L’Uomo è un’Isola: Gigi Riva e il favoloso Cagliari del 1970

Lo scudetto il Cagliari lo vince nell’estate del 1969. Quando l’uomo a luglio va sulla Luna per la prima volta, i rossoblù allestiscono lo shuttle per decollare lentamente nell’arco dei successivi 10 mesi. Il dì di festa sarà il 12 aprile 1970: allo Stadio Amsicora, davanti a trentamila cagliaritani in estasi (senza contare quelli davanti alla radio in tutta l’isola), il Bari offre la guancia per una doppia carezza di Riva e Gori. Poco prima del raddoppio, da Roma arriva la notizia più bella: su un cross di Beppe Massa, l’arbitro ha dato rigore alla Lazio contro la Juventus (inseguitrice dei sardi) per un fallo conquistato in area da “Long John” Chinaglia. Lo stesso Re Giorgio lo ha trasformato, è il minuto 74 (lo stesso numero dell’anno in cui saranno i biancocelesti a diventare campioni, scherzi della numerologia), i bianconeri non recupereranno e daranno l’aritmetica certezza del tricolore al Cagliari. L’acme di una squadra vincente, dopo che, appena due giorni prima, un altro celebre “team” aveva ammainato la bandiera. È quello dei “Fab Four” di Liverpool: Paul McCartney, John Lennon, George Harrison e Ringo Starr. Venerdì 10 Aprile, infatti, Paul saluta tutti e se ne va. I Beatles, che hanno fatto cantare, ballare e riflettere il mondo intero per dieci anni, i favolosi anni ’60, non esistono più.

There will be an answer, let it be
Let it be, let it be. Yeah
There will be an answer, let it be

Manlio Scopigno, allenatore-filosofo di quella squadra, l’anno prima ha portato i sardi al secondo posto, dietro la Fiorentina campione d’Italia. Capisce che, per fare il salto di qualità e scalare di una posizione la classifica, tutto deve ruotare intorno ad un’unica stella polare: Gigi Riva. Dà mandato, allora, al direttore generale Andrea Arrica di costruire una cornice d’autore intorno a quell’opera d’arte di centravanti. Servono soldi, il Cagliari non è la Juventus, bisogna inventarsi qualcosa. Insieme a Riva, in squadra c’è un altro attaccante molto corteggiato ed è Roberto Boninsegna, che non nasconde la propria anima interista e sarebbe disposto a partire da un’isola felice com’è la Sardegna ed il Cagliari in quel momento per coronare il suo sogno di bambino tifoso. Arrica, così, parte per Milano per incontrare il presidente Fraizzoli. L’Inter ha bisogno di un nuovo centravanti ed avrebbe scelto Pietro Anastasi, ma un blitz dello scaltro Boniperti ha portato “Petruzzu” sulla via di Torino. Boninsegna, a quel punto, è più che gradito. Il dg cagliaritano strappa prima lo scambio con un altro attaccante, Sergio Gori, ci aggiunge il jolly Poli e, siccome il coltello dalla parte del manico ce l’hanno gli isolani, chiede anche l’ala destra Angelo Domenghini, l’eroe azzurro del’68. Fraizzoli ci pensa, poi dice “va bene”, pensando di far lui il colpo. Arrica preleva anche dal Brescia il libero Tomasini, così, con una doppia mossa, fornisce a Scopigno gli azulejos essenziali per il suo mosaico.

In porta c’è Albertosi, a destra Martiradonna e a sinistra Zignoli, in mezzo Comunardo Niccolai (l’artista dell’autogol) e Tomasini. A Scopigno serve una mente, un pr del gioco e lo individua in Pierluigi Cera, abile ad adattarsi per dna nei ruoli che l’allenatore impartisce. La sinfonia offensiva, quindi, comincia dal neo-arrivato Domenghini, prosegue con Nenè (probabilmente il primo falso nueve della storia) e Greatti e finisce con Gori alle spalle di Gigi Riva, uno che comunque ama giocare con la squadra, non soltanto finalizzare.

