Fotografare il Presidente della FIFA con i ritratti della famiglia reale saudita è sportwashing

Alla fine della sua visita in Arabia Saudita, per il Presidente della FIFA Gianni Infantino è arrivato l’immancabile momento degli omaggi. A consegnarli c’era il Presidente della Federcalcio saudita, Yasser Al-Mashal, che ha consegnato al numero uno del calcio mondiale una maglietta e una statuina, con tanto di targhetta “With Best Compliments”. Il tutto è stato poi immortalato in alcune foto, apparentemente innocue a un primo sguardo, eppure tutt’altro che prive di significato. Perché dietro i volti sorridenti (immaginiamo, essendo nascosti dalle mascherine), sbucano alle spalle tre ritratti della famiglia reale: quelli di Mohamed bin Salman, Abd al-Aziz e re Salman. Rispettivamente, il principe ereditario al trono (ma, di fatto, l’uomo che attualmente governa nella pratica), il primo sovrano della moderna Arabia Saudita e l’attuale Re del Paese.

La visita è diventata ovviamente uno straordinario sponsor per la candidatura dell’Arabia Saudita per ospitare la sua prima Coppa d’Asia della storia nel 2027. Per rimanere in linea con le attese del Vision 2030, il Paese saudita ha accelerato gli investimenti nello sport e nell’organizzazione di eventi per riuscire a rilanciare la propria immagine nel mondo e creare nuovi posti di lavoro e possibilità di investimento.

Il tutto per cercare di nascondere al mondo quale sia la vera realtà dell’Arabia Saudita: un Paese che guida la coalizione che sta lanciando continui attacchi aerei in Yemen, uccidendo migliaia di civili; in cui le libertà d’espressione, di religione e di orientamento sessuale sono costantemente negate e condannate dalla legge; in cui vige la Sharia come legge nazionale, con sistematiche violazioni del diritto a un equo processo o incasellando presunti reati come “tentativo di distorcere la reputazione del regno”; in cui continuano a essere incarcerati dissidenti e promotori dei diritti umani, spesso condannati con processi iniqui celebrati dal Tribunale penale speciale, dedicato al terrorismo. Per quest’ultimo caso, la storia denunciata da Amnesty International dell’attivista per i diritti delle donne Loujain al-Hathloul, già in carcere da oltre 900 giorni e condannata recentemente a cinque anni e otto mesi a fine dicembre per “spionaggio per potenze straniere” e “cospirazione contro il regno”, ne è un chiaro esempio.

La vuota retorica delle presunte riforme nell’ambito dei diritti umani del governo di bin Salman emerge proprio da questi report, che si tenta di nascondere dietro le luci scintillanti del calcio. Così come si era provato a insabbiare l’uccisione del giornalista dissidente Khashoggi con l’acquisto del Newcastle United circa un anno fa: un affare fortunatamente non andato in porto, anche se per ragioni non legate strettamente ai diritti umani. Di quella vicenda, ci sono prove del coinvolgimento proprio della famiglia reale, ma ancora oggi non c’è stata davvero giustizia.

Bin Salman resta saldamente al potere, nonostante quello che succede nel suo Paese. Il Presidente della massima organizzazione calcistica al mondo non può non saperlo o fingere di poter andare comunque avanti. Parlare di diritti umani, uguaglianza, lotta alle discriminazioni ha poco senso se poi Infantino stesso finisce nella stessa foto con i ritratti della famiglia reale. Anzi, simbolicamente, lui in basso, loro in alto. Quasi a dirci chi comanda per davvero quando persino il Presidente della FIFA rischia di diventare parte di questo macabro tentativo di fare sportwashing, cancellando qualsiasi macchia grazie al potere politico ed economico.