La Svizzera sportiva professionistica si ferma: campionati in pausa e niente partite a porte chiuse

Come vi avevamo preannunciato ieri, e come vi abbiamo già anticipato via Twitter, i rappresentanti delle 20 squadre professionistiche della Svizzera si sono incontrati ieri pomeriggio a Berna per decidere come comportarsi rispetto all’emergenza Coronavirus. La scelta, contrariamente a quanto auspicato venerdì dal direttore generale del FC Lugano Michele Campana (il quale, tuttavia, sentito ieri dagli organi di stampa locali, si è dichiarato d’accordo con la strada intrapresa), è stata quella di continuare la sospensione dei due campionati professionistici elvetici. Dopo la 24/a giornata, quindi, verranno rinviate anche le altre tre successive.

Il resto dipenderà dalle decisioni, nelle prossime settimane, del Consiglio federale (l’organo che, in Svizzera, detiene il potere esecutivo) il quale, come sappiamo, venerdì scorso ha deciso di vietare, con effetto immediato, tutte le manifestazioni che coinvolgano più di 1000 persone, almeno fino al 15 marzo.

Ovviamente, se le autorità non estenderanno il divieto oltre tale data, i campionati riprenderanno immediatamente e continueranno secondo il programma prestabilito. È stata anche discussa l’opzione di giocare a porte chiuse. Tuttavia, i club, secondo quanto scritto sul comunicato stampa della SFL, hanno deciso di non optare per questa possibilità. A prevalere sono stati i motivi economici, considerando che ci sono ancora abbastanza date alternative disponibili.

La situazione è naturalmente molto fluida, e oggetto di monitoraggio da parte della SFL. Se il Consiglio federale dovesse estendere i divieti o imporre nuove restrizioni, la Lega e i club di Raiffeisen Super League e Brack.ch Challenge League si consulteranno nuovamente, e decideranno in merito.

Nella conferenza stampa successiva alla riunione, trasmessa dal Blick, il CEO della SFL Claudius Schäfer ha ricordato che le entrate dai biglietti d’ingresso rappresentano il 30 o il 40% del budget annuale dei club. “Scendere in campo senza il pubblico, va da sé, significherebbe creare un pregiudizio economico enorme per le società. Il problema principale riguarda il Basilea, che è ancora impegnato in tre competizioni (Campionato, Coppa ed Europa League). La situazione è senza ombra di dubbio molto critica e complicata per tutti noi.” Noi possiamo solo aggiungere che il Basilea gioca sempre davanti ad almeno 20.000 spettatori di media, a differenza dei 3.000 di Lugano. Lo stesso discorso dei renani vale per lo Young Boys. Il resto è conseguenza.

C’è poi il rebus delle televisioni. Sentita dal Blick, Claudia Lasser, responsabile dell’emittente Teleclub, che trasmette in Svizzera il calcio in modalità PAY TV, ha detto che “La situazione pone davanti a tutti i soggetti coinvolti enormi sfide di pianificazione, che richiederanno una grande flessibilità.” La stessa ha poi proseguito“Fermo restando che siamo in costante contatto con SFL e società calcistiche, siamo anche fermamente convinti che debba essere una priorità assoluta che la stagione in corso termini regolarmente, e che tutte le partite in programma vengano giocate. Ovviamente, se sarà necessario per motivi sanitari, anche a porte chiuse.”

Il portale TIO ha invece parlato con il presidente del Lugano Angelo Renzetti. Ecco le principali dichiarazioni del Pres: “La situazione è molto seria, e credo sia stata giusta la scelta d’interrompere provvisoriamente la stagione. Noi del calcio abbiamo ancora un po’ di margine, potremmo inserire qualche turno infrasettimanale. Tuttavia, leggendo le notizie che circolano, non credo che si sia così lontani dal dover chiudere il campionato.”

“In un’eventualità del genere, dovremo tenere in considerazione l’aspetto economico. A queste condizioni, infatti, non possiamo permetterci di pagare gli stipendi: i giocatori potrebbero doversi iscrivere alla disoccupazione. Ma è comunque prematuro affrontare questi discorsi. Personalmente, ascolto e seguo le raccomandazioni degli esperti e delle autorità. Tuttavia, guardando più in là, devo ammettere che le conseguenze economiche che una situazione di questo genere potrebbe lasciare mi preoccupano, al di là degli aspetti prettamente legati al calcio”.

Questo, in sintesi, la situazione odiernaIl problema, comunque, è ben lungi dall’essere risolto, come sappiamo anche noi in Italia. Si cerca di esorcizzare il rischio, evitando di andare troppo in là. Ma non si può non considerare il fatto che l’emergenza non abbia, a tutt’oggi, una data certa di termine. A rischio ci sono, qua, i mondiali di hockey (in programma a Zurigo e Ginevra). Ma non si possono escludere gli Europei itineranti o, addirittura, le Olimpiadi di Tokyo. Ovunque, su questi temi delicatissimi, si rassicura e si cerca normalità, come è giusto che sia. E, diciamolo all’italiana, non manca anche un pizzico di scaramanzia.

Passerà, sì dice. Vero, ma nessuno è in grado di dire quando. La realtà è che, qui come altrove, l’emergenza Coronavirus sta mettendo lo sport in ginocchio. Oltreconfine, la prima emergenza sono i playoff di hockey. La stagione regolare è terminata con le partite a porte chiuse: abbiamo parlato con i colleghi che seguono con noi il calcio, e che si occupano anche di questo sport. Al di là dell’emozione di raccontare un derby ticinese decisamente inusuale, tutti hanno sottolineato come l’atmosfera sia completamente venuta a mancare. Tant’è vero che ieri, in parallelo al calcio, anche il disco su ghiaccio ha deciso lo stop sino al 15 marzo.

Quanto agli attesissimi Mondiali elvetici di maggio, si prende tempo. La Federazione internazionale di hockey ha reso noto che l’evento è assicurato in caso di annullamento: il suo valore, a livello di fatturato, varia fra i 20 e i 40 milioni di franchi. In ogni caso, l’orientamento è chiaro: o il torneo si fa con il pubblico, o verrà cancellato.

In conclusione, una situazione estremamente difficile. Qua e ovunque, si alzano voci preoccupate da una parte, e possibiliste dall’altra. Qualcuno pensa che l’allarmismo sia eccessivo, e si augura che il Consiglio Federale, a metà marzo, ponga fine alle misure d’emergenza. Altri fanno notare come persino nell’albergo che dovrebbe ospitare la Nati nel ritiro pre europei si sia verificato un caso di malattia. Come dire: attenzione, perché non ci sono certezze di nessun tipo. Per intanto, il pallone e il disco, in Svizzera, si sono fermati.

E, forse, rispetto a quanto stiamo vedendo qua nella Penisola, con le trasferte vietate ai tifosi provenienti da una regione (ma solo per determinate partite, visto che i bergamaschi sono andati a Lecce e i milanisti non potranno andare a Torino), è stata la scelta migliore. Certo, qua è più semplice, si dirà. Sbagliando: perché lo sport, in Svizzera, vive di mezzi propri, senza troppe iniezioni di denaro a fondo perduto. Ogni tanto, sarebbe il caso di ricordarlo.

Condividi
Da bambino si innamorò del calcio vedendo giocare a San Siro Rivera e Prati. Milanese per nascita e necessità, sogna di vivere in Svezia, e nel frattempo sopporta una figlia tifosa del Bayern Monaco.