Da buon filosofo, l’anticonformista Scopigno capisce che la libertà individuale, come sostiene anche Kant, è assunzione di responsabilità. Un concetto che ha imparato sorseggiando il suo amato whisky nelle serate con gli amici, tra le nubi del fumo di sigaretta. Sposta gli allenamenti dal mattino al pomeriggio, non forza più di tanto la mano in settimana e abolisce i ritiri pre-partita, facendo leva sul buon senso dei giocatori. In campo, oltre ad impiantare il suo sistema di gioco, lascia ampia libertà ai suoi ragazzi. Gli spartiti glieli dà lui, ma la musica in campo devono suonarla loro.
Aveva sempre il dialogo come arma il buon Manlio, non le mandava mai a dire, spesso ironizzava anche sulle amarezze della vita. Come quando venne esonerato a Bologna e un fattorino del presidente Goldoni gli recapitò il biglietto di licenziamento. Lui lo lesse e, come prima reazione, invece di spaccare piatti o schiumare rabbia verbale commentò pungente: “Ci sono due errori di sintassi e un congiuntivo sbagliato”. Dopo lo scudetto, vedendo giocare Niccolai in Messico con la Nazionale, se ne uscì dicendo: “Tutto mi sarei aspettato nella vita, tranne che vedere Niccolai in mondovisione”. Questo era Manlio Scopigno, che dalle tribune del Comunale, quando il Cagliari giocò in trasferta contro la Juventus e lui era squalificato, reagì all’autogol del solito Niccolai con una battuta: “Però, gran gol!”.

Quella fu una partita-chiave per lo scudetto, sotto 1-0 per mano propria, il Cagliari pareggia rocambolescamente con un colpo di testa di Riva, poi va di nuovo sotto per un calcio di rigore concesso da Lo Bello, l’arbitro per eccellenza di quel mondo calcistico. Sbaglia Haller, ma il fischietto siciliano fa ripetere e Anastasi segna. I sardi protestano, si rifanno sotto: Cera lancia per Riva in area, Salvadore lo stende… altro calcio di rigore. Il tiro di Riva non è irresistibile, ma la palla va dentro. 2-2 e la Vecchia Signora, che stava recuperando dopo un inizio stagione balbettante, tenuta ferma due punti sotto i rossoblù. Niente aggancio.

Sarà una delle poche partite in cui quella squadra subirà due gol, finirà la stagione con appena 11 reti al passivo e 42 all’attivo. Ventuno di queste, portan la firma di “Rombo di tuono”, così lo definì Gianni Brera, per dare un’immagine cinematografica del rumore del suo potente sinistro, che usava come arma impropria.

Che strano soprannome, l’esatto contrario del carattere schivo e riservato di quell’uomo vestito da calciatore. Centocinquantacinque gol in Serie A, tutti con la maglia del Cagliari. Centonovantanove in totale, in 364 apparizioni. Ha rifiutato la Juventus dell’avvocato Agnelli. Ha detto di no a Pelè e ai dollari, tanti, dei New York Cosmos nel ’75. Trentacinque gol in Nazionale, record ancora persistente. Molto legato alla madre, che lo aveva tirato su dopo la prematura morte sul lavoro del papà. In un’infanzia di stenti da cui solo il calcio lo avrebbe riscattato. Lo ha rivelato lui stesso, quando ancora giocava: “Il calcio mi ha dato ciò che da ragazzo non ho avuto: amici, soddisfazioni, un lavoro. Se non facessi il calciatore, avendo un lavoro e dovendo io pagare per il calcio, giocherei lo stesso per quanto lo amo”.

Fisico scultoreo, animo gentile, amato e amante delle donne, ma sempre senza fiatare. Tutte lo vogliono, qualcuna lo ottiene e non se ne saprà mai nulla. La celebre Anna Magnani, in una battuta del suo ultimo film per la tv (L’Automobile – 1971) desidera essere un uomo bello e vincente, “come Gigi Riva”. L’anno dello scudetto, però, era un uomo ad essere ossessionato da lui, sportivamente parlando s’intende: Graziano Messina, il più famoso esponente del banditismo sardo del dopoguerra e conosciuto per le numerose evasioni e per il suo ruolo di mediatore nel sequestro di Farouk Kassam. Dalla sua latitanza Messina, acceso tifoso rossoblù, faceva pervenire una lettera d’amore ed esaltazione purissima a Gigi prima di ogni partita. Riva e Messina, un binomio improbabile, un imbarazzo per quel campione mite, esempio di correttezza umana e professionale. Bruciò tutte quelle lettere, su suggerimento dell’amico e compagno di squadra Cera.

L’Anonima Sequestri in quegli anni violenti faceva la sua parte e non risparmiava vip e personaggi influenti della politica e dello spettacolo. Compreso Fabrizio De André, che quella Sardegna la vive per predilezione naturale e che finirà nelle mani dei sequestratori, insieme alla moglie Dori Ghezzi, per quattro mesi nel 1979, prima di essere rilasciato dietro un sontuoso pagamento di più di 500 milioni di lire.
Chi era assoluto fan di De Andrè? Proprio Gigi Riva, che nell’estate del ’69 pretese da un ex-compagno di squadra un incontro con lui, al termine di una trasferta contro la Sampdoria. Come potevano due muti legare? Si videro, si salutarono, ma timidi e diffidenti non parlavano. Ci volle il whisky, tanto caro anche a Scopigno, per rompere il ghiaccio. Quattro bicchieri e lingua scioltissima, De Andrè gli confessa il suo gusto per la notte, che lo porta a svegliarsi all’ora di pranzo, la sua amicizia con Luigi Tenco, le sue filosofie. Vanno avanti a lungo e, quando ormai si è fatta l’alba, Gigi gli regala la sua maglia n.11, Fabrizio una chitarra con cui aveva partorito alcuni suoi successi.
Gigi ascolterà De Andrè per una vita, soprattutto quando, per via del mal d’auto, siedeva sempre davanti sul bus del Cagliari e dominava il mangianastri con le sue canzoni. Qualcuno, dietro, protestava. Invano.

Dio di misericordia, il tuo bel Paradiso
L’hai fatto soprattutto per chi non ha sorriso
Per quelli che han vissuto con la coscienza pura
L’inferno esiste solo per chi ne ha paura

Quel Cagliari mandò al mondiale in Messico ben sei uomini, cinque dei quli titolari indiscussi: Albertosi, Niccolai, Cera, Domenghini, Gori e Riva. Ci sarebbe andato anche Tomasini, ma s’infortunò. Gigi Riva l’azzurro lo ha amato sempre, allora e pure dopo, quando lavorerà per 22 anni in FIGC, prima come dirigente accompagnatore e poi come team manager della Nazionale (1988-2010). Ma, se Leggiuno gli ha dato i natali, è in Sardegna che ha la sua patria, lì non si è sentito soltanto un calciatore acclamato, ma un uomo parte di una famiglia. Fuori dai confini, sul continente, lo hanno criticato perfino dopo il secondo posto dell’Azteca, al cospetto di un Brasile iper-stellare. Quando intervistano Scopigno, qualcuno muove la critica che Riva, non fosse stato per l’aiuto di Rivera sul campo, non avrebbe segnato così tanto in azzurro e lui, alla solita maniera, risponde secco: “Barista, rallenta i drinks, perché qui c’è già qualcuno ubriaco! Riva può far a meno sia del signor Rivera sia del signor Boninsegna, anzi, facendone a meno può fare meglio e non fatemi dire altro”.

Quel Cagliari così ben costruito avrebbe potuto vincere ancora, la Coppa dei Campioni della stagione successiva era cominciata molto bene, con un netto successo sul Saint-Etienne campione di Francia. Riva, però, s’infortunò gravemente al Prater di Vienna con la maglia della Nazionale in una gara di qualificazione per Euro ’72, pochi giorni dopo un’eccezionale partita vinta a San Siro contro l’Inter e con una sua prestazione di alto livello. Senza di lui, quel mosaico si sgretolò, l’Atletico Madrid in Coppa passeggiò 3-0, alla fine della stagione il Cagliari finisce settimo. Riva è tornato, ma non è più lo stesso. Non sarà mai più lo stesso. Nel ’72 Scopigno lascerà la squadra, sparendo lentamente dal panorama calcistico, ma non prima di prendersi un altro merito: quello di aver fatto esordire contro il Bologna, sulla sua breve esperienza di panchina della Roma, un giovane diciottenne di belle speranze. Agostino Di Bartolomei.
In Sardegna Luigi Riva è un’istituzione, si ritirò dal calcio giocato a soli 32 anni nel 1976 (ennesimo infortunio) e nel 2004, quasi trent’anni dopo, il cantautore nuorese Piero Marras gli ha scritto pure una canzone. Lì, in quella terra smeralda del Mediterraneo occidentale, lo aspettano ancora, cinquant’anni dopo quel fantastico Scudetto. Non un suo erede, ma irrealisticamente proprio lui, come se potesse ricominciare da capo la sua vita.

Come dice la canzone:
Quando Gigi Riva tornerà
La partita ricomincerà
Grideremo insieme Italia, Italia
E patetico non sembrerà

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Laureato in Scienze della Comunicazione, a Salerno. Master in Giornalismo IULM, a Milano; Giornalista professionista.