Andrea Agnelli-Juventus: il capolinea che (forse) non ti aspetti

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E’ un innocuo lunedì sera e, lungo lo Stivale, gli appassionati di calcio mandano in archivio il 1/o giorno lavorativo della settimana dividendosi al solito tra due fazioni: chi ai Mondiali di Calcio riesce ad appassionarsi anche senza Italia e magari si gusta Portogallo-Uruguay da una parte, all’angolo opposto chi  approfitta dell’inopinata assenza Azzurra per regalarsi qualche settimana di “vacanza” da stadi, partite, schedine, fantacalcio e chi più ne ha più ne metta.

Ad “unire l’Italia” ci pensa allora la notizia bomba che, poco dopo le 21.15, comincia a diffondersi a velocità pazzesca su social, chat e telefoni dei calciofili d’Italia: il CdA della Juventus si è dimesso per intero. Il trambusto che agita la rete nel paio d’ore che segue è destinato a rimanere negli annali, coerentemente con la portata dell’evento che racconta: a Torino, incredibilmente per molti, è terminata l’era Andrea Agnelli.

Della storia circolano le versioni più varie, ognuna con un proprio tasso di (in)credibilità. Il quadro si schiarisce con il passare dei minuti, quando (alle 21.48) arriva anche il comunicato della Juventus: genitore della crisi dirigenziale bianconera è il fuoco incrociato di Procura torinese e Consob sugli ultimi bilanci juventini.

Di fine ottobre è la formalizzazione dell’impianto accusatorio della procura a valle di un’inchiesta (Prisma), che imputerebbe ad Agnelli e co. reati che spazierebbero dal falso in Bilancio all’ostacolo dell’esercizio  dell’autorità di pubblica vigilanza (leggasi Consob). Entrambi gli organi pongono l’attenzione su tre elementi:

  • Plusvalenze fittizie che, in assenza di flussi finanziari, secondo l’accusa sarebbero state concluse “a tavolino” per far fronte alle esigenze di bilancio dei bianconeri;
  • La “manovra stipendi 2020”: la rinuncia all’ingaggio dei tesserati in epoca di Covid-19, stando all’impianto accusatorio, sarebbe stata effettiva per una sola mensilità e non per quattro come certificato dai bianconeri. La società, dunque, non avrebbe contabilizzato correttamente la reale natura dell’operazione, di differimento a esercizi futuri e non di rinuncia agli emolumenti per tre mensilità;
  • La “manovra stipendi 2021”, con la società che avrebbe “congelato” quattro mensilità di alcuni tesserati con l’impegno a riconoscerle in esercizi futuri qualora gli stessi avessero vestito ancora la maglia bianconera. Stante all’accusa, scritture private “segrete” certificherebbero che detti emolumenti rinviati sarebbero stati, in accordo tra la società e i calciatori, riconosciuti quale che fosse stata la casacca vestita dagli stessi negli esercizi successivi;

Il combinato disposto dei tre elementi sopra riportati avrebbe portato la Juventus a chiudere, nel triennio 18/19-20/21, Bilanci sottostimati per 205 milioni nelle perdite e sovrastimati al contempo nel Patrimonio Netto.
Chiuse le indagini, starà ovviamente alla Giustizia fare ora il suo corso; tra gli indagati per i reati di cui sopra, in virtù del decreto legislativo 231 del 2001 figura anche la Juventus in qualità di persona giuridica (oltre, tra gli altri, ad Agnelli, Nedved, Paratici ed Arrivabene).

Se sul versante “civile” la società juventina rischia una sanzione pecuniaria, a tenere più sul chi va là sostenitori e detrattori della “vecchia Signora” (in quello che, si sa, è il paese dei Campanili) sono le possibili ripercussioni sul piano sportivo. L’indagine della Procura Federale sulle “plusvalenze fittizie”, infatti, si era chiusa con l’assoluzione (anche in appello) della Juventus e di tutte le società coinvolte; gli ultimi eventi, però, hanno spinto la stessa Procura della FIG a chiedere gli atti dell’indagine alla procura torinese con l’intento di valutare eventuali margini per l’apertura di  un nuovo fascicolo di indagine ai danni della società di corso Druento con focus anche sulla questione stipendi.

I tempi per un analisi completa del materiale ricevuto dalla Procura torinese però potrebbero non essere immediati, e aggiungersi al coro di borbottii collegati a provvedimenti potenzialmente molto morbidi (multa e/o inibizione dei dirigenti coinvolti) o molto duri (esclusione dal Campionato) risulta prematuro e fuori luogo.

