Marco Pantani, un uomo solo al comando

“E adesso pedala, la bici l’ho voluta io e tiro la volata ormai”. Eri sereno, Marco. Eri sereno, o almeno lo sembravi, quando tutti i giorni entravi nelle nostre case con la sigla del Giro d’Italia. Era il 1996, tu non potevi correre perché l’anno prima un fuoristrada ti aveva investito mentre eri in bici. Per tu eri il simbolo del ciclismo italiano, eri Marco Pantani. Tu eri quello che era riuscito a riportare l’Italia ai primi posti di Sua Maestà il Tour de France, quindi al Giro in qualche modo dovevi esserci, ti spettava di diritto. La tua pelata coperta dalla bandana, tanto da essere conosciuto da tutti come Il Pirata, e il tuo sorriso e il tuo sguardo, in quel momento non malinconici, aprivano con allegria ogni tappa. Poi sei tornato, di nuovo al tuo Tour, e sei arrivato ancora terzo.

Ma il tuo trionfo, il trionfo di tutta l’Italia che non sbraita, che non ha bisogno di farsi vedere grande per esserlo davvero, arriva nel 1998: prima ti sei preso il Giro e poi il Tour. Eh, Marco, lì eravamo tutti con te sui pedali, eravamo tutti, anche chi non era appassionato di ciclismo, ad aspettare davanti alla televisione o a chiedere agli amici: “Oh, cos’ha fatto Pantani?”. Perché tu potevi. Solo tu potevi raccontarci su due ruote un mondo di emozioni. E così è successo che hai fatto il miracolo che era riuscito a pochissimi, fra i quali un certo Gino Bartali: unire tutta l’Italia, diventare un catalizzatore di speranze e ottimismo e far dimenticare per qualche ora i problemi quotidiani. Gino Bartali evitò una guerra civile con i suoi trionfi, tu in altri tempi avresti fatto lo stesso.

Poi sono arrivati gli scandali, i consigli sbagliati di gente che non ti amava come invece ti amava il resto del tuo Paese. “Mi sono rialzato, dopo tanti infortuni, e sono tornato a correre. Questa volta, però, abbiamo toccato il fondo. Rialzarsi sarà per me molto difficile” dicesti dopo essere stato scoperto positivo ai test del 1999 a Madonna di Campiglio. E così purtroppo è stato. Sei tornato a correre, perché quelle due ruote e quei tornanti in salita erano la tua vita, ma hai capito sin da subito quanto fosse più difficile stare con i piedi per terra con certe “compagnie” piuttosto che volare in sella su Les Deux Alpes o fino al Mortirolo. Ed eccoci all’epilogo, un epilogo probabilmente in solitaria, come di fatto è stata la tua vita.

Hai lasciato un vuoto incolmabile nel mondo dello sport quando te ne sei andato, nova anni fa proprio oggi. Hai lasciato polemiche, sospetti, teorie di complotti o di disagi psicologici. Però, caro Marco, ricordati sempre che se ancora adesso, nell’epoca dei blog, dei social network, delle web tv – chissà come sarebbe stato tutto questo se ci fossi stato anche tu -, dei falsi miti, della celebrità che dura lo spazio di pochi minuti come diceva il grande Andy Warhol, noi parliamo di te e pensiamo a te, probabilmente qualcosa di grande l’hai costruito davvero. Grazie Marco, in ogni caso.

 

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Nata il 7 ottobre 1982 e laureata in Teorie e tecniche della comunicazione mediale, è giornalista professionista. Lavora al quotidiano Il Giorno. Musica, cinema e sport (tranne i motori) sono le sue droghe.