Mors tua vita mea

Estraniandoci per un attimo, dimenticando per quale squadra si tifa, e tentando di ragionare sul calcio e sulla vita in generale, proviamo a porci un quesito: è giusto rinunciare alla fortuna personale per fare quella del collettivo? In linea di massima, sì; nel senso che essere egoisti non è mai un qualcosa che, a lungo andare, produce i suoi frutti, quindi, meglio abbassare lo sguardo, intuire che c’è la possibilità ma lasciarla correre via, e fare in modo che arrivi l’altra opportunità, quella che riguarda sì, comunque se stessi, ma soprattutto tutti gli altri che hai attorno.

La generosità, questa sconosciuta: al mondo d’oggi è oramai una virtù, ancora apprezzata ma non sempre riscontrata. Ce ne sono tipi e tipi, e siamo sicuri che ogni forma sia assolutamente produttiva? Sembra di no. Un momento: non sto divagando, so che questo è un sito calcistico e sto arrivando al punto del discorso. La mia non è un’ispirazione filosofica notturna; è solo che ho preso la cosa un po’ alla lontana. Ma è ovvio che un rimando pallonaro ci sia, ed è ancor più ovvio che sia perfino piuttosto immediato: Napoli-Milan. Per il Diavolo sembrava una serata da profondo rosso quella del San Paolo, quando tutt’a un tratto ecco che il Faraone si sveglia e dimostra che a vent’anni si può essere più che trascinatori. Dieci gol in campionato in sole tredici partite disputate, numeri incredibili, e un talento sopraffino, la cui purezza era comunque già riscontrabile, parzialmente, l’anno scorso, quando in rossonero c’era un altro trascinatore, nientemeno che Zlatan Ibrahimovic.

Soltanto che, allora, le cose per il povero Stephan erano belle complicate: lui, fringuello del pallone giunto in punta di piedi a Milanello; l’altro, genio indiscusso e viaggiatore, leader, capace di giungere in rossonero e rendere robusta e vincente una squadra, un gruppo, una tifoseria. Attorno a quest'”altro”, tutto ruotava: Nocerino aveva imparato a segnare, Emanuelson poteva vantarsi di essere un jolly, impiegato praticamente ovunque in mezzo al campo, Robinho era ispirato; insomma: la situazione era più che positiva. Per il gruppo, per il collettivo. Ed eccoci giunti al discorso di partenza.

Stando alle idee dell’allenatore, infatti, con Ibra in campo di posto per “lui”, El Shaarawy, ce n’era ovviamente di meno, molto di meno. Alla sua palese qualità veniva preferita l’esperienza, ma quella degli altri; al suo talento veniva chiesto prima di maturare, di esplodere, e poi, solo poi, avrebbe magari avuto le sue chance. D’altronde, in campo tutto andava per il meglio: c’era Ibrahimovic, mica uno qualunque, e Ibra vuol dire sempre gol. E i gol vogliono dire spesso vittorie, e dunque punti. E i punti fanno la fortuna del collettivo.

Adesso che Ibra non c’è più, ovviamente, tutto è cambiato, e dalla fortuna collettiva si è passati a quella… individuale. Il Faraone trova più spazio, si è conquistato “il posto fisso” — paradossalmente, proprio come i ragazzi della sua età sperano di fare, giorno dopo giorno, nella “vita reale”. Il Milan non esalta, la classifica è amara, e la colpa la si dà ad Allegri, anche se tutti sanno che in realtà non è così. O meglio, non è esattamente così. Allegri ha contro il fatto di non riuscire a trovare una soluzione, ma d’altro canto non ha più Ibra, là davanti. Sì, non ha neanche più Thiago Silva e il gruppo dei senatori, ma a questo editoriale non interessa. A questo editoriale interessa solo che non c’è più Ibra, appunto, e le cose per la squadra non vanno, di conseguenza, come si sperava. Vanno un po’ meglio, invece, per El Shaarawy, che per sua fortuna non passa neanche per l’egoista di turno: anzi, ben venga che ci sia lui a togliere le castagne dal fuoco. Anche se, sotto sotto, è impossibile che lui non gongoli un po’ per il fatto che il vecchio Zlatan se ne sia andato Oltralpe. Un po’, eh: non tanto, Stephan è un bravissimo ragazzo ed è tutt’altro che poco solidale. Ma è impossibile, suvvia, che non sia un pizzico contento di avere più spazio per sé. E’ normale, dopotutto: mors tua vita mea si diceva giusto un po’ di anni fa. Senza eccessivo egoismo, ci mancherebbe, né rancore. Solo tanta consapevolezza di dover approfittare di quelle situazioni che la vita, e lo sport, ti fanno capitare a tiro, di tanto in tanto. Di quei momenti negativi – degli altri, comunque amici – che ti consentono di costruire le tue fortune. Sperando magari che presto queste convergano a favore di tutto il collettivo, ed è sicuro che accadrà. Perché la ruota gira, e il Faraone, un giorno, si troverà lui stesso a occupare il posto di qualche talento del futuro. Almeno fino a quando qualche sconosciuto riccone di non si sa che angolo del mondo lo noti, lo corteggi, lo prenda e se lo porti via.

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Appassionato di sport – calcio, NFL e tennis su tutti. Direttore di MondoPallone.it, giornalista e telecronista di Sportitalia. Ottimista e molto (troppo) frenetico. Email: amilone@mondosportivo.it