculture di bronzo perfettamente conservate, realizzate nel Peloponneso circa 2500 anni prima. Sono i Bronzi di Riace.
Il 1972 è l’anno in cui nasce l’IVA e purtroppo, con essa, l’evasione fiscale. Per uniformare la tassazione a quella della nascente comunità europea, il governo applica un’imposta che si applica sugli scambi di merce, fissata inizialmente al 12%. Imposta sul Valore Aggiunto.

Al cinema, seppur non con immediato successo, esce il primo capitolo della saga mafiosa de “Il Padrino” di Francis Ford Coppola, basato sul romanzo di Mario Puzo. Non viene mai pronunciata, però, la parola mafia. Per la prima volta, compare il nome di Corleone, un piccolo paesino di montagna in provincia di Palermo che diventerà famigerato, ahinoi, per essere la patria natìa di Totò Riina.
Nelle radio spopola un inno al pacifismo, uscito nell’ottobre del 1971. Lo ha scritto John Lennon pensando anche alla guerra in Vietnam, si chiama “Imagine” e diventerà una pietra miliare nella storia della musica. In Italia cantiamo “I giardini di Marzo” di Lucio Battisti, accusato di essere fascista e la melodica “Noi due nel mondo e nell’anima” dei Pooh.

E veniamo allo sport. Il 1972 ha due grandi appuntamenti: la fase finale degli europei in Belgio e le Olimpiadi in Germania. Queste ultime saranno ricordate per sempre. Per imprese e medaglie leggendarie? No, ancora una volta per il piombo. Monaco di Baviera, in quel momento, è la città-ombelico del mondo sportivo. Tutti i riflettori puntati su di lei. Nel bel mezzo della manifestazione a cinque cerchi, a sei giorni dalla cerimonia di chiusura, lo shock: la mattina del 5 Settembre un gruppo terroristico di stampo laico-socialista, fondato nel 1970 da fedayyin palestinesi, Settembre Nero, prende in ostaggio un gruppo di atleti della delegazione israeliana al villaggio olimpico. I terroristi ne uccideranno 11, dopo averli picchiati e torturati, uno di loro addirittura evirato. In quello che viene definito “Massacro di Monaco” persero la vita anche un poliziotto tedesco e due rapitori del commando. Il perché di quel folle gesto non è difficile da intuire, la questione palestinese prese piede già alla fine del XIX secolo e le tensioni tra Israele e Palestina si erano notevolmente acuite, dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale e la nascita dello Stato d’Israele, con la partizione della Palestina. La successiva “guerra dei sei giorni” del 1967 fu, poi, un altro brutto colpo inferto dagli ebrei agli arabi. Israele ebbe la meglio sulla coalizione Egitto-Siria-Giordania, il territorio israelita passò da 21.000 a oltre 102.000 km². Più di ventimila morti in un lampo. Cinque anni più tardi, la goccia che fa traboccare il vaso e decidere una simile azione è apparentemente banale. Se vogliamo, il pretesto ufficiale: l’indifferenza da parte del CIO e, quindi, l’implicito diniego alla richiesta della Federazione Giovanile della Palestina di poter partecipare con una propria delegazione ai giochi.

Dopo quel massacro, Israele non tardò a rispondere, anzi: operò con la legge del taglione. Autorizzato dal premier Golda Meir, venne chiamato “Operazione Collera di Dio” o anche “Operazione Baionetta” il piano segreto del Mossad (il servizio segreto israeliano) per uccidere tutti i soggetti ritenuti direttamente o indirettamente responsabili di quell’eccidio. Quest’operazione si sarebbe protratta per più di vent’anni.

Atmosfera decisamente più rilassata e clima da grande competizione si respirava poco meno di tre mesi prima in Belgio, il Paese ospitante della quarta edizione dei campionati europei di calcio. La formula ricalca quella del torneo precedente: tra il 1970 e il 1972 le 32 nazionali partecipanti vengono divise in 8 gironi all’italiana. Le prime di ciascun gruppo vanno ai quarti e la fase ultima della competizione si gioca in gara unica in uno dei Paesi giunti fino in fondo.

L’Italia parte con i favori del pronostico e non potrebbe essere altrimenti: campione uscente e vice-campione del mondo, dopo aver giocato la partita del secolo allo stadio Azteca di Città del Messico contro la Germania, in un 4-3 che resterà eterno. Gli azzurri arrivano sul velluto ai quarti di finale, battute nel girone le più modeste Austria, Svezia e Irlanda. Nel doppio confronto che vale la final four gli uomini di Valcareggi vengono sorteggiati contro il Belgio, che ha superato il proprio raggruppamento contro il Portogallo di Eusebio, più Scozia e Danimarca.

