Brasile 2014, il personaggio: Jürgen Klinsmann

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Un personaggio al giorno, dentro o fuori dal rettangolo di gioco, fino al 14 luglio: durante tutti i Mondiali vi regaleremo quotidianamente la biografia compressa di giocatori e non solo. Oggi è il turno di Jürgen Klinsmann, Commissario Tecnico della squadra statunitense di calc… volevamo dire “di soccer”.

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È stato l’unico allenatore di soccer presente al Mondiale. Gli altri, o perlomeno la maggior parte, allenano squadre di fútbol, futebol, football. Poliglotta se ce n’è uno: ha giocato in Germania (ovviamente, essendo tedesco), Francia (Monaco), Italia (Inter e Sampdoria), Inghilterra (Tottenham) e Stati Uniti (Orange County Blue Star, squadra di una lega amatoriale).

Ecco, partiamo da qui: Klinsmann che, ritiratosi nel 1998, cinque anni dopo gioca in una lega amatoriale (8 presenze, 5 reti, 39 anni: non c’è male). Dall’altra parte del mondo, ovviamente, perché negli anni successivi al ritiro si è trasferito a vivere in California. Due cose da rilevare: la prima è che giocava sotto pseudonimo (“Jay Goppingen”, presumibilmente perché Klinsmann è nato a Göppingen) per non dare nell’occhio; la seconda è che stare negli USA trasformerà il modo di pensare del tedesco.

Da diverso tempo in qua, tutti sono soliti riconoscere la Germania tra le favorite d’obbligo di qualsiasi competizione; all’inizio del millennio non era affatto così: malissimo a Euro2000, bene (secondi) nel Mondiale nippocoreano, di nuovo fuori nei gironi a Euro2004. E quindi la suggestiva scelta di Klinsmann, alla prima esperienza da allenatore, che in America è rimasto impressionato dal modo di vivere e di pensare l’agonismo: di qui anche l’idea di giocare con la maglia rossa, la presenza di uno psicologo nello spogliatoio, il pensiero positivo e così via.

Intendiamoci: la Pantegana Bionda (come veniva chiamato dalla Gialappa’s Band ai tempi dell’Inter) non era soltanto un motivatore: aveva un assistente non troppo noto ma competente (un certo Joachim Löw), e rapporti altalenanti con la Federazione (con Bierhoff furono gioie e dolori, con Sammer quasi solo dolori). Ma tutto questo riuscì a fortificare il gruppo tedesco, che al termine del Mondiale si riscoprì terzo (sappiamo con chi perse, in semifinale).

E adesso, appunto, l’avventura con gli USA. Avventura sicuramente coronata da un successo: avere fatto parlare diffusamente del soccer (eh, lo chiamano così), e avere ipnotizzato milioni di statunitensi incollati ai televisori (l’ascolto della nazionale è stato superiore a quello della finale NBA: difficile pronosticarlo). Persino Obama si è complimentato, e poi poco conta se uno come Chris Wondolowski, due volte capocannoniere della Major League Soccer (2011 e 2012), spara alto a porta vuota.

Gli Stati Uniti sono un raro caso di paese senza un vero sport egemone. Di fatto ne hanno almeno tre: baseball, basket e… football. Finora football americano, chiaro; ma almeno per un giorno, grazie al più americano dei tecnici europei, il soccer ha fatto mangiare la polvere ai fantastici tre.

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14 giugno – Stefano Bizzotto
15 giugno – Gary Lewin
16 giugno – il sorteggio
17 giugno – Pepe
18 giugno – Guillermo Ochoa
19 giugno – Iker Casillas
20 giugno – Roy Hodgson
21 giugno – Giorgio Chiellini
22 giugno – Miroslav Klose
23 giugno – Fabio Capello
24 giugno – il parrucchiere (di Neymar)
25 giugno – Cesare… Maldini
26 giugno – l’esprit de l’escalier
27 giugno – Claudio Sulser
28 giugno – lo psicologo dimissionario
29 giugno – Mauricio Pinilla
30 giugno – Arjen Robben
1° luglio – Thomas Müller
2 luglio – Mario Ferri

Pietro Luigi Borgia
Pietro Luigi Borgia
Cofondatore e vicedirettore, editorialista, nozionista, italianista, esperantista, europeista, relativista, intimista, illuminista, neolaburista, antirazzista, salutista – e, se volete, allungate voi la lista.

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