Il calcio femminile mondiale è cresciuto molto di livello

Il calcio femminile dal Mondiale 2019 non è più lo stesso. Quel torneo intercontinentale per nazionali ha cambiato, per sempre, questa modalità dello sport più popolare del mondo, diventando parte della cultura di massa, imitando con le dovute proporzioni la controparte maschile, sia in positivo sia in negativo.

Le calciatrici, le più famose almeno, hanno ricevuto il riconoscimento che meritavano. Molte leghe sono passate da uno status dilettantistico a uno professionistico. E quelle che ancora sono dilettantistiche, come la Serie A, stanno facendo passi da giganti in questo senso.

Il campionato italiano la prossima stagione porterà le proprie atlete ad avere un contratto, non più un accordo economico, che attualmente consiste in dei rimborsi spese non più alti di 30mila euro lordi. Con il professionismo tuttavia non arriveranno solo stipendi più alti, che vengono comunque percepiti dalle grandi protagoniste grazie agli sponsor. Per Girelli o Giacinti cambierà poco in questo senso. C’è una conquista più grande. Essere calciatrici sarà veramente un lavoro, perché verranno garantiti alle donne in campo tutti i diritti di qualsiasi altro lavoratore: contributi, assicurazioni per eventuali infortuni, maternità.

Il calcio femminile però non si sta “maschilizzando” solo in queste cose, ma sta diventando sempre più disparitario. Senza girarci troppo attorno, chi ha dietro delle società forti poi primeggia anche nel rettangolo di gioco. Basti vedere i quarti della nuova e rivisitata UEFA Women’s Champions League, dove sono presenti solo squadre di club che hanno dentro sé anche squadre maschili.

In passato invece non era raro vedere compagini non esistenti tra gli uomini raggiungere risultati importanti nella competizione. Solo nel 2010 il Turbine Potsdam, società femminile indipendente dal 1999, si laureava campione d’Europa per la seconda volta, mentre oggi è una squadra da metà classifica nella Frauen-Bundesliga. In Champions ora dominano le super squadre come il Barcellona del Pallone d’Oro Alexia Putellas o il Lione di Renard, che affronterà la Juventus ai quarti.

Il calcio femminile in poche parole sta diventando veramente un business serio, su cui gli investimenti sono in crescita esponenziale. Ma come abbiamo già detto ciò sta portando a una disparità tra chi ha i soldi e chi non li ha, avvantaggiando ovviamente il primo dei due partiti citati, normalmente presente nei Paesi economicamente meglio messi.

Nel calcio maschile i migliori giocatori sono tutti o in Europa o in campionati come quello nordamericano, saudita e cinese, perché offrono i contratti più ricchi. L’ultimo di essi sta comunque allontanando i fuoriclasse internazionali per colpa di una politica sempre più incentrata sui talenti locali. Ma questa è un’altra storia. Ciò che ci importa è rimarcare la presenza maggiore di denaro rispetto agli altri Continenti e Paesi.

Malgrado il Sudamerica possa essere storicamente più prestigioso di USA, Cina e Arabia Saudita, ormai da una ventina sta avendo una fuga di “cervelli” enorme. Solo il Brasile tiene in parte botta grazie a un mercato artificialmente inflazionato da parte dei club, con la complicità del Governo, e grazie a una moneta forte. È vero che il Real brasiliano sia calato dalla cattiva gestione economica di Bolsonaro, ma rimane comunque la valuta sudamericana migliore.

Lo stesso quindi comincerà ad accadere con l’avvento del professionismo in tutte queste leghe extra sudamericane. Anzi sta già accadendo, in verità. Prima gli unici Paesi che potevano attrarre una calciatrice sudamericana erano quelli nord-europei e gli Stati Uniti, dove però c’era solo il meglio del meglio. Solo atlete di grande caratura come Marta potevano metterci piede.

Anzi pure lei, vincendo nel 2009 una Copa Libertadores da capitana con il Santos, ha fatto qualche ritorno in Brasile, dove il campionato, seppur amatoriale (sia ai tempi, sia ora), offriva comunque un ottimo compromesso tra soldi e saudade. Lo stesso traguardo è stato raggiunto nel 2014 con il São José dalla leggenda vivente Formiga, sua amica ed ex compagna di Seleção.

Oggi dove sta il São José, che quell’anno sconfisse pure nella finale intercontinentale l‘Arsenal? Riesce per miracolo a mantenersi in Série A1, venendo superato dalle altri grandi dello Stato di São Paulo, il Corinthians in primis e poi tutte le altre, Ferroviária, Palmeiras, São Paulo e Santos.

Il Timão viene da anni di investimenti e da una gestione impeccabile di Cris Gambaré. Dieci titoli in soli cinque anni, tre Libertadores e una Triplice Corona (campionato statale, nazionale e coppa continentale) nel 2021. Recentemente ha anche fatto registrare un nuovo record di pubblico per una partita di calcio femminile brasiliano nella propria casa. Alla Neo Química Arena durante la finale di ritorno del Paulistão contro il São Paulo c’erano 30.077 tifosi, di cui alcuni provenienti da Stati federali come il Pernambuco, lontano 2.5000 km dalla costa del sudovest. Buon risultato per un Paese in cui la Ditadura Militar ha proibito fino agli inizi degli anni ’80 lo sport di contatto tra donne.

