La Coppa Davis e il boicottaggio del 1974. L’ammirevole sacrificio sportivo dell’India

Chissà, forse quell’anno l’India avrebbe potuto alzare al cielo la sua prima Coppa Davis. Otto anni prima era stata sconfitta nettamente dall’Australia dei fantastici quattro (Stolle, Emerson, Newcombe e Roche) e capitanata dal leggendario Harry Hopman (a cui è intitolata la omonima Hopman Cup, ndr). Il 1974 poteva rappresentare l’occasione del riscatto, ma non andò così. L’India, che si era qualificata per la finale battendo l’Unione Sovietica, a quella finale non partecipò. Il motivo è semplice e umanamente comprensibile, anche se ormai non si più abituati a vedere simili proteste. L’altra finalista era il Sudafrica e là, nell’estremo sud del continente africano, vigeva ancora l’apartheid.

Inizialmente, per evitare la rinuncia indiana, si era pensato anche a giocare la partita in campo neutro, anziché a Johannesburg. A Ellis Park il pubblico sarebbe stato suddiviso, segregato: solo una piccola parte – nelle file più alte, tra l’altro – sarebbe stata dedicata ai non-bianchi. Inaccettabile per il governo indiano, che lo reputava un oltraggio ai propri tifosi. Così il Sudafrica vinse la sua prima – e unica – Coppa Davis senza giocare. Raymond Moore, tennista sudafricano che a quella finale doveva partecipare, ammise che “era un onore vedere i nostri nomi sulla coppa, ma vincere così ha lasciato un gusto amaro”. Il Sudafrica, nonostante la fortissima presa di posizione dell’India, rimase in Coppa Davis fino al 1978. Altri quattro anni di rifiuti e polemiche (la Colombia e il Messico boicottarono la sfida) che perdurarono fino alla decisione di escluderla dalla competizione. Il Sudafrica venne riammesso nel 1992, quando il regime dell’apartheid cadde finalmente.

La squadra indiana seppe dare una scossa forte non solo al mondo ovattato del tennis, ma alla politica internazionale. La scelta non fu facile e venne spiegata bene da Vijay Amritaj, uno dei migliori tennisti dell’India e componente di quella squadra, in un discorso tenuto il 6 maggio 1988 dinanzi al comitato speciale dell’ONU contro l’apartheid“Avevo 20 anni nel 1974, quando ho avuto il mio primo contatto ufficiale con il Sudafrica. Venire in contatto diretto con quel Paese mi ha permesso di capire più da vicino le sue politiche, la sua gente, i rapporti con l’Occidente in ogni aspetto della vita e l’incredibile lotta dei non-bianchi per quello che nel resto del mondo è dato per scontato. Moralmente, quella di non giocare la finale è stata una decisione facile. Da sportivo, sono stato un po’ deluso ma dentro sentivo che era meraviglioso aver in qualche modo supportato la lotta di un popolo che voleva semplicemente vivere come tutti gli altri”.

Nel 1974 probabilmente l’India perse un’occasione sportiva irripetibile. Sì, tornò a gareggiare in una finale nel 1987, ma allora non poté niente contro la Svezia di Wilander (fu un 5-0 senza storia, con un solo set vinto in cinque partite). All’India manca una Coppa Davis, forse. Al tempo stesso, però, si è portata dietro qualcosa di unico dal punto di vista morale. Qualcosa da tornare a raccontare ogni tanto, per risvegliare le coscienze e per dimostrare che, in fondo, se ci impegniamo, basta poco per cambiare il mondo.

 

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Empolese e orgoglioso di esserlo, ha cominciato ad amare il calcio incantato dal mito di Van Basten. Amante dei viaggi, giocatore ed ex insegnante di tennis, attualmente collabora con pianetaempoli.it.