NFL – Super Bowl LIII: inutile, bellissimo

Secondo una ricerca accademica sulla potenza delle squadre NFL considerate come “brand” di loro stesse e apparsa su 247sports a gennaio 2018, i Los Angeles Rams sono al 31esimo posto assoluto. Ultimissimi per attività social e fatturato proveniente dai tifosi della squadra, i californiani hanno pagato persino più dei Chargers (27esimi) la rilocazione nella città degli angeli, avvenuta tre stagioni fa.
I follower dei Rams su Twitter sono 880’000 mentre quelli dei Dallas Cowboys, a esempio, tre milioni e mezzo.

I Rams incroceranno le armi con i New England Patriots nella notte di Atlanta nel Super Bowl 53.
Questi li conoscono tutti: il più grande – e bello – quarterback di tutti i tempi, il miglior allenatore mai visto nello sport mondiale, il più attivo mercato sportivo d’America, quella Boston che vince titoli anche in NBA, MLB, NHL a frequenza rispettabile.
Si parla tanto, se non sempre, dei Patriots; lo si fa molto nell’ambito della famosa “narrazione sportiva” cioè libri, documentari, articoli – forse anche questo editoriale – che romanzano la realtà dello sport per trovarne gli aspetti più trasversali anche per chi di football, in questo caso, mastica poco. Con l’obiettivo di convertire, far appassionare, generare guadagno ulteriore da spazi pubblicitari che già vanno via come il pane durante una carestia.

Ecco: che diavolo scrivi o dici o racconti ancora dei Patriots? A Tom Brady hanno affibbiato l’epiteto di G.O.A.T in un esercizio di etichettatura anglosassone che tanto piace all’americano medio; l’hanno fatto quella sera a Houston in cui recuperò 25 punti ai Falcons per vincere il suo quinto Super Bowl, più di ogni quarterback mai nella storia. Cosa è rimasto da dire di lui? Nulla, è il più forte e gioca in un sistema che vince continuamente.
Dichiarando che comunque vada lui non si ritirerà lunedì mattina, ha tolto alla NFL anche la storyline del ritiro – come invece fu per il suo rivale Peyton Manning tre anni fa.
I Patriots, Brady e Bill Belichick hanno asportato a intermittenza lo storytelling relativo al football mondiale dalle fauci dei pubblicitari e della lega stessa, messi nella posizione di vivisezionare ogni impresa di questi mostri in cerca di un dettaglio che venda giornali.
Nei trend Twitter a Boston di venerdì 1 febbraio i Patriots non esistono, il primo posto è dei Bruins, squadra NHL della città del Massachussets, poi c’è Star Trek.
A due giorni dal Super Bowl.

Non c’è rivalità tra le due squadre: Brady ha come dirimpettaio Jared Goff, giovane al terzo anno con il quale non ha nulla in comune. Non ci sono storie tese tra rispettive offensive line e defensive line, tra ricevitori di New England (anonimi) e cornerback di Los Angeles.
Sul campo si sa già che Cory Littleton soffrirà contro James White, che Wade Phillips, defensive coordinator dei Rams, sarà il vero ago della bilancia nel cercare di fermare l’attacco della costa Est e che la difesa dei Pats soffrirà ma che gli stessi rimarranno favoriti fino all’ultima scommessa. Nessuna news su possibili infortuni e defezioni dell’ultimo secondo – visto che Todd Gurley sta bene a quanto dice il suo allenatore.

I media si affannano sul ritiro probabile di Rob Gronkowski (ritrattato non più di qualche ora fa), sul grande vecchio Belichick contro Sean McVay – allenatore 32enne dei Rams – e sulla rivincita di Brandin Cooks, messo da parte da New England che ora ha trascinato Los Angeles al Super Bowl. Ma niente di ciò ha potenza persuasiva, trasversalità, seduzione, attrattiva. Sono storie per noi appassionati che allo spettatore occasionale dicono poco.
Noia, prima del kick off sarà solo noia.
A nessuno frega niente dei Rams a Los Angeles, nessuno si diverte ad aggiornare il libro dei record dei Patriots, tranne i loro stessi tifosi. Sono passati i tempi del brutto anatroccolo Nick Foles, dell’occasione dei Falcons, del ritiro di Manning, delle aspirazioni egemoniche di Brady, della dinastia nascente dei Seahawks.
I Rams, giovani e forti, ci saranno anche domani. I Patriots pure, per quanto incredibile possa sembrare.

Il Super Bowl numero 53 è didascalico.
Occasione imperdibile per godersi il football.

Il genio offensivo di McVay nell’attrarre i difensori rivali con continui movimenti dietro la linea di scrimmage. La maturazione avvenuta negli ultimi istanti del Championship di Jared Goff e che il 24enne è obbligato a portare sul campo di Atlanta. L’attesa per vedere se sul rettangolo di gioco i Patriots cavalcheranno il runningback Sony Michel come fatto finora nei Playoff. Valutare su Brady avrà contro Ndamukong Suh e Aaron Donald i due secondi che gli servono per lanciare con la solita devastante precisione. Poi c’è Gurley, senza dubbio il più talentuoso in campo, centellinato fin qui forse proprio per esplodere nella notte della sua Georgia come la stella che è. E se tutto, come nel Super Bowl 36, si riducesse a un field goal Greg Zuerlein e Stephen Gostkowski deluderanno o saranno pronti a regalare il Vince Lombardi alle loro fantastiche squadre?

Neppure volendo c’è qualcosa di cui ciarlare prima e dopo questo Super Bowl. C’è solo il campo. Quello di cui si dovrebbe esclusivamente parlare.
Ogni anno guardiamo il dito e non la luna. Il Super Bowl 53 non cambierà nulla alla NFL, ma potrebbe cambiare immensamente il rapporto che il pubblico ha verso questo evento. E che gli stessi storyteller hanno con esso. Ricordando loro che la grande bellezza del football è in ciò che accade in quei 60 minuti. La luna, non il dito.

Altri 53 di questi Super Bowl didascalici.

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È convinto la vita sia una brutta imitazione di una bella partita di football. Telecronista, editorialista, allenatore. Vive di passioni quindi probabilmente morirà in miseria. Gioca a golf con pessimi risultati; ma d'altra parte, chi può affermare il contrario?