I bambini ci vedono. E i danni del sostegno del calcio a Erdoğan sono tutti nella storia dei giovani del Turkse

La foto viene scattata negli spogliatoi, con i ragazzini di 9 anni delle giovanili del Turkse, squadra dilettantistica in Belgio fondata da turchi emigrati, che si mettono in posa. La loro posizione ricorda quella della foto ricordo di inizio gara, con metà squadra sotto e l’altra su un piano rialzato. Ma a rendere tutto innaturale, forzato è il loro gesto, quello che ormai conosciamo tutti da circa una settimana: la mano appoggiata alla testa con il classico saluto militare. Lo hanno fatto i “grandi”, quelli che hanno così festeggiato i 4 punti conquistati contro Albania e Francia, nei giorