Se a fare cori razzisti è un ragazzo di 12 anni

Se avevamo bisogno di un ulteriore segnale del drammatico aumento di fenomeni razzisti negli stadi di tutta Europa, la notizia arrivata nelle ultime ore dalla Scozia non fa altro che far scattare un nuovo segnale d’emergenza molto grave. La polizia scozzese avrebbe infatti accusato un ragazzo di appena 12 anni, tifoso del Celtic, per aver fatto dei cori razzisti contro un giocatore dei Rangers, in occasione dell’Old Firm giocato lo scorso 29 dicembre. Un derby caldo, che ha lasciato dietro di sé strascichi preoccupanti per quanto accaduto anche fuori dal campo, soprattutto per gli insulti che sarebbero stati rivolti all’attaccante Alfredo Morelos, più volte preso di mira dai tifosi con cori a sfondo razziale.

È ancora soltanto un’accusa, ma trattandosi di un minore sarà seguita una procedura speciale, anche per evitare di colpevolizzare il giovane e piuttosto sfruttare l’occasione per garantirne una forma di “rieducazione”. Ma è un episodio che non può non obbligare tutti noi a guardarci allo specchio e farci chiedere: verso che direzione stiamo spingendo il modo di tifare, se a rendersi presunto colpevole di cori razzisti è un ragazzino, che allo stadio dovrebbe semplicemente divertirsi? Quali lezioni apprendono i figli dai propri genitori, se poi un giovane così si ritrova a insultare un calciatore per la propria provenienza?

Se in Italia non è ancora successo, non è detto che non potrà mai accadere. Negarlo significa non essere mai andati a vedere una partita anche solo a livello provinciale, dove spesso gli insulti degli adulti vengono ripetuti dagli stessi figli. Offese che, il più delle volte, non sono a sfondo razziale, ma che possono essere altrettanto gravi quando rivolte verso avversari, allenatori o arbitri. Con i miei occhi, ho visto ragazzini insultare (e anche insultarmi) davanti ai genitori, senza che venisse minimamente rimproverato, ma venendo a volte persino sostenuto. Sono storie di ragazzi a cui è stata negata un’educazione adeguata, che sono semplicemente il riflesso di quanto si ripete in continuazione in famiglia o nei propri gruppi di amici. Sono adulti di domani, che sono cresciuti convinti che insultare l’altro sia un motivo per farsi una risata, persino di vanto.

Per questo motivo, leggere di un ragazzino di 12 anni accusato di cori razzisti fa e deve far riflettere. È il simbolo di un calcio sempre più malato, che testimonia l’insufficienza degli interventi mirati ad allontanare i tifosi razzisti dagli stadi. Serve un lavoro maggiore sulla cultura, a livello italiano come a livello europeo, a renderci maggiormente consapevoli sin da piccoli, arrivando dove alcune famiglie non riescono nei loro compiti educativi. Perché se a vincere nella testa di un ragazzo di quell’età è l’odio, abbiamo già perso tutti.

 

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Nato a Monza nel '95, ha tre grandi passioni: Mark Knopfler, la letteratura e il calcio inglese. Sogna di diventare giornalista d'inchiesta, andando a studiare il complesso rapporto tra calcio e politica.