Goditela, Napoli!

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“Un giorno all’improvviso”, “Abbiamo un sogno nel cuore”, “Difendo la città”, “Napoli torna Campione”. Canta Napoli, titolerebbero quelli bravi. 
E a Napoli si canta e si festeggia ormai da settimane. Una cavalcata da record con numeri strabilianti. Al primo posto non solo in classifica punti ma anche per: gol segnati, tiri nello specchio, palloni giocati in area avversaria, percentuale di possesso palla, azioni con più di 10 passaggi, gol dopo azioni con più di 10 passaggi, recuperi palla nella trequarti avversaria, minor tiri subiti nello specchio, minor numero di gol subiti. Il 99% dei gol sono stati realizzati dall’interno dell’area di rigore (record europeo stagionale). Altri record che vedono il Napoli in testa nel calcio europeo riguardano: i gol dal calcio d’angolo, i gol su schemi da palla inattiva e quelli messi a segno dai subentranti.

Numeri che stanno a sottolineare il gran lavoro portato avanti da Luciano Spalletti e il suo staff in appena due stagioni. Un percorso intrapreso da circa un decennio con la costruzione di qualcosa senza precedenti, passato per le gestioni Mazzarri, Benitez, Sarri, Ancelotti e Gattuso. Ognuno di loro, chi più e chi meno, ha portato i propri ingredienti, con quelli migliori lasciati in eredità ai successori. Il tecnico di Certaldo ha saputo mantecarli e gestirli, aggiungendo i propri per una ricetta formidabile. 
Sotto l’oculata, attenta, complicata, di rado simpatica, spesso contorta, sopra le righe, pungente conduzione societaria dell’era De Laurentiis. Manca però l’aggettivo primario: vincente. Sì, perché può essere simpatico o meno ma il Presidente del Napoli ha dimostrato di saper promettere e mantenere, fare proclami e realizzarli, prendere una squadra in Serie C e portarla a vincere l’agognato Scudetto. Sfidando, di giorno in giorno, i detrattori. Dimostrando che per vincere serve il giusto tempo, coltivare progetti, saperli adattare dopo piccoli o grandi fallimenti. E non è necessario, seppur fondamentale per avere i migliori riconoscimenti, risultare simpatici.

Dopo le cessioni estive in pochi avrebbero scommesso su un Napoli così, l’addio di Koulibaly, Fabian Ruiz, Insigne e Mertens su tutti avevano fatto storcere il naso a molti. I rimpiazzi, poi, erano accompagnati da scetticismo misto a ironia sulle origini calcisticamente poco esaltanti (in quanto georgiane) e sull’impronunciabilità del nome di Khvicha Kvaratskhelia, sul coreano dal nome che era da sé un meme da social Kim Min-jae, gli arrivi di Raspadori e Simeone che avevano come sempre fatto dedurre ai disfattisti: “Vabbè ma se erano davvero forti li lasciavano prendere a noi?”.
 L’effetto sorpresa sulle prestazioni dei nuovi arrivi e di un redivivo Lobotka (bollato subito come calciatore finito e chiaramente sovrappeso) ha prodotto una reazione esplosiva. Mario Rui e Di Lorenzo con le loro sovrapposizioni, Rrahmani ad agire al fianco del sudcoreano, gli inserimenti di Zielinski, i palloni recuperati da Anguissa, le folate del georgiano e di Lozano, il mancino educato di Politano, la fluidità e l’eclettismo di Elmas, la devastante fisicità di Osimhen. Hanno disegnato calcio per un’intera stagione, surclassando molte delle avversarie. Per non parlare della sicurezza recuperata di Meret e dei rincalzi sempre pronti a dare il proprio contributo come Olivera, Ndombele e Juan Jesus. 
Questo è lo scudetto di una rosa con molti stranieri ma è la rivincita di paesi che calcisticamente hanno ottenuto poco: Kosovo, Georgia, Slovacchia, Corea del sud, Camerun, Macedonia del Nord, Messico, Nigeria.

