Ciao Gianfranco. Giornalista in giacca e cravatta

La morte di Gianfranco de Laurentiis, per chi fu preadolescente (e oltre) a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, ha un sapore forse più amaro che per altri. Noi, che abbiamo vissuto ai tempi della televisione in bianco e nero, abbiamo ben fissi nella memoria questi professionisti sempre in giacca e cravatta, con i colli delle camicie grandissimi (in ossequio alla moda dell’epoca). E loro rappresentano davvero una fase della nostra vita. Citiamo (senza voler far torto a nessuno) Sandro Ciotti, Enrico Ameri, Beppe Viola, Adriano de Zan e, appunto, Gianfranco de Laurentiis.

Quest’ultimo era uno dei volti storici del Secondo (in tempi dove c’erano solo due canali Rai e, perlomeno a Milano, la TSI e Tele Capodistria, ma solo in alcune zone della città) il quale (un po’ come accade in Svizzera ancora oggi), aveva una maggiore vocazione sportiva rispetto alla Rete Ammiraglia, più orientata ai programmi d’informazione generica, culturali e d’intrattenimento. Un’altra epoca, difficile anche solo da far comprendere, oggi, a chi non c’era.

Il calcio in bianco e nero aveva una dimensione decisamente più ristretta. Erano anni di squadre che avrebbero segnato la loro epoca, come l’Ajax di Cruyff, o il Bayern di Beckenbauer e, a fine anni 70, il Nottingham Forest di Brian Howard Clough. In Italia, però, il calcio estero viveva praticamente solo attraverso il Guerin Sportivo (che, ogni martedì, pubblicava i risultati e le classifiche dei maggiori campionati esteri) e il catalogo del Subbuteo.

De Laurentiis creò, nel 1977, la trasmissione Eurogol (che diede vita a un neologismo, vivo ancora oggi per definire una rete di rara bellezza). Dedicata alle Coppe europee, con precedenza alle squadre italiane partecipanti, regalò agli italiani, per la prima volta, immagini di un calcio lontano, che si poteva solo immaginare, perlomeno per la grandissima parte degli appassionati dell’epoca.

I viaggi oltreconfine erano infatti appannaggio di pochissimi, e l’aereo era un lusso che i più avevano provato solo per trasferte lavorative. Attraversare il confine per assistere a una partita di calcio era considerata una bizzarria. I trasferimenti a tale scopo erano una vera e propria avventura, che si affrontava solitamente (in gruppo, per ridurre le spese) in automobile. Avevano durata indefinita, e li si faceva quasi sempre senza conoscere una parola della lingua locale.

Ci si faceva così capire a gesti, e ci si arrabbiava perché i residenti non capivano l’italiano, nonostante lo si parlasse lentamente, scandendo le parole, e senza usare il dialetto. Scoprendo, magari in Francia, che il lombardo veniva compreso meglio della lingua di Dante. I racconti di alcuni colleghi di nostro padre, al seguito di Milan, Inter e Juventus negli anni ’70, sono esilaranti ancora oggi, quando ci capita di ascoltarli in qualche rimpatriata.

Ma Gianfranco de Laurentiis non era solo l’uomo degli Eurogol. Con il suo stile mai urlato, sempre cortese e gentile, entrava nelle nostre case anche coi rotocalchi Domenica Sprint e Dribbling, la trasmissione in onda nel pomeriggio del sabato, che lanciava le partite del giorno dopo. Una particolarità era la riproposizione, prima delle sfide del ritorno, dei gol della partita dell’andata. Indimenticabile la sigla: One of this days dei Pink Floyd. A lui dobbiamo anche l’averci introdotto alla musica di questo grandissimo gruppo.

Il giornalista sportivo romano era anche un grande esperto di automobilismo che, in Italia, s’identificava (almeno in quegli anni) nella Ferrari e nella Formula 1. Condusse così, dal 1997 al 2001, la trasmissione Pole position, che andava in onda al termine di ogni Gran Premio. Era stato anche al timone di Domenica Sprint (la versione Rai 2 della più celebre Domenica sportiva), dal 1986 al 1997.

Di lui abbiamo il ricordo di un giornalista che, oltre alla cronaca, sapeva dedicarsi all’approfondimento e all’analisi. Parlare di sport con competenza, senza abbandonarsi al tifo, era una dote che apparteneva un po’ a tutta quella generazione di giornalisti sportivi televisivi, dei quali si provava, a volte, a indovinare la fede calcistica: ma, nella maggioranza dei casi, senza riuscirci.

Li ricordiamo, appunto, in quelle tonalità di grigio con i quali la televisione in bianco e nero tendeva ad appiattirli, per poi regalarceli, con l’apparizione del colore, in una versione più reale. Sempre, però, con quello stile al di sopra delle parti, abili a smorzare le polemiche dei protagonisti, con quelle moviole che non ricercavano il caso ma tentavano, più che altro, di ridimensionarlo.

Gianfranco de Laurentiis faceva parte di quella generazione di professionisti dell’informazione che ci ha fatto innamorare non solo dello sport, ma del mestiere di raccontarlo. Certo: abbiamo adorato le intuizioni e lo stile di Beppe Viola, la competenza sconfinata di Adriano de Zan, per citare due di quelli che più ammiravamo da ragazzi.

Però, portiamo nel cuore anche il sorriso rassicurante di questo giornalista, mai sopra le righe, che ci ha regalato, tra i primi, quelle pillole di calcio estero del quale, oggi, scriviamo e parliamo. E ci piace pensare che gli sia capitato di leggerci o ascoltarci, qualche volta. Senza magari immaginare che lo avevamo seguito, da ragazzi, e che stavamo provando a imitare il suo stile, sobrio e competente. Addio, Gianfranco, e grazie di tutto.

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Da bambino si innamorò del calcio vedendo giocare a San Siro Rivera e Prati. Milanese per nascita e necessità, sogna di vivere in Svezia, e nel frattempo sopporta una figlia tifosa del Bayern Monaco.