Inter: Champions da alti e bassi, ma l’eliminazione è giusta

I nerazzurri salutano mestamente la principale competizione europea dopo la sconfitta maturata a San Siro contro il Barça 2 e dopo la simultanea vittoria del Borussia Dortmund contro lo Slavia Praga. È il secondo anno consecutivo che l’Inter, ieri guidata da Spalletti, oggi da Conte, è costretta a salutare la Champions nell’ultima gara della fase a gironi, proprio a un passo dall’assaporare quegli ottavi che mancano ormai dalla stagione 2011/12. La delusione non è poca dalle parti di Appiano Gentile, specialmente se si considera che oggi, come un anno fa, fioccano i rimpianti per quello che poteva essere ma non è stato, e per le innumerevoli occasioni gettate letteralmente alle ortiche dai nerazzurri.

Diciamo subito che quella dell’Inter è stata una fase a gironi da montagne russe, ricca di alti e bassi, di momenti di esaltazione e altri di impotenza di fronte ad avversari che parevano più attrezzati e che confermavano che quella nerazzurra fosse una squadra ancora incompleta, un cantiere con lavori in corso. Già dall’esordio contro i cechi dello Slavia Praga si era capito l’andazzo: un pari strappato in pieno recupero e la sensazione che si fossero persi due punti per strada. Le gare successive, però, avevano fatto ben sperare: sconfitta a Barcellona per 2-1 dopo aver giocato un primo tempo magistrale, poi la vittoria netta contro il Borussia a San Siro nella terza gara del girone. A quel punto, molti tifosi storditi da questo saliscendi sulle montagne russe si saranno chiesti quale fosse la vera Inter: quella spenta e senza idee vistra contro lo Slavia o quella da sogno ammirata nel primo tempo del Camp Nou o in casa contro i tedeschi?

Dubbi confermati, se non amplificati, dopo la quarta giornata, quella della sconfitta per 3-2 in terra tedesca. Anche lì, un’Inter troppo bella per essere vera aveva rifilato due gol al Borussia con Lautaro e Vecino, dominando per lunghi tratti, salvo poi farsi rimontare dalla furia gialla nella ripresa, lasciandole la corsia preferenziale del secondo posto del raggruppamento. Proprio quando il discorso qualificazione si complicava inesorabilmente, però, la vittoria di Praga e la sconfitta del Borussia a Barcellona avevano invertito l’inerzia, rispedendo l’Inter a un passo dal paradiso. Quella partita, tra l’altro, aveva rincuorato i tifosi anche per il gioco espresso: un’Inter avvolgente, dal cuore infinito e con una coppia d’attacco formata da due giocatori come Lukaku e Lautaro Martínez che si intendono a meraviglia e si completano alla grande. Uno imponente e devastante, l’altro tecnico e letale. Con due così, battere un Barcellona già sicuro del primo posto, e probabilmente pieno zeppo di riserve, è cosa più che fattibile, avranno pensato i tanti sostenitori del Biscione.

Per certi versi, le previsioni del popolo nerazzurro erano corrette: i blaugrana si sono presentati a San Siro davvero con una formazione senza big (se si escludono Vidal, Rakitić e Griezmann) e la coppia Lu-La ha confermato grande intesa, come nel gol del momentaneo 1-1 messo a segno dal belga. Ma altre cose non hanno funzionato. In primis la difesa: male Godín e male de Vrij, spesso in difficoltà contro la velocità di un imprendibile Carles Pérez, autore del gol del vantaggio catalano nel primo tempo. E meno male che è solo un canterano, come quell’Ansu Fati autore del gol vittoria, di cui tanto si è parlato in questi mesi e che a 17 anni e poco più è il giocatore più giovane ad aver segnato in Champions.

E l’Inter? I nerazzurri hanno sprecato tante occasioni, con Biraghi, D’Ambrosio, Lautaro e lo stesso Lukaku, incapace di trovare la zampata vincente nella ripresa, quando gli è capitata la palla giusta e si era ancora sull’1-1. La strategia di Conte non era del tutto sbagliata: pressing altissimo, spesso condotto in prima battuta da Vecino e da Borja Valero, per indurre la difesa avversaria all’errore e liberare subito le due punte. D’altronde, anche se di fronte c’era il Barcellona 2, non era il caso di lasciarli giocare, meglio attaccarli nel loro punto debole. La squadra ci è riuscita a tratti, esaltandosi in alcuni momenti del match e deprimendosi in altri, quando le cose non andavano bene (ad esempio dopo il vantaggio di Pérez).

E pensandoci bene, anche quella di ieri è stata una gara da alti e bassi, come tutto il girone d’altronde. Al di là delle occasioni sprecate, dei vantaggi dilapidati e delle assenze pesanti (ieri Barella e Sensi avrebbero fatto comodo), resta la sensazione che questa squadra non sia ancora pronta per fare strada in Europa. L’eliminazione ci sembra giusta e, anche se da febbraio i nerazzurri saranno impegnati in Europa League, resta l’impressione che sia meglio così. C’è un campionato in cui l’Inter può dire la sua e vincerlo sarebbe il viatico migliore per presentarsi ai ranghi di partenza della prossima Champions con ben altra consistenza e con un bagaglio d’esperienza in più.

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Sardo di origini sicule, ama il calcio dalle “notti magiche” di Italia ’90. È laureato in Lingue con una tesi sulla lingua del calcio. Pubblicista, ha collaborato col periodico Vulcano e la tv sarda Videolina.