Quella volta che il Lugano sbancò San Siro, facendo lo sgambetto all’Inter

In assenza di calcio giocato, con lo stadio di Lugano (e non solo deserto), vale la pena di rispolverare qualche ricordo, anche di carattere personale. Intendiamoci: la storia della squadra bianconera è densa di episodi interessantissimi, di vittorie (e sconfitte) clamorose per le circostanze nelle quali si sono verificate.

Noi, per esempio, nel nostro piccolo, in questi anni, abbiamo assistito alle due qualificazioni in Europa League, a una salvezza all’ultima giornata e, anche, a una sconfitta in una finale di Coppa svizzera perlomeno rocambolesca, della quale si parla ancora sovente, in sala stampa e non solo.

Questa, però, è una testata italiana. Non solo: tanti episodi della storia della compagine sottocenerina hanno anche dei retroscena legati a rivalità sportive e non che, se non conosciuti, non permettono di capirne a fondo l’importanza per il popolo bianconero ticinese. Noi abbiamo appreso tante di queste pagine di storia nelle lunghe trasferte in auto diretti nella Svizzera interna, in compagnia dei colleghi d’oltreconfine.

Tuttavia, difficilmente verrebbero colti dalla maggioranza dei nostri lettori, e sarebbe troppo lungo, a volte, spiegare tanti perché, talvolta ignoti anche a noi, che pure vantiamo, a vario titolo, decenni di frequentazione della Svizzera, e una buona conoscenza della sua storia e del suo tessuto sociale.

Semplificando molto (diventa difficile, in questo ambito, fare un’analisi sociologica completa dei rapporti Svizzera italiana/Italia del nord, che richiederebbero ben altri spazi), i non lombardi devono sapere che, nella cultura di massa di questa zona della Penisola, il Ticino è sempre stato terra di gite e scampagnate con inevitabili acquisti di caffè, dadi da brodo e cioccolata.

Rivalità e anche amicizia, rispetto per l’ordine e la pulizia, invidia magari per un reddito pro capite decisamente più elevato, ma un punto fermo: la netta superiorità calcistica degli Azzurri, a tutti i livelli. E questo è sempre stato, negli anni, motivo di orgoglio per i tanti frontalieri nei confronti dei loro datori di lavoro elvetici, che dovevano ingoiare tanti bocconi amari sul piano calcistico. Nel 2018, con la Svizzera ai Mondiali e l’Italia a casa, gli sportivi d’oltreconfine magnaitaliàn si sono presi una rivincita: ma poi la Svezia, giustiziera degli Azzurri, ha eliminato proprio i rossocrociati. E lo sfottò reciproco è ripreso.

Premesso questo, vale quindi la pena di raccontare un episodio al quale abbiamo assistito direttamente, e che ha visto coinvolto il calcio italiano, seppure un quarto di secolo fa. Nessun retroscena particolare, quindi: semplicemente, un normalissimo turno dell’allora Coppa UEFA, trentaduesimi di finale, stagione 1995/96, e un gruppo di amici appassionati di calcio, seppure di fedi calcistiche differenti.

Dell’andata in Ticino abbiamo il ricordo di una macchinata di colleghi di lavoro di allora diretti oltre ramina, dei quali uno senza carta d’identità (e quindi bloccato in frontiera), e di una serata di calcio non esaltante, sotto il diluvio, chiusasi con un tutto sommato deludente pareggio per 1-1 il quale, tuttavia, non precludeva di certo il passaggio del turno per la compagine meneghina, allora guidata da Suárez.

Ritorno al Meazza, quindi, il 26 settembre 1995, alle 20.30. Un grande palcoscenico per i bianconeri ticinesi e, soprattutto, per l’ex Igor Shalimov. I tifosi nerazzurri disertarono l’impegno dei propri beniamini: poco meno di 16.000 i presenti allo stadio. Come dar loro torto, vista la caratura dell’avversario e i presupposti di qualificazione, visto il risultato dell’andata?

La serata invece sarebbe stata memorabile per il calcio ticinese, e svizzero in generale. Anni dopo (sempre a settembre, il giorno 30 ma del 2009), anche lo Zurigo sbancò, in Champions League questa volta, la Scala del calcio, padrone di casa però il Milan (il presidente Canepa, ancora oggi, mostra con orgoglio il gagliardetto dell’incontro appeso sulla parete del suo ufficio).

Tuttavia, nonostante la pessima prestazione, trattandosi di una partita di fase a gironi, il risultato non andò a compromettere il cammino europeo della squadra rossonera (che si fermò bruscamente, comunque, agli ottavi di finale, davanti al Manchester United, nella stagione del Triplete dei cugini nerazzurri).

L’eroe della serata fu Edo Carrasco, ancora oggi molto presente nell’ambiente del calcio luganese. A cinque minuti scarsi dal termine, dal suo piede, su punizione, partì il tiro destinato a rimanere nella storia della società bianconera. Non sappiamo se fu deviato da Mauro Galvão: di sicuro, ci mise del suo Gianluca Pagliuca, ingannato dalla traiettoria diabolica della sfera. Eroe della serata, per i sottocenerini, fu anche il portiere Philipp Walker che, al contrario del dirimpettaio, al novantesimo impedì a Roberto Carlos, su punizione, di trovare quel pareggio che avrebbe aperto all’Inter la strada dei supplementari.