Tanti i momenti belli e che potrebbero essere ascritti nel novero di quelli decisivi. Le vittorie all’Olimpico, quella al Mezza con il Milan, a Bergamo, il 5-1 alla Juventus, quella strappata nel finale ai giallorossi, lo 0-4 a Torino e la vittoria allo Stadium con Raspadori. Una cavalcata degna di sinfonie con inevitabili note sbagliate all’interno, senza le quali più che vincente il Napoli sarebbe stato sovrumano. 
Di Lorenzo alzerà la Coppa e con lui idealmente ci saranno i capitani di questi lunghissimi 33 anni, da Ciro Ferrara a Roberto Bordin, da Francesco Baldini a Oscar Magoni passando per Pino Taglialatela, Roberto Ayala, Roberto Stellone, Gennaro Scarlato, Francesco Montervino, Gennaro Iezzo, Paolo Cannavaro, Marek Hamsik e Lorenzo Insigne.

Lo scudetto del Napoli è una vittoria che ne porta altre con sé. Ridimensiona i complottismi esasperati, zittisce chi con i social ha trovato il proprio triste modo di affermarsi attraverso critiche feroci e senza costrutto, dimostra che non sempre vince il più ricco e che anche in un luogo pieno di zone buie e paralizzanti è possibile creare eccellenze riconosciute anche oltre confine. 

Una città con mille contraddizioni e inganni, colpevolizzata in maniera costante per lacune e debolezze insinuatesi nel tempo a causa di popoli conquistatori che poco avevano a cuore il tessuto sociale di Napoli. Arretratezze e povertà da cui lo stesso popolo napoletano non ha avuto coraggio e voglia di emanciparsi ma una cultura intrisa di ironia, leggerezza e straordinaria empatia ha caratterizzato da sempre i figli di Partenope, quelli rimasti a Napoli e quelli che invece hanno dovuto “emigrare”.

Napoli festeggia il Napoli anche fuori da Napoli. E male hanno fatto quei comunicati che intimavano i non festeggiamenti altrove, un modo sprezzante di tenere lontano il chiasso e le manifestazioni di gioia dei napoletani tifosi, non in quanto tali ma per i loro luoghi natali. L’ennesima ghettizzazione territoriale per lo straniero che straniero non è. Quanto sono fastidiosi questi napoletani che non hanno voglia di lavorare e che hanno sempre voglia di fare bisbocce con il loro slang cafone e i loro modi così passionali. Non possiamo permettere che si prendano un paio d’ore in piazza o che espongano i propri vessilli al vento. 

Se si pensa agli emigranti verso il nord più ricco e tracotante di altezzosa e presuntuosa arroganza non possono che venire in mente le scene di Troisi in “Ricomincio da… 3”. Un titolo che sembrava già pronto per questo momento, tra l’altro. Il senso di vergogna di chi deve abbandonare la propria terra, allontanarsi da luoghi e affetti cari per andare in posti in cui vedersi scherniti costantemente, con spesso piccole e sferzanti battute e considerazioni fuori luogo. Eh sì, perché se sei una persona perbene e lavoratrice (come la stragrande maggioranza) ti devi sentir dire che sei un napoletano anomalo, e questo fa ancora più male. 
La rivincita di un popolo, mentre altrove non si ha la minima voglia di tributare gli onori a chi è stato più bravo, più forte. Perché sono già pronte le notizie diffamatorie, i post con le auto rubate, le immagini dei panni stesi per strada, i caroselli sugli scooter senza casco o con tre persone a bordo, le notizie riguardanti le infiltrazioni della Camorra o quelle in cui la città collassa sotto la folla festante. 
Napoli festeggia lo scudetto come nessuno e invece di esserne un po’ partecipi, con felicità o mera solidarietà, si pensa al campanile da preservare. E le critiche giuste ed appropriate sfociano subito in un mare di fango che tende ad autoalimentare preconcetti colmi di demagogia da quattro soldi.

Il Napoli è Campione d’Italia per la terza volta nella sua storia. Non si deve gioirne per forza, anzi. Il bello delle rivalità è proprio qui. E le rivalità non hanno senso se non esiste neanche un attimo per riconoscere all’avversario l’onore delle armi. Fermarsi ad applaudire, per pochissimi momenti, per riconoscerne il merito. E poi subito dopo ricominciare a sfidarsi.

Godi Napoli! Sei Campione d’Italia. E con te, in primis, gli artefici di questa indimenticabile cavalcata.

Vito Coppola
Vito Coppola
Telecronista e opinionista radio/TV, già a SportItalia e addetto stampa di diverse società. Non si vive di solo calcio: ciò che fa cultura è la fame di sapere, a saziarla il dinamismo del corpo e del verbo.

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