Dopo aver riassunto, per quanto possibile brevemente, le vicende giudiziarie delle quali invero vi è da lunedì scorso un diluvio di informazioni, è però doveroso sottolineare un punto che esula dalle vicende più strettamente giudiziarie: come si è arrivati al capolinea della presidenza Agnelli.

Le dimissioni del management bianconero, (con il solo Arrivabene a fare da “traghettatore” fino al prossimo gennaio 2023) dipinte da John Elkann come un “atto di responsabilità”, arrivano insieme alle parole rivolte da Andrea Agnelli ai dipendenti della Juventus. Una lettera, quella dell’ex-presidente del CdA bianconero, che senza mezze misure recita: “Quando la squadra non è compatta si presta il fianco agli avversari e questo può essere fatale. In quel momento bisogna avere la lucidità e contenere i danni: stiamo affrontando un momento delicato societariamente e la compattezza è venuta meno. Meglio lasciare tutti insieme dando la possibilità ad una nuova formazione di ribaltare quella partita.”

Compattezza. Da leggersi, probabilmente, come mancanza di una visione comune sulla strategia difensiva da adottare nei confronti del rinvio a giudizio che verrà e, forse, anche la volontà della proprietà Juventus di dimostrarsi il più collaborativa possibile e non “attaccata” a quel management direttamente chiamato a difendersi davanti alla Giustizia.

Una proprietà, quella Exor, dei quali “malumori” si è spesso vociferato negli ultimi anni. Da un lato l’enorme successo della presidenza Agnelli, nella sua prima porzione, è evidente ed innegabile: raccolta ad annaspare al 7/o posto in classifica, la Juventus è diventata in pochi anni una super-potenza del calcio europeo dietro forse solo ai primissimi club del Vecchio Continente, grazie a una gestione sapiente che ha saputo migliorare squadra, management, brand e fatturato con scelte mirate e lungimiranti (Stadium, diversificazione dei ricavi, Juventus Women, Cristiano Ronaldo, Juventus Next Gen giusto per fare alcuni esempi). Specie per un calcio, quello italiano, per molti versi arretrato di decenni.

Spiccato il volo verso l’Olimpo del calcio, però, Agnelli e il management hanno dato l’impressione di operare con meno progettualità, oculatezza e lungimiranza virando verso alcuni azzardi che a posteriori si sono rivelati fatali. Nello specifico è, paradossalmente, l’affare Cristiano Ronaldo che sembra segnare “l’inizio della fine”: quello che tecnicamente è un acquisto da sogno, managerialmente parlando è un all-in volto a portare la Juventus a livello di club come il Real Madrid senza che, però, i bianconeri abbiano la stessa potenza di fuoco economica. Il Covid-19, poi, è la bastonata che il management non si attende e mette in ginocchio una società che sul versante economico comincia a sanguinare copiosamente trovando un’ancora di salvezza in casa Exor (700 M di euro di aumenti di Capitale tra il 2019 e il 2021).

Sul versante sportivo arrivano una serie di investimenti sbagliati, di scelte che tra di loro sembrano contraddirsi a vicenda palesando un preoccupante “annebbiamento” nella visione strategica del management: esempio lampante è la guida tecnica sottratta ad Allegri nel 2019 in favore di una Juve “più europea” e affidata frettolosamente a Sarri e Pirlo senza che probabilmente vi si credesse molto, come certifica il benservito riservato a entrambi per accogliere (con uno stipendio pesantissimo) nuovamente Massimiliano Allegri. O per citare un altro esempio, senza entrare nel merito, l’affaire Superlega.

Una presidenza, quella Agnelli, che dopo una prima porzione destinata a rimanere nella leggenda d’improvviso (forse attanagliata dal cataclisma economico che si stagliava) ha perso di brillantezza e lungimiranza prima, di risultati sportivi poi come certificano le ultime non esaltanti annate bianconere. E alla Juventus, si sa, vincere è l’unica cosa che conta.

La Juventus, nel frattempo, riparte mettendo al timone della società Gianluca Ferrero (Presidente) e Maurizio Scanavino (Direttore Generale), mentre a quello della squadra rimangono Cherubini e un confermato Massimiliano Allegri. A loro, a vario titolo, il compito di trasformare il funerale di un cigno capace di dominare per un decennio lo scenario calcistico italiano nella resurrezione di una fenice vestita di bianco e nero.

Michael Anthony D'Costa
Michael Anthony D'Costa
Nato a Roma nel 1989, si avvicina al calcio grazie all’arte sciorinata sui campi da Zidane. Nostalgico del “calcio di una volta”, non ama il tiki-taka, i corner corti e il portiere-libero.

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