A quel punto, però, gli azzurri perdono il suo uomo più importante, Gianni Rivera. In pratica, ce lo facciamo fuori da soli, perché il capitano del Milan viene squalificato a marzo per tre mesi fino al 30 giugno, stagione conclusa. Il motivo? Le accuse al designatore arbitrale, Giulio Campanati, reo secondo il golden boy di favorire la Juventus nella lotta scudetto ed esternate alla stampa nel duro post-partita di un Cagliari-Milan, in cui un mani involontario di Anquilletti provoca il rigore decisivo (segnato da Gigi Riva) per la sconfitta rossonera.

La gara d’andata si gioca il 29 aprile a San Siro, Riva e compagni attaccano a testa bassa, ma non riescono a superare il portiere Piot. Il talento del solo Mazzola non basta, la gara finisce 0-0 e si va in terra fiamminga. Il 13 maggio l’Astridpark, dove gioca di solito l’Anderlecht (attualmente Constant Vanden Stock), è pieno in ogni ordine di posto. Le cose si mettono subito male, perché al 23’ Facchetti stende un avversario sulla destra e l’arbitro austriaco Schiller dà un calcio di punizione laterale, una sorta di corner corto. La punizione che ne deriva sorprende la difesa azzurra ed il centrocampista Wilfried Van Moer segna di testa abbastanza indisturbato.

L’Italia cerca il pareggio, ma le forze scarseggiano. Passano i minuti e le squadre si allungano. Al 71’ Boninsegna e Mazzola duettano, ma quest’ultimo perde una palla sanguinosa sulla trequarti belga ed innesca il contropiede avversario. Il pallone finisce a Lambert sulla destra, l’attaccante del Bruges alza la testa e vede l’inserimento al centro di Van Himst. Il pallone scodellato è troppo invitante ed il centrocampista, al volo, lascia Albertosi di sasso. 2-0, partita praticamente finita. Il calcio di rigore realizzato dallo specialista Riva all’86’ rende soltanto il passivo meno amaro. 2-1, l’Italia va a casa.

Belgio, dunque, alla fase finale e designato come Paese ospitante. Le sedi aumentano, sono 4: lo stadio Heysel di Bruxelles, teatro della tragedia dell’’85, lo stadio Versé di Anderlecht, il Maurice Dufrasne di Liegi (lo Sclessìn) ed il Bosuilstadion di Anversa
La Germania Ovest ha snobbato le prime due edizioni del ’60 e del ’64, mentre nel 1968 è finita dietro la Jugoslavia nel girone di qualificazione e, quindi, fuori dalla fase finale in Italia. Le cose di lì in poi, però, sarebbero cambiate e anche in fretta. Galvanizzata dal terzo posto al mondiale messicano, ma ancor di più per gli imminenti mondiali del ’74, in cui sarà padrona di casa, la federazione tedesca sfrutta questo europeo come prova generale. Anche perché l’ultimo alloro risale al 1954, al mondiale conquistato in Svizzera da Fritz Walter e compagni. La squadra è un mix perfetto tra i campioni del Bayern Monaco, Kaiser Franz Beckenbauer in testa, ed il blocco vincente del Borussia Moenchengladbach, asso pigliatutto dentro i confini e trascinato dal fuoriclasse Gunther Netzer. Senza volerlo, abbiamo citato in ordine i primi due posti del Pallone d’Oro di quell’anno. Netzer condividerà il podio con un altro compagno di squadra, che stiamo per svelare.

I tedeschi non sbagliano una partita: si sbarazzano di Polonia, Turchia e Albania nel girone e fanno un sol boccone dell’Inghilterra ai quarti di finale, andandola a stanare a Wembley 3-1, prima di gestire lo 0-0 al ritorno. L’Ungheria deve giocare tre volte contro la Romania, prima di poterla battere. 1-1 all’andata, 2-2 al ritorno, 2-1 nello spareggio. L’URSS, infine, dà il benservito agli odiati rivali di sempre, la Jugoslavia. Conquista un prezioso 0-0 nei Balcani, replica con un netto 3-0 in casa.
Le due semifinali si giocano in contemporanea, il 14 giugno alle ore 20: ad Anversa scendono in campo Germania Ovest e i padroni di casa del Belgio, ad Anderlecht l’Unione Sovietica contro l’Ungheria.