Volendo fare una cronaca della partita, pescando nella nostra memoria, il Lugano, ai tempi guidato dal ticinese Morinini, dopo un promettente inizio nerazzurro (nei nostri sbiaditi ricordi, una punizione di Carbone e una girata di Ganz, con Walker pronto a respingere), si trovò a dover fare a meno di Toni Esposito (oggi apprezzato commentatore RSI) dopo pochi minuti, a causa di uno scontro di gioco con Festa.

Con in campo Manfreda, i sottocenerini persero un po’ a centrocampo, trovandosi talvolta in inferiorità numerica rispetto ai più quotati avversari. Dalla panchina, il Mister provò così a risolvere alzando di qualche metro il baricentro difensivo. La mossa riuscì: davanti l’Inter, dopo un primo assalto, sembrò rifiatare, considerato il risultato favorevole. Ricordiamo infatti solo una conclusione da lontano di Centofanti, respinta sempre dal portiere dei rossocrociati.

Il Lugano, con Shalimov galvanizzato dal ritorno nel suo vecchio stadio, e con Gentizon in buona serata, provò così a impostare qualche trama offensiva, senza però esser realmente pericoloso. Unico brivido per Pagliuca un contropiede, impostato manco a dirlo da Shalimov, con traversone per Manfreda, anticipato dalla difesa interista.

Nella ripresa, ancora un contropiede e ancora Shalimov che diede a un compagno la possibilità di colpire di testa sottoporta, ma senza risultato. Suárez si spazientì: dentro Fontolan per Rambert e Orlandini per Carbone, in modo da risvegliare i suoi. La mossa ebbe i suoi effetti, visto che il piccolo Lugano non ebbe la forza per rispondere con cambi di altrettanto spessore.

I sottocenerini arretrarono il proprio baricentro; tuttavia i milanesi, nei nostri ricordi, non riuscirono a procurarsi gli spazi per colpire e chiudere i conti. Abbiamo ancora negli occhi la buona partita di Centofanti, alla fine forse il migliore dell’Inter: e questo spiega, in parte, cosa successe nei minuti successivi.

86′ minuto. Qualcuno, tra il pubblico di fede nerazzurra, aveva già iniziato a sfollare. Punizione dal vertice sinistro dell’area per fallo su Shalimov. Il tiro di Carrasco non fu irresistibile, come scrivevamo in apertura: ma il movimento e forse il tocco di Galvão ingannarono Pagliuca. Il pallone finì così nel sacco, tra l’incredulità e l’esultanza dei tifosi bianconeri allo stadio, situati nella parte inferiore del settore blu dello stadio milanese. Ci voltammo un attimo a guardare il volto dei nostri compagni di stadio, e ci rendemmo conto di quanto fosse grossa la cosa. Pur neutrali, non trovammo il coraggio di proferire parola.

I minuti finali videro un Lugano vicinissimo al raddoppio in contropiede, con l’Inter che si avventò sugli avversari alla ricerca del pari, e la parata di Walker (che a fine partita, ancora sotto stress agonistico, si lascerà andare a qualche dichiarazione magari un po’ ingenerosa) su bellissima punizione di Roberto Carlos. Troppo tardi per porre rimedio: 0-1, quindi, e Inter eliminata.

La Svizzera italiana si era presa la sua grande rivincita calcistica sui milanesi, che da sempre la considerano, nei pregiudizi, la terra del cioccolato, dei dadi da brodo e (per qualche Cumenda, che in lombardo significa ricco borghese) delle banche. Ricambiati, per questo, con l’antipatia di tanti residenti nel Canton Ticino. Ma questa è un’altra storia.

La competizione europea, per i bianconeri, si concluse al turno successivo a opera dello Slavia Praga (che vinse 1-2 in Ticino, affermandosi anche nel ritorno in casa per 1-0): ma, ormai, per Morinini e Carrasco si erano aperte le porte della leggenda del calcio della Svizzera italiana. E non passa domenica, a Cornaredo, nella quale l’ex giocatore di origine cilena non sia richiesto per una stretta di mano e un selfie da parte di qualche tifoso, vecchio o giovane.

INTER-LUGANO 0-1 (0-0)

Inter: Pagliuca, Centofanti, Zanetti, Roberto Carlos, Fresi, Festa, Paganin, Seno (77′ Manicone), Carbone (53′ Orlandini), Rambert (53′ Fontolan), Ganz. All: Suárez
Lugano: Walker, Penzavallki, Morf, Galvão, Fornera, Shalimov, Gentizon (80′ Belloni), Esposito (8′ Manfreda – 70′ Bugnerd), Carrasco, Erceg. All.: Morinini
Marcatore: 86′ Carrasco (L)

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Da bambino si innamorò del calcio vedendo giocare a San Siro Rivera e Prati. Milanese per nascita e necessità, sogna di vivere in Svezia, e nel frattempo sopporta una figlia tifosa del Bayern Monaco.