Djurgården campione: il capolavoro di Bosse e di Henke

Dopo una cavalcata emozionante, che vi abbiamo raccontato in questi mesi, il Djurgården è campione di Svezia: un successo atteso da quasi tre lustri. L’ultima vittoria in campionato degli Järnkminerna risaliva infatti al 2005.

Questo successo, tutto sommato inatteso (a inizio campionato, a fianco del Malmö favorito d’obbligo, avevamo indicato come possibile rivale il Norrköping, mettendo Djurgården e AIK un gradino più sotto) è però figlio di una lunga programmazione, partita da lontano e con due artefici: il direttore sportivo del club Bosse Andersson e il CEO Henrik “Henke” Berggren, in questi giorni salutati da tutti i principali commentatori svedesi. Non diciamo nulla di nuovo, insomma: ma è un aspetto oggettivo, del resto.

Torniamo indietro, al 2013. I due entrano in club con una grande storia (giocava, prima dell’apertiura della Tele2Arena, allo Stockholms Olympiastadion, teatro dei Giochi Olimpici del 1912 e ancora oggi sede degli uffici amministrativi) ma che, nel 2014, si trova sull’orlo del baratro per mancanza di fondi. Andersson, nominato direttore sportivo, si getta così a capofitto nell’impresa di far restare a galla la barca, e lo fa nell’unico modo possibile: facendo crescere giocatori e cedendoli ai club inglesi, tedeschi e non solo.

Bosse, nel giro di pochi anni, diventa un vero mastino del mercato, in gradi di insidiare anche mostri sacri come Mats Gren, l’uomo forte del Göteborg, ben conosciuto anche in Svizzera (vanta un passato importante da giocatore nel Grasshopper).

Quest’anno, per dire, ha al suo attivo le cessioni di Michael Olunga in Cina per poco più di 40 milioni di corone svedesi e Felix Beijmo in Germania (ora in prestito a Malmö) per oltre 30 milioni di corone svedesi. Sono cifre basse per la nostra realtà (circa 6.650.000 Euro o, per i lettori d’oltre confine, l’equivalente di poco più di 7.333.000 di franchi svizzeri), ma non per quella scandinava. In totale, il duo avrebbe messo insieme, in cessioni, 250.000.000 di corone svedesi. Pochi per la nostra Serie A, ma tanta roba qui, dove i bilanci, a fine anno, devono andare in pari. Perché non ci sono, in Svezia, soci che mettono soldi a fondo perduto.

Dopo il risanamento, si passa alla seconda fase: la creazione di una squadra che possa tornare a vincere. Si parte con un primo progetto: creare una base di giocatori esperti ma con un grande passato per far crescere i giovani, e non solo tecnicamente. Arrivano così Jonas Olsson, Andreas Isaksson e Kim Källström, quest’ultimo in fuga da Zurigo, sponda GCZ. Manca però ancora qualcosa: una guida tecnica di valore.

Andersson ed Henke decidono così di puntare su Özcan Melkemichel: un allenatore di origine aramaica (ha costruito la sua carriera nello Syrianska), sconosciuto oltre i confini di Svezia ma famoso per il suo gioco offensivo e per il carisma. Sotto la sua guida i Blåranderna ottengono il terzo posto nel 2017 (che vale l’accesso ai preliminari di Europa League) e, soprattutto, la Svenska Cupen nella stagione successiva, il primo trofeo dopo 13 anni di astinenza.

Il lavoro di Henke è stato notato anche da chi ha in mano i destini del calcio svedese di punta. E così, nell’autunno del 2018, arriva la chiamata che non si può rifiutare: il posto da massimo dirigente in Lega calcio d’élite, la potente Svensk Elitfotboll. Ha appena compiuto 50 anni, sembrerebbe il traguardo di una grande storia professionale di successo, di quelle che ascolti ai Convegni. Succede invece l’imponderabile: Berggren ringrazia per la stima, ma rimane al Djurgården.

Siamo al 2019: usciamo dalla storia per rientrare nella cronaca. Gli introiti della campagna acquisti consentono al club di investire. S’inizia dalla guida tecnica: partito Melkemichel, si siedono sulla panchina degli Järnkaminerna Kim Bergstrand e Thomas Lagerlöf, che hanno fatto molto bene nel Sirius, portandolo in massima serie, e facendolo giocare bene anche in Allsvenskan.

Arrivano Ajdarević, Buya Turay in prestito dal Belgio, che viene trattenuto nella finestra estiva di mercato, e poi Kujović ed Edwards ex Östersunds a stagione in corso. L’arrivo dell’ex Norrköping è quasi romanzesco, con un altro giocatore, Imed Louati, rimasto ad Arlanda ad aspettare inutilmente i dirigenti del club di Stoccolma, i tifosi al vecchio Stockholms Olympiastadion che inseguono in auto Bosse per capire cosa stia accadendo. Storie di Svezia.

Il resto lo abbiamo seguito insieme nelle ultime settimane, qui e sugli schermi di Sportitalia: la vittoria a Malmö, con Rosenberg che sbaglia il rigore del pareggio, le sconfitte nei due derby e l’epilogo a Norrköping, sabato, con i Blåranderna sotto di due gol all’intervallo e gli Himmelsblått campioni per la differenza reti. Poi la ripresa, l’ingresso in campo dell’ex centravanti dei Peking Kujović, l’eroe del 2015 al Nya Parken, che spezza la partita e regala a Buya Turay il pallone da mettere in rete per un gol che vale una stagione.

In definitiva, una grande e bella storia di calcio. Fatta da gente che ha vinto senza avere i mezzi finanziari di altre realtà. Ne avremmo voluta raccontare un’altra? Non ve lo diremo mai, ovviamente. Di sicuro, però, ci ha fatto piacere scriverla, perché dietro ci sono passione e lavoro. E quando a vincere sono queste due cose, è la vittoria di tutti quelli che ci credono. E un mondo dove i valori di riferimento fossero quelli di cui sopra, sarebbe un mondo dove si vivrebbe meglio.

 

 

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Da bambino si innamorò del calcio vedendo giocare a San Siro Rivera e Prati. Milanese per nascita e necessità, sogna di vivere in Svezia, e nel frattempo sopporta una figlia tifosa del Bayern Monaco.