Vent’anni dall’oro di Bradbury: l’ultimo uomo rimasto in piedi

A volte Dio ti sorride, e quella volta ha sorriso a me.

Sabato 16 febbraio 2002, Salt Lake City, Olimpiadi Invernali. Esattamente venti anni fa andava in scena una delle pagine più memorabili della storia degli sport su ghiaccio, e non solo. L’australiano Steven John Bradbury vinceva la medaglia d’oro nei 1000 metri di Short Track contro ogni pronostico, e lo faceva in una maniera che definire clamorosa ci sembra ancora oggi riduttivo. Dai quarti in poi, fu una sola la tattica vincente: restare in piedi. Ciò che accadde ebbe dell’incredibile: dopo aver sfruttato la squalifica di un avversario ai quarti, Bradbury superò le semifinali approfittando della caduta di tre avversari e della squalifica di un quarto, conquistando così la chance di giocarsi una medaglia. In finale partiva decisamente sfavorito rispetto ai suoi avversari: lo statunitense Apolo Ohno, il canadese Mathieu Turcotte, il sudcoreano Kim Dong-Sung e il cinese Li Jiajun.

Eppure, Bradbury ricevette il suo “sorriso divino”. Consapevole di non potersela giocare alla pari con gli altri, rischiando di cadere o di venire squalificato, decise di restare nelle retrovie, sperando che qualcuno dei quattro davanti cadesse e gli lasciasse spazio. Probabilmente in cuor suo confidava di strappare un bronzo nella migliore delle ipotesi, ma andò decisamente meglio: nell’ultima curva dell’ultimo giro caddero tutti i suoi avversari, uno dopo l’altro, come birilli. Prima il cinese, poi il coreano, che cadendo trascinò con sé sul ghiaccio sia il canadese che l’americano. Per Bradbury bastò restare in piedi per mettersi al collo la più sensazionale delle medaglie.

Così andarono i fatti. Per quanto sul momento tutti riconobbero l’epicità dell’impresa dell’australiano, forse in pochi potevano immaginare che, col tempo, Bradbury potesse diventare una leggenda. Eppure, la sua è la storia di tanti uomini che sono stati presi a schiaffi dalla vita e ricompensati nel momento in cui meno se lo aspettavano. La sua è una storia di riscatto: dopo un gravissimo infortunio alla coscia (una ferita all’arteria femorale causata dalla lama del pattino di un avversario nella Coppa del Mondo del ’94, che gli causò la perdita di quattro litri di sangue e 111 punti di sutura), dopo un’intossicazione alimentare che gli impedì di gareggiare a Nagano nel ’98 e dopo la frattura del collo in allenamento nel 2000 (con sei settimane di collare ortopedico), l’australiano ha saputo rialzarsi, per gustarsi la più bella delle rivincite. “Non penso di aver vinto la medaglia col minuto e mezzo della gara, l’ho vinta dopo un decennio di calvario”: è lo stesso Bradbury, tempo dopo, a sottolineare che quella fu la vittoria della tenacia, il momento di riscuotere dalla sorte, dopo tanto accanimento.

Un australiano di Brisbane, città decisamente più nota per le attività acquatiche ed estive che per gli sport sul ghiaccio, che ha regalato ai suoi connazionali il primo titolo olimpico invernale per un Paese dell’emisfero australe. Da quel momento, Steven Bradbury è diventato un’icona per l’Australia: gli fu dedicato un francobollo celebrativo e l’espressione idiomatica doing a Bradbury è entrata nell’uso comune per indicare un successo clamoroso e inaspettato. Anche in Italia, grazie soprattutto al contributo irriverente della Gialappa’s, la storia dell’australiano è nota e spesso rievocata quando nello sport accade che a sorpresa emerga l’outsider, lo sfavorito fra i favoriti.

E pensandoci bene, questa non è soltanto una storia di sport, andrebbe forse raccontata nelle scuole o citata a esempio quando vogliamo incoraggiare e accrescere l’autostima di chi ci sta accanto. Magari non subito, ma nel corso di questo ventennio l’abbiamo capito: ognuno di noi, nel suo piccolo, può ambire a essere “l’ultimo uomo rimasto in piedi”. E se questo è ciò che ci ha insegnato il mito di Bradbury, abbiamo come l’impressione che, nonostante i vent’anni trascorsi, la leggenda è soltanto all’inizio.