E sono 50: la leggenda intramontabile del Cagliari dello Scudetto

Trentaquattro giorni sono trascorsi dall’ultima partita disputata in Serie A, e chissà quanti altri ne dovremo attendere prima di riabbracciare il nostro gioco preferito, prima di riassaporare le emozioni che solo il calcio sa farti provare. Questo maledetto virus ha stravolto le nostre vite, entrando nelle nostre case senza chiedere permesso, aumentando le nostre paure e minacciando i nostri affetti. È logico che, in una situazione come questa, il calcio, quello del presente e anche quello del futuro, passa in secondo piano. Eppure, i protagonisti del mondo del pallone del passato ci hanno fatto compagnia in queste difficili settimane, fornendoci al solito un ‘porto sicuro’ nel quale attraccare durante la tempesta: vecchie gare trasmesse in TV, bacheche social inondate di foto e immagini di repertorio, parole su parole spese con colleghi e amici per trascorrere la serrata generale voluta dal Governo.

In questo scenario, non poteva passare inosservata una data come quella di oggi: 12 aprile 2020. Ovvero cinquant’anni esatti dalla conquista dello storico Scudetto da parte del Cagliari Calcio. “Albertosi, Martiradonna, Tomasini, Niccolai, Zignoli, Cera, Greatti, Nené, Domenghini, Gori, Riva” è una sorta di mantra mandato giù a memoria da chi ha avuto la fortuna di assistere dal vivo alle imprese di quella squadra leggendaria e che riecheggia ancora nella mente dei più giovani, che invece non hanno potuto vivere in prima persona la cavalcata dei rossoblù nella stagione 1969/70, ma che sicuramente ne hanno sentito parlare.

Era la 28/a giornata, mancavano tre gare al termine del campionato e i rossoblù conducevano con tre punti di vantaggio sulla Juventus. La sconfitta dei bianconeri a Roma contro la Lazio e la simultanea vittoria dei sardi in casa, allo stadio Amsicora contro il Bari (2-0 con gol di Riva e Gori), rendevano indimenticabile quel pomeriggio del 12 aprile, consegnando al Cagliari il tricolore e dando il via a una festa che sarebbe durata per giorni nel capoluogo sardo.

Una cavalcata, per l’esattezza, perché i sardi quell’anno presero il comando della classifica alla quinta giornata, andando a vincere in casa di una diretta rivale come la Fiorentina (gol di Gigi Riva su rigore), e non lo lasciarono più, nemmeno dopo le sconfitte in trasferta contro Palermo e Inter, le sole di un campionato praticamente perfetto. Trascinati in campo dalle giocate e dai gol di Rombo di Tuono (al secolo Luigi Riva) e in panchina dalle idee dello stratega Manlio Scopigno, i rossoblù scrissero una pagina indelebile della storia del calcio italiano. Ancora oggi, gli eroi dello scudetto sono leggende per i tifosi isolani, ma possiamo tranquillamente affermare che quel Cagliari raccolse consensi un po’ in tutta Italia.

Il motivo di tanto successo risiede innanzitutto nella qualità di quella formazione, con sei giocatori rossoblù che, due mesi dopo quel 12 aprile, avrebbero contribuito a scrivere una delle pagine più belle del calcio italiano (in particolare, Albertosi, Cera, Domenghini e Riva giocarono la “partita del secolo” contro la Germania allo stadio Azteca, semifinale del Mondiale messicano); ma quella fu una vittoria che andava al di là del significato sportivo: era la prima volta che una squadra del sud vinceva lo Scudetto.

Per i sardi e la Sardegna quella fu l’occasione per dire al resto d’Italia “ci siamo anche noi”, ma andando oltre i confini dell’isola, il trionfo del Cagliari segnò il riscatto del povero Sud nei confronti del Nord, decisamente più ricco e industrializzato. Che poi, questa è anche la storia dell’uomo simbolo di quel successo, Gigi Riva, capocannoniere in quel torneo con 21 reti, che non cedette alle sirene delle grandi squadre del nord (Juventus su tutte) per sposare a vita il Cagliari e la Sardegna.

È trascorso mezzo secolo da quella impresa e oggi possiamo fermarci e ricordare, rivivere quei momenti grazie ai tanti approfondimenti televisivi previsti in giornata e provare a capire in che modo quella squadra entrò nel cuore degli italiani. E questa, pensandoci bene, è l’eredità più bella lasciata dal Cagliari scudettato alle generazioni successive, una storia da raccontare e da rievocare anche oggi, soprattutto oggi, visto che questo sport ha un po’ perso il lato romantico ed emotivo che un tempo sventolava con fierezza.

 

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Sardo di origini sicule, ama il calcio dalle “notti magiche” di Italia ’90. È laureato in Lingue con una tesi sulla lingua del calcio. Pubblicista, ha collaborato col periodico Vulcano e la tv sarda Videolina.