Il calcio in Svizzera al tempo del Covid

La Svizzera ci sta provando. Lo abbiamo già scritto nelle scorse settimane: il primo ottobre è stata la data che ha sancito il ritorno del pubblico allo stadio, seppure con limitazioni importanti (capienza degli impianti ridotta, divieto di trasferta per i tifosi della squadra ospite, obbligo di mascherine). Gli appassionati hanno risposto bene (quasi 10.000 presenti a San Gallo e Basilea, oltre 11.000 a Berna, meno a Losanna e Lugano, ma in linea con le proporzioni abituali).

Tutto a posto, quindi? Niente in ordine, diciamo. La situazione, qua come altrove, è monitorata con attenzione. È di pochi giorni fa la notizia che la Confederazione, visto l’aumento di casi sul territorio elvetico, ha chiesto ai Cantoni di adottare i provvedimenti previsti nei casi di evoluzione degli indicatori sanitari di riferimento.

Il numero di infezioni ogni 100 mila abitanti in quattordici giorni è uno di questi. Per la Svizzera, in settimana (dati pubblicati dal Corriere del Ticino) si situa a 74,1. La soglia di attenzione è stata fissata da Berna a 60 nuovi casi per 100 mila abitanti è stata quindi valicata.

Questo ha determinato, nei Cantoni di Berna e Zugo, l’adozione di alcune misure di contenimento. Mascherina obbligatoria, dunque, in negozi e centri commerciali, oltre che nelle stazioni ferroviarie, negli uffici postali, musei, teatri, edifici amministrativi e luoghi di culto.

Gli avventori di bar, club e ristoranti dovranno stare seduti, e il loro numero verrà limitato (non più di 300 persone nei locali da ballo, per esempio). L’uso della mascherina nei negozi e nei centri commerciali è inoltre in vigore nei cantoni di Berna, Zugo, Zurigo, Ginevra, Vaud, Basilea Città, Soletta, Neuchâtel, Friburgo, Giura e Vallese.

Vi è poi il problema delle quarantene. Qua sotto, quello che è successo a Berna venerdì sera, dove la presenza di un positivo ha provocato la messa in isolamento di quasi 1.400 persone. Si tratta di una misura a livello cantonale (fuori dalla fase emergenziale, la competenza sulla gestione sanitaria non è più della Confederazione: come sappiamo, la Svizzera è uno stato federale). Certo: è facile domandarsi cosa accadrebbe a una partita di calcio, o di hockey.

Diventa difficile prevedere il futuro. Tuttavia, a nostro parere, una misura del genere è davvero draconiana. Probabilmente, sarebbe più logico limitare il tracciamento alle persone entrate in stretto contatto con il positivo, da lui segnalate, o individuate tramite la apposita app per smartphone (che esiste anche qua). Il rischio, per assurdo, visto anche il numero di casi, è quello di chiudere in casa mezza nazione nel giro di qualche giorno.

Il calcio, nel frattempo, va avanti tra mille incognite. Solo 5 i giornalisti e i fotografi al seguito della Nati in Spagna (erano 13 in Ucraina, meno del solito), che verranno sottoposti a quarantena al loro rientro in patria (ci siamo passati anche noi, dopo un recente viaggio nella Penisola iberica). Cambiate le abitudini per gli atleti: camere singole e non in coppia, estrema attenzione a ogni comportamento. Due i positivi (Shaqiri e Akanji), con l’ex interista che, tornato negativo, si è riaggregato al gruppo.

Non sappiamo, ovviamente, quando finirà. La sensazione è che la SFL abbia imparato la lezione: esistono, infatti, dei piani, nel caso non sia possibile portare a termine la stagione. Sembra una cosa da poco: però sono stati fatti, per esempio, prima di cominciare, e con l’accordo di tutti. Poco che sia, è più di quanto fatto nella nostra Penisola dove, visto quanto accaduto negli ultimi giorni, ci si comincia a interrogare su cosa potrebbe accadere quando, in fondo, la realtà odierna era uno scenario prevedibilissimo.

Fatta questa premessa, doverosa, appare evidente che la volontà sia, per quanto possibile, di andare avanti alle condizioni odierne. Per le società, è importante poter avere allo stadio degli spettatori paganti. La sensazione è che, da parte del pubblico, ci sia la voglia di andare ad assistere alle partite, e la fiducia di poterlo fare in sicurezza. I giocatori stanno rispettando i protocolli, tutelando la propria salute con comportamenti virtuosi anche fuori dal campo: certo, le nazionali, con spostamenti e promiscuità aiutano poco, ma questo è un altro discorso.

In conclusione, siamo critici rispetto alla possibilità che possa essere un esempio importabile da noi, per i numeri soprattutto. Però è un esempio di come un movimento che muove molti meno soldi della nostra Serie A possa comunque provare, con diligenza e, soprattutto, disciplina, a ripartire. Tutto ciò premesso, siamo convinti che un calcio senza pubblico (e martoriato dalle positività) abbia un valore sportivo menomato.

Lo abbiamo già scritto sui nostri canali social in più occasioni, anche rispondendo a commentatori molto più autorevoli di noi: questi sarebbero tutti tornei da mettere nell’albo d’oro con l’asterisco. Vero che in nessun tabellino troveremo il pubblico tra i marcatori, per dire: ma scendere in campo davanti a decine di migliaia di tifosi avversari, e mantenere la concentrazione, non è come farlo in uno stadio vuoto. Senza contare tutta la questione dei contagiati (il riferimento a ciò che è accaduto la scorsa settimana a Torino non è casuale).

Serve, insomma, un po’ più di consapevolezza che questo non è un periodo normale. A volte, invece, si ostenta normalità, come se nulla fosse. E questo, a nostro parere, non va bene. Ci vuole il coraggio di tutelare la salute di tutti gli attori, per consentire al carrozzone di andare avanti: perché il calcio è anche un valore economico, e su questo siamo d’accordo. Ma mantenere certi format, forse, è imprudente, così come non avere dei Piani B già pronti. La Svizzera, perlomeno, lo ha fatto.

Servono onestà e, appunto, consapevolezza: che, questa situazione, i contenuti sportivi hanno un valore diverso, e che i campionati e le Coppe Europee Covid19 hanno un peso specifico differente da quelli giocati nei tempi normali. Bisogna avere dei piani alternativi, anche e soprattutto a tutela del movimento. Che muove tantissimo denaro, e dà lavoro a moltissime famiglie. L’alternativa è fermarsi di nuovo: e, ripartire, per qualcuno, potrebbe non essere possibile, questa volta.

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Da bambino si innamorò del calcio vedendo giocare a San Siro Rivera e Prati. Milanese per nascita e necessità, sogna di vivere in Svezia, e nel frattempo sopporta una figlia tifosa del Bayern Monaco.