Quando il Rangnick tesse all’aperto è finito il tempo incerto

Ci risiamo. Per l’ennesima volta il Milan si prepara a una rivoluzione interna che renderà la prossima stagione un nuovo “anno zero”. Pare una maledizione quella della società di via Aldo Rossi che, quando sembra riuscire a mettere naso e bocca appena fuori dall’acqua, viene ricacciata giù negli abissi, e ogni volta più a fondo. Il derby di ritorno sta divenendo un appuntamento critico per i rossoneri: quest’anno come l’anno scorso è stata la partita che ha tarpato le ali ai voli pindarici in ottica Champions League, quest’anno come l’anno scorso ha segnato una rottura interna. Nella passata stagione lo scontro fu tra Gattuso e Leonardo, entrambi dimissionari a giugno, in questa ha sancito la fine dei rapporti tra Gazidis e Boban (e con molte probabilità anche con Maldini e Pioli).

Risale alla settimana che precedeva la stracittadina, infatti, la prima fuoriuscita di voci sul possibile ingaggio di Rangnick da parte di Ivan Gazidis: come l’anno scorso, proprio nel momento in cui la squadra stava riuscendo a dare continuità ai risultati e alle prestazioni, l’ambiente ha subìto uno scossone colpevolmente molto mediatico che ha tolto serenità a tutte le componenti del club. Lo scenario che si prospetta da qui in avanti, però, sembra più preoccupante rispetto allo stesso periodo del 2019: questa volta a pagare potrebbe essere anche Paolo Maldini e, con il suo allontanamento e quello di Boban, il Milan vedrebbe cancellati in solo colpo gli ultimi depositari del milanismo. Sarebbe una mazzata tremenda, destinata ad avere ripercussioni pesanti su tutto l’ambiente.

Negli ultimi anni il Milan ha bruciato già un numero considerevole di bandiere: Inzaghi, Seedorf, Gattuso, Leonardo, tutti andati via da Milanello con molta amarezza. Perdere Maldini e Boban significa perdere due tra gli elementi più importanti: il capitano di mille battaglie e un uomo di spicco della Fifa, dotato di grande carisma e apprezzato da gran parte degli amanti del calcio per la sua intelligenza e la sua schiettezza. E proprio l’assenza di peli sulla lingua di quest’ultimo sembra aver fatto saltare il banco: Boban ha detto le cose come stanno, sbugiardando Gazidis che aveva parlato di “società unita”. Se le cose sono andate come effettivamente sembra, ossia che il dirigente sudafricano ha opzionato Rangnick per il prossimo anno senza consultare coloro che si occupano della gestione sportiva, allora la separazione con Boban e Maldini è certa. L’indimenticato numero 3 ha più volte sottolineato, negli anni, che sarebbe tornato al Milan in veste di dirigente solo se avesse potuto incidere nelle scelte, non per fungere da figurina. Con la sua mossa, Gazidis lo ha reso tale e quindi le condizioni per proseguire non possono più esserci.

Il guru arrivato dall’Arsenal ha dunque approfittato della sua posizione di forza con la società per far fuori in un colpo solo le due bandiere e un allenatore che ce la stava mettendo tutta per dare un futuro alla rosa che si è trovato a disposizione (e ci stava pure riuscendo). Non bastava il fatto che Gazidis guadagnasse più della maggior parte dei giocatori (4 milioni sonanti l’anno) e che non riuscisse a fare la differenza nei contratti con gli sponsor (Fly Emirates pare aver rinnovato passando da 14 a 10 milioni): ha voluto anche decidere in autonomia sulla parte sportiva, pur non essendo il suo ruolo. Prendere un profilo come Rangnick, una figura a tutto tondo tra dirigenza e panchina, molto simile a ciò che era Wenger all’Arsenal, significa rifugiarsi nel suo personalissimo “da me si è sempre fatto così”, prendendo a modello una società che negli anni non ha vinto alcunché e alla quale il popolo rossonero diffida dall’essere paragonato.

Come sempre accade, un tale tsunami in società comporterà ripercussioni pesanti sul rettangolo di gioco: la prima e più evidente potrebbe essere un calo drastico della motivazione in un gruppo di calciatori che, pur essendo professionisti, non possono essere immuni a così frequenti sconquassi. Per non parlare dell’allenatore, non più incentivato a lavorare per l’anno che verrà, messo alla porta senza riconoscenza nonostante l’ottimo lavoro svolto in condizioni ambientali avverse (non ci scordiamo l’ashtag #PioliOut al momento del suo arrivo). Le ripercussioni peggiori, però, potrebbero riguardare il mercato: una volta dimostrato con i fatti che l’inserimento di uomini di grande esperienza aiuta sia a livello di risultati che di crescita dei giovani, c’è da aspettarsi il repentino dietrofront per tornare a puntare su quella linea verde che non prevede eccezioni e che non porta da nessuna parte. Sarà difficile vedere ancora Zlatan a San Siro il prossimo anno ed è un grosso peccato per quello che sta dando a questa squadra, ma il vero pericolo si chiama Gigio Donnarumma, gioiello non lontano dalla scadenza del contratto e con un procuratore che, recentemente, ha ri-iniziato a lanciare frecciate ai rossoneri.

Ma quali sono i capi d’accusa imputati a Boban? Sinceramente, ce ne può venire in mente solo uno: Marco Giampaolo. A conti fatti la scelta del tecnico fatta in estate è stato l’unico passo falso grossolano compiuto dalla dirigenza, che ha però provveduto al cambio in tempi non sospetti. Per il resto, il lavoro svolto dalla parte sportiva in questa stagione non può essere giudicato negativamente: nello scambio di prestiti Rebić-André Silva il Milan ci ha guadagnato enormemente, così come dalla cessione di Ricardo Rodríguez e dall’acquisto di un potenziale campione come Theo Hernández per soli 20 milioni. Giù il cappello anche per l’intuizione Bennacer, portato a Milanello per 17 milioni e divenuto elemento imprescindibile, essendo uno dei migliori centrocampisti del campionato e, per giunta, con ampi margini di miglioramento. Accanto a questi jolly pescati a poco prezzo, a gennaio è finalmente arrivato Ibra, acquisto auspicato già da diverse sessioni di mercato. Quattro colpi di mercato che sono diventati quattro dei sei giocatori fondamentali per questa squadra (gli altri sono Donnarumma e Romagnoli). Oltre a questi, altri acquisti di calibro minore, che non hanno comunque inciso sul bilancio. L’unico colpo su cui per ora bisogna sospendere il giudizio è Leão, strapagato ma non ancora impostosi in maglia rossonera ma, vista la giovane età, non può ancora essere definito un flop. In questo contesto va anche elogiata la scelta (per giunta impopolare) di ingaggiare un tecnico su cui c’erano molte perplessità come Pioli, ma che ha saputo, dopo anni, cambiare modulo e tagliare giocatori importanti non più utili alla causa.

L’operato di questa dirigenza è stato deludente per i risultati ottenuti fino a questo momento in termini di punti, ma da elogiare per le importanti basi messe in ottica della prossima stagione, con il campo a confermare che la strada giusta fosse quella da sempre voluta da Maldini, un giusto mix tra giovani e campioni affermati. Gazidis ha però deciso di annientare questo progetto che, evidentemente, non era coerente con il suo modo di vedere il calcio, fatto di plusvalenze e poca ambizione sportiva. Il Milan ripartirà nuovamente da zero, smarrendo le certezze che stava acquisendo in questo momento di svolta. In tal modo, molto probabilmente, si affievolirà anche l’entusiasmo di una tifoseria encomiabile, quasi sempre sopra le 50.000 unità nella gare a San Siro. E allora avanti Gazidis, una volta fatta piazza pulita potrà mettere a libro paga una nuova batteria di dirigenti stranieri e una suggestiva rosa di under-23, un gruppetto di piccoli Gunners rossoneri da poter rivendere tra qualche anno. E c’è da augurarselo, perché almeno in quel caso Elliott potrebbe raggranellare il malloppo e levare il disturbo, portando via, gentilmente, anche il suo “guru” sudafricano.

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Nasce nel 1987 a Udine, gioca a calcio da quando ha 6 anni. Laureato in Relazioni Pubbliche e Comunicazione Integrata per le Imprese e le Organizzazioni.