Nella prima sfida si capisce subito chi sarà la stella di questo europeo, è un ometto grassottelo che, non si sa come, in area di rigore sembra avere a disposizione dei replicanti, perché ovunque vada la palla… lui c’è. E la butta dentro, senza star a capire come deve farlo, basta toccarla in qualche modo. Quell’anno lì, poi, sembra essere in stato di grazia. Segnerà la bellezza di 85 gol, record battuto soltanto nel 2012 dalle 95 reti di un argentino che dà un discreto “tu” al pallone. Lionel Messi. Non è certo uno sconosciuto questo attaccante degli anni ‘70, è stato già capocannoniere ai mondiali in Messico con 10 gol e noi italiani lo conosciamo bene quel picassiano modo di segnare. Ha messo non una, bensì due firme nella famosa partita del secolo. Si chiama Gerhard Müller, detto Gerd e nel 1970 è stato eletto pure Pallone d’Oro. Nato al tramonto del secondo conflitto mondiale, a suon di gol in nazionale fu ribattezzato Bomber der Nation (il cannoniere nazionale) e, vista la descrizione fisica che ne abbiamo fatto prima, rinominato anche Kleines dickes Müller (il piccolo, grasso Müller). Non deve avergli fatto mai piacere.

Il Ct Helmut Scön è un ottimo tattico, capisce che due menti raffinate al centro e degli ottimi corridori sulle fasce possono dare al gioco velocità e ariosità. Davanti a Sepp Maier, perciò, c’è il Kaiser, che difende come un soldato di frontiera e imposta come un docente di astrofisica. Il professor Beckenbauer assegna i compiti e, in mediana, tocca a Netzer eseguirli. Wimmer fa legna, Breitner da un lato e Grabowski dall’altro stantuffano più dei pistoni di una Ferrari. Al centro dell’attacco Müller trotterella, aspettando il momento buono. Alle sue spalle, Hoeneß fa un po’ quel che vuole.

Gerd strapazza da solo il Belgio, da subito in difficoltà e asserragliato nella propria metà campo. Al 24’ sul traversone perfetto di Netzer, il piccoletto salta al momento giusto e spizza la palla quel tanto che basta per toglierla dal pugno in uscita di Piot. La Germania (in maglia verde) va avanti 1-0. Beckenbauer prende il comando delle operazioni nella ripresa. È Netzer ancora una volta, però, a dare a Müller il pallone del raddoppio: l’attaccante non si fa certo pregare. Mancano solo 20’ alla fine. I padroni di casa hanno un sussulto d’orgoglio e accorciano le distanze all’83’ con Polleunis, sinistro violento sotto la traversa. Sarà un assolo inutile, perché la partita finisce così, anzi, il passivo poteva aumentare, ma Jupp Heynckes, futuro allenatore di successo, davanti alla porta manda la palla alta. Nel 1998 farà perdere alla Juventus la sua seconda finale di Champions League consecutiva, seduto sulla panchina del Real Madrid.

Sull’altro campo, l’Unione Sovietica fa valere il proprio appeal con la competizione, essendo stata già finalista due volte e semifinalista una, battuta soltanto da una monetina da 100 lire. La partita la fanno i magiari, sono tecnicamente più dotati, ma vanno a sbattere contro il solido muro difensivo sovietico. Dopo un primo tempo dominato e tre occasioni sciupate da Kü, Dunai e Páncsics, in apertura di ripresa la svolta. Sugli sviluppi di un corner al 53’, il destro secco al volo di Anatoliy Konkov è micidiale e finisce in rete. Gli ungheresi non ci stanno, continuano ad attaccare e, a cinque minuti dalla fine, possono rimettere in piedi quella gara. Un fallo scellerato, da dietro e in area, di Revaz Dzodzuashvili su Dunai provoca la concessione del calcio di rigore. Sándor Zámbö va sul dischetto, ma gli tremano le gambe e Evgeni Rudakov indovina l’angolo giusto, buttandosi alla sua sinistra. L’Unione Sovietica è in finale, per la terza volta in quattro edizioni.

La finale del campionato europeo si gioca quattro giorni più tardi, il 18 giugno allo Stadio Roi Baudouin di Bruxelles, meglio noto come Heysel. Germania Ovest contro URSS, fischio d’inizio ore 16 (ma quanto erano belle le finali giocate di pomeriggio?).
Fin da subito lo squilibrio di forze appare evidente. Per i panzer tedeschi quella partita si rivela poco più che un allenamento. Così come lo era stato neanche un mese prima, quando le due formazioni si erano affrontate in un’amichevole di preparazione al torneo all’Olympiastadion di Monaco, inaugurato per l’occasione con la sua splendida volta reticolata che lo renderà celebre. Il 4-1 era un presagio più che concreto di come sarebbe stata anche la finale del campionato europeo.

Dopo i primi venti minuti di dominio assoluto, il gol che apre le marcature è frutto di un’azione così veloce, da essere tranquillamente riconducibile ad una partita del calcio di oggi. Beckenbauer avanza palla al piede sulla trequarti con il suo solito carisma, imbuca per Müller al centro e il panzer tracagnotto numero 13 la tocca di prima all’indietro, alzando la sfera, per l’accorrente Netzer. Il destro al volo del 10 si stampa all’incrocio dei pali e torna in campo. Grazie ad un rintuzzo della difesa sovietica, la palla finisce al vertice destro dell’area di rigore, dove c’è Joseph Heynckes, detto Jupp. Stop di petto e destro secco di mezzo esterno di prima intenzione. La rasoiata è tesa, precisa, il portiere Rudakov fa un balzo gigante per respingerla. Ed è lì che il replicante di Müller si palesa, davanti alla porta. Ma come, un attimo fa era al limite dell’area, come fa ad essere lì? Lo stop è con l’ombelico, nel suo sgraziato modo di fare, il tap-in a porta vuota è cosa fatta. Germania 1, URSS 0. Azione corale bellissima, finalizzazione da censura, ma tant’è.

Si va al riposo, ma, al rientro dagli spogliatoi, la musica non cambia. L’URSS non c’è oggi. Al 52’ il raddoppio è di marca ‘Gladbach: Netzer verticalizza, ancora Heynckes rifinisce e, dalla trincea, sbuca il soldato semplice Herbert Wimmer, che taglia in due la difesa sovietica e in diagonale, di sinistro, butta una seconda volta la palla in rete. Germania Ovest 2, URSS 0. Quando un collettivo funziona e gioca a grande livello, anche la classe operaia va in paradiso.

Il tris arriva 6’più tardi e va a prenderselo a tutta forza ancora Gerd Müller, il quale innesca l’azione e si butta in area come se già sapesse che quel pallone, prima o poi, gli sarebbe tornato indietro. Come un cane da riporto con il frisbee in bocca. Il piatto destro è implacabile, Rudakov è battuto per la terza volta. Germania Ovest 3, URSS 0. Mancano ancora 32 minuti alla fine, ma quel gol è già una sentenza. La si poteva chiudere lì tranquillamente, lo avrebbero voluto anche i sovietici. Lo stesso Uli Hoeneß ammetterà: “Quella partita poteva finire 5 o 6 a zero, eravamo troppo superiori”. La folla di tifosi tedeschi, impazzita, comincia ad accalcarsi attorno ai lati del campo, disegnando un perimetro giallo, rosso e nero impressionante. Al triplice fischio l’invasione è totale, le maglie rosse con la scritta CCCP vengono risucchiate nel vortice e scompaiono. La Germania Ovest è, per la prima volta nella sua storia, Campione d’Europa. Il mondiale casalingo alle porte confermerà che quella squadra è un’autentica macchina da vittorie, forgiata dal blocco granitico del Bayern Monaco che, tra il 1974 e il 1976, porterà a casa per ben tre volte consecutive la Coppa dei Campioni.

Capocannoniere del torneo con 4 dei 5 gol totali della Germania, per Gerd Müller gli anni ’70 saranno gravidi di gloria. Si ritirerà dal calcio giocato nel 1982. Dopo, però, la sua vita non è stata più una favola. Colto da una depressione acuta, Kleines dickes Müller è sprofondato nell’alcolismo. I compagni di squadra del Bayern hanno provato a risollevarlo, facendolo disintossicare e poi offrendogli un incarico nello staff tecnico delle giovanili nel 1992. Una seconda vita per Gerd, che non smetterà mai di ringraziare per questo. Dopo averli portati ripetutamente in alto, i suoi compagni di squadra gli avevano restituito la vita. Nel luglio 2011, però, mentre si trova in Italia, a Trento, fa perdere le sue tracce per una notte intera. Lo ritrovano le forze dell’ordine in stato confusionale 15 ore dopo. Un primo, chiaro segnale di ciò che nel 2015 viene reso pubblico: Alzheimer.

Tutt’ora, il Bomber der Nation, campione d’Europa nel 1972, vive in un centro medico specializzato. Se avrà dimenticato parte della sua vita, della sua Germania, non possiamo saperlo. Quel che sappiamo, però, è che la Germania non si dimenticherà mai più di lui.
Curiosità finale, ricordate il belga Van Himst, quello che, di fatto, ci elimina ai quarti? Ecco, lui è un eroe per il calcio belga, ma anche una star del cinema che molti ignorano. Perché John Huston nel 1981 lo volle nel suo celebre film-capolavoro “Fuga per la vittoria”, in cui gioca la partita della liberazione contro i nazisti, insieme ad altri campioni come Pelè, Ardiles, Bobby Moore e agli attori professionisti come Sylvester Stallone, Michael Caine e Max Von Sydow, recentemente scomparso.

VERSO EURO2021, USCITE PRECEDENTI:

PUNTATA #1 – 1960, URSS campione e la stella che non c’è: Ėduard Strel’cov

PUNTATA #2 – 1964: la Spagna alla rivincita del “partido fallido”, e la prima “prova tv”

PUNTATA #3 – 1968: una monetina e… finalmente Italia!

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Laureato in Scienze della Comunicazione, a Salerno. Master in Giornalismo IULM, a Milano; Giornalista professionista.