Il Corinthians, come altri 11 club su 16 della prima divisione del Brasileirão, offre perfino dei contratti professionistici alle proprie giocatrici, che di lavoro fanno solo questo, malgrado la Legge brasiliana non obblighi nessun club a professionalizzare la rosa. Ma ciononostante non riesce a trattenere le migliori, che emigrano verso la Spagna, meta preferita dalle brasiliane. Gabi Nunes, la miglior marcatrice nella storia del campionato brasiliano, è finita al Madrid, al Levante invece a sua ex compagna Giovana Crivelari. Sembrerebbe flirtare con quest’idea, quella di trasferirsi verso la Liga Iberdrola, anche Vic Albuquerque, trequartista di grande talento ed eroina dell’ultima stagione corinthiana.

Per avere uno status di professionista serve mantenersi sempre a un livello altissimo. Non tutte le giocatrici possono farlo per 15 o 20 stagioni di fila. Basta un anno storto o un infortunio grave per vedersi il contratto rescisso, dovendo ripartire magari in qualche squadra non professionistica e ricevere dei compensi ridicoli che a malapena consentono di pagarsi un monolocale.

Anche nel resto del Sudamerica non è molto differente. Forse è anche peggio. Paesi come la Bolivia o l’Ecuador a volte si “dimenticano” di organizzare il campionato nazionale, lasciando i club senza disputare gare ufficiali per mesi. Non è un caso che le loro rappresentanti in Libertadores vengano sconfitte facilmente. A marzo 2021 abbiamo assistito a un sonoro 16-0 del Corinthians sulle ecuadoregne de El Nacional.

Va un po’ meglio in Cile, dove è appena stata approvata un progetto di legge sul professionismo nel calcio femminile. Nel calcio cileno attualmente solo due club, Santiago Morning e Universidad de Chile, che sono anche i più forti del Caja los Andes, hanno sotto contratto delle calciatrici (non tutte), ma entro il 2025 tutte le squadre della massima serie dovranno professionalizzare le proprie rose gradualmente.

Argentina e Paraguay sono sullo stesso cammino, ma intanto Boca Juniors e compagnia sono obbligate dalle proprie federazioni ad avere solo un numero limitato di giocatrici professioniste. Come in Brasile solo le migliori possono ambire a questo status. E basta poco per perderlo. Tutto ciò senza contare le infrastrutture fatiscenti e scelte che lasciano a desiderare da parte della stampa e delle stesse federazioni.

L’ultima stagione in Argentina è stata un giallo, perché l’AFA stava per far giocare a porte chiuse la finale del Torneo Clausura e la Superfinal (vintrice dell’Apertura contro quella del Clausura), entrambe vinte dal Boca Juniors. Il ritorno del pubblico nel maschile era avvenuto già da tempo, quindi i tifosi hanno deciso di protestare per poter entrare allo stadio e registrare il record di presenza (9mila persone) durante la prima delle due partite citate.

A livello internazionale anche la CONMEBOL non se la passa meglio. Ci sono differenze importanti da sottolineare tra Copa Libertadores e Champions League. La seconda viene disputata durante la stagione e distribuisce 24 milioni di euro a tutte e 16 le squadre in base al piazzamento. La seconda, che conta lo stesso numero di partecipanti, è organizzata ogni anno a ottobre e viene disputata in un fazzoletto di tempo di appena 20 giorni circa. Inoltre il milione e mezzo di dollari di premio totale viene spartito solo tra le due finaliste. Le altre ricevono appena 7,5mila dollari a testa, indipendentemente dal turno raggiunto, senza alcun criterio di meritocrazia.

Principalmente per questi motivi attualmente le calciatrici sudamericane colgono al volo un viaggio di sola andata verso l’Europa e non solo. Camilla Orlando, allenatrice che ha portato il Red Bull Bragantino, club professionista, verso la promozione in Série A1 nel 2021 ha accettato una proposta dal calcio emiratino, il quale non è sicuramente più prestigioso di quello brasiliano, ma garantisce tanto denaro.

La fuga di queste giocatrici non finirà comunque qui per il calcio sudamericano. L’Europa è già troppo avanti e nei prossimi anni, anche quando Brasile, Argentina, Cile et cetera conquisteranno il professionismo, sarà avvantaggiata come nel calcio maschile per quello che costruirà da oggi fino a quel momento. Gli anni ’20 del 2000, se questo sport esisterà ancora, tra un secolo verranno ricordati come il periodo della “maschilizzazione” del calcio femminile, su questo non c’è dubbio. A meno che non si torni indietro, prima della sentenza Bosman, scenario improbabile.