La Coppa Italia riservata alle squadre di A e B. Lo smacco del Consiglio di Lega

Il Consiglio di Lega ha deciso di riservare la Coppa Italia alle sole formazioni di Serie A e Serie B. Una notizia che è rimbalzata ieri sera e che ci ha lasciato con l’amaro in bocca. Perché se da una parte è vero che il prodotto non è molto appetibile, non crediamo che la colpa sia delle compagini di Serie C o D che vengono impegnate nei primi turni. Anzi, in un mondo calcistico che, almeno a parole, vuole smarcarsi dall’idea di élite, questa è proprio una mossa elitaria. Abbiamo criticato aspramente l’idea di una Super Lega che non tenesse conto dei risultati e che raggruppasse squadre che avevano come comune denominatore il blasone o la (presunta) ricchezza. Abbiamo sognato un modello stile FA Cup, abbiamo sottolineato le imprese di quelle squadre semi-professionistiche che, come nella Coupe de France, sono diventate protagoniste per una stagione.

Come riporta Calcio e Finanza, la scelta di eliminare il lotto delle formazioni di Serie C e D è stata fatta “per avere una migliore razionalizzazione degli impegni, oltre che per valorizzare il torneo e creare da subito sfide che siano appetibili per le televisioni”. Vediamo di analizzare le tre ragioni qui esposte. Punto primo. Che il calendario sia fittissimo di impegni, è innegabile. Alcune squadre, in particolare quelle destinate a partecipare alle coppe europee, giocano praticamente ogni 3-4 giorni e ciò non facilita l’inserimento della Coppa Italia. Ma in Inghilterra, per esempio, dove le squadre di Premier sono venti – come da noi – e si giocano addirittura due coppe nazionali (FA Cup e English Football League Cup), non è stata presa alcuna decisione di questo tipo.

Punto secondo, la valorizzazione del torneo. Nel recente passato si è previsto una sorta di “corsia preferenziale” per le squadre più importanti, riservandogli l’entrata in gioco dagli ottavi di finale. E con la partita secca in casa, per giunta. Ma ciò non è bastato a rendere appetibile il prodotto per le squadre stesse, che ritengono la Coppa Italia importante solo nel caso in cui sia rimasto l’unico obiettivo rimasto a disposizione. Le grandi pensano all’Europa e alla qualificazione alle coppe, le piccole alla salvezza, e ciò porta a impiegare i cosiddetti rincalzi fin dai primi turni. E questa cosa non cambierà, almeno fino a quando la Coppa Italia non tornerà a essere un trofeo prestigioso e non una fastidiosa seccatura.

Punto terzo, le televisioni. Alla fine si è arrivati al vero nocciolo della questione. Perché ormai si sa che il calcio ruota quasi esclusivamente sull’aspetto economico. L’idea è quella di rendere appetibile il prodotto per scatenare un’asta di diritti tv. E magari comporre un grande puzzle di partite, a tutti gli orari, anche i più infimi per chi normalmente lavora. In barba a quei tifosi che seguono fedelmente la loro squadra del cuore e senza cui, ricordiamo, il calcio forse non esisterebbe. Ma poi, siamo sicuri che uno Spezia-Torino, giocato un mercoledì alle 14, faccia tutti questi ascolti? Tra l’altro abbinato a una telecronaca soporifera?

Insomma, la Coppa Italia sarà tutt’altro che “una competizione per tutti”. La risposta della Lega Pro, nella persona del presidente Francesco Ghirelli, è stata forte: “La decisione della Serie A di escludere le squadre di Lega Pro dalla Coppa Italia non solo viola diritti consolidati, ma è espressione di una concezione elitaria del calcio, incapace di avere una visione di sistema. Lunedì è convocato il Consiglio direttivo della Lega Pro, che adotterà ogni iniziativa per tutelare i diritti delle proprie squadre e per salvaguardare una cultura del calcio che sia rispettosa dei valori più autentici dello sport. Innovare è giusto, ma salvando la coesione del sistema calcio”. Si attendono sviluppi.