Mario Corso: un uomo sinistro alla Scala del calcio

Mario Corso appartiene all’Olimpo del football italiano: il suo piede sinistro fece sognare una generazione di tifosi alla Scala del calcio di Milano. Noi lo vedemmo giocare dal vivo una volta sola: con la Nazionale, a San Siro, in una partita contro la Svezia, valida per le qualificazioni agli Europei dell’anno successivo. Non potevamo saperlo, ma sarebbe stata la sua ultima apparizione con la maglia azzurra.

Abbiamo preferito farcelo raccontare, quindi, da chi, invece, lo ha visto in campo più spesso. Tante volte, in occasione dei derby, quando Milano era la capitale mondiale del calcio, negli anni ’60, e anche dopo, naturalmente. 5 finali di Coppe dei campioni giocate (delle quali 4 vinte), una vittoria in Coppa delle Coppe, 5 scudetti. In definitiva, gli anni della Scala del calcio. In seguito sarebbero arrivati Sacchi, Trapattoni e lo scudetto dei record, Capello e Ancelotti, Mourinho e il Triplete. Milano, quindi, ha vinto anche dopo. Tuttavia, quell’epoca, per chi l’ha vissuta, resta irripetibile.

“Corso, noi dell’altra sponda del Naviglio, lo consideravamo un giocatore di livello superiore. Certo, loro erano fortissimi, con quella difesa straordinaria soprattutto. E davanti avevano giocatori estrosi e di classe: il Baffo, Domingo, Bonimba, mantovano anche lui come noi. Però, Corso era Corso. Gli interisti stessi avevano per lui un amore contrastato perché, essendo un genio, aveva a volte quell’atteggiamento di superiorità e supponenza, che li mandava in bestia.”

“Mariolino non era uno che mordeva il campo: trotterellava a volte ai margini dell’azione e, soprattutto quando pioveva, rendeva di meno. Però, con quel sinistro, dipingeva calcio. E quando, a San Siro, pieno da straripare in quelle belle giornate di sole, con dentro tutta Milano, decideva di giocare a pallone beh, iniziavi ad avere paura. Se vai a vedere le ‘paghe’ più pesanti che ci hanno rifilato in quegli anni lì, vedrai che c’è sempre lui nell’elenco dei marcatori, o tra i migliori in campo.”

“Lui aveva questa caratteristica: dribblava di netto l’avversario e poi toccava, di sinistro, per il compagno. Chissà che fatica, per chi ce l’aveva davanti, dover sopportare quei tocchi deliziosi senza ammazzarlo, che lui rendeva facili quasi con insolenza, facendoti fare la figura del ‘ciula’ davanti a tutta Milano. Meno male che anche noi avevamo gente come Rivera, Sani, Mora, Mazzola (soprannome di Josè Altafini – ndr), che a pallone sapevano giocare e, ogni tanto, mandavano a vuoto qualcuno dei loro.” 

“Nel periodo della grande Inter, tutti gli anni il Mago provava a darlo via. Gli piacevano di più quelli che sapevano faticare e soffrire, ‘taca la bala’, tanto è vero che mandò Mariolino a giocare all’ala sinistra, lui che era nato centrocampista. E tutti gli anni, in estate, speravamo di leggere ‘Corso alla Roma, al Napoli, alla Sampdoria’, insomma dove volevano, ma bastava non avercelo più tra i piedi. Invece, Moratti vecchio non ci cascava, e lo teneva lì. E lui, puntualmente, ci fregava con la ‘foglia morta’ al derby. Ed è andato avanti a farci gol anche negli ultimi anni, prima di andare al Genoa.”

“Un anno mi ha fatto anche ridere. Mancava poco ai Mondiali del Cile, 1962. Passa dentro in ufficio il Sandrino della Campionatura: ‘Pino, c’ho un biglietto in più per andare a vedere la Cecoslovacchia a San Siro con l’Inter. Quel bigolo del Rudi mi ha fatto il bidone… se vieni te, così non me lo fai buttare via’. E va bene, andiamo.”

“Leggo sul giornale che in tribuna ci sarà la nazionale pronta a partire per il Sudamerica, senza Corso, che non era ancora diventato quello che avrebbe vinto tutto. Non aveva polemizzato più di tanto; e poi, all’epoca, non era come adesso, con voi che scrivete che state sempre addosso ai giocatori. Però, secondo me, gli erano girate le scatole, e tanto.”

“Per farla breve, a un certo punto prende palla, e punta la porta. Fa fuori mezza squadra avversaria, e mette la biglia nel sacco. Il Sandrino e i suoi amici bisleroni danno di matto per l’entusiasmo, applaudo anch’io (tanto non giocavano mica con il Milan…), e intanto lo guardo. Arriva trotterellando come uno dei 33 trentini sotto la tribuna: poi piega il braccio sinistro e, con la destra, fa il gesto dell’ombrello a tutto lo stato maggiore della Nazionale.”

“Può sembrare una goliardata, con gli occhi di oggi. All’epoca, invece, se la presero, e lo squalificarono a furor di popolo. Se non altro, a quel punto, in Cile non ci sarebbe potuto andare, ma per colpa sua. Com’è finita, ai Mondiali del ’62, lo sai. Non so se sarebbe andata meglio con Corso in campo, perché ce ne hanno fatte di tutti i colori. Però è fuori discussione che fosse un fenomeno. E oggi, è morto uno dei più grandi che abbia visto giocare. Purtroppo, con la maglia di quelli là.”

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Da bambino si innamorò del calcio vedendo giocare a San Siro Rivera e Prati. Milanese per nascita e necessità, sogna di vivere in Svezia, e nel frattempo sopporta una figlia tifosa del Bayern Monaco.