Slittamento Tokyo 2020, un anno che cambia da atleta ad atleta

Il Coronavirus ha obbligato gli organizzatori a posticipare di un anno i Giochi Olimpici di Tokyo 2020. C’è un curioso precedente nella storia delle Olimpiadi che risale al 1938, quando proprio la capitale giapponese, scelta come sede per ospitare l’edizione del 1940, fu costretta a fare un brusco retromarcia a causa della guerra sino-giapponese. Tokyo dovette attendere il 1964 per poter celebrare l’evento diventando il primo paese asiatico a ospitare i giochi olimpici.
Questo slittamento acquista una diversa importanza nella carriera di ogni singola atleta. Per un atleta reduce da un lungo infortunio si riapre improvvisamente uno spiraglio, mentre chi è all’apice della carriera o al suo termine purtroppo ne coglie l’aspetto più pessimista. Una tra queste è senza dubbio Tania Cagnotto, che non solo vede sfumare la sua partecipazione, ma anche la possibilità di essere portabandiera. La sua partecipazione a Tokyo 2020 doveva porre la parola fine a una carriera brillante con ben due medaglie olimpiche conquistate ai giochi di Rio 2016. Una preparazione lunga e faticosa soprattutto dopo la maternità; il pensiero di dover allungare ulteriormente questo periodo per altri mesi sembra spingere per il momento la tuffatrice bolzanina a cambiare idea, ma la Cagnotto è un’atleta che ha dimostrato grande tenacia, quindi non è da escludere un nuovo cambio di rotta.

Più ottimista invece Federica Pellegrini. Lo spostamento di un anno ha i suoi aspetti negativi, perché l’asso azzurro della vasca era in ottima forma e ora tutta la sua preparazione salta con la sospensione totale degli allenamenti. Le dichiarazioni della nuotatrice e del suo allenatore però spingono per un po’ di pazienza e la voglia di essere comunque presenti lo stesso a Tokyo nonostante un anno in più sulla carta d’identità.

C’è infine un aspetto doping da valutare. Prima dello slittamento infatti l’Agenzia Mondiale Antidoping doveva fronteggiare la questione legata ai tester e alle restrizioni, che rendevano problematici i controlli antidoping favorendo i cosiddetti “furbetti” a cinque cerchi. Ora la questione è archiviata almeno per il momento perché su ciò che accadrà nei prossimi mesi si possono solo fare ipotesi. Resta invece la questione squalifiche. In questo momento di blocco totale di tutto lo sport ci si chiede se sia giusto tenerle ancora attive oppure congelarle. Un argomento che in un momento così difficile non ha una priorità elevata, però vede opporsi diverse scuole di pensiero. Da una parte c’è chi vuole bloccarle e farle ripartire quando si tornerà a un minimo di normalità, perché altrimenti una squalifica diventa quasi nulla. Dall’altra c’è chi invece adotta un atteggiamento più morbido come se fossimo davanti a una sorta di amnistia sportiva. Ovviamente tale discorso si diversifica caso per caso, perché il giudizio su un’ammenda di due mesi è diverso rispetto al caso dell’atleta che prima dello slittamento sarebbe rimasto fermo per lungo tempo ed escluso di conseguenza dai giochi.

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Nasce a Roma il 30 maggio 1979 mentre il Nottingham Forest di Brian Clough vinceva la sua prima Coppa Campioni. Radiocronista sui campi dell’Eccellenza laziale, adora il calcio minore ed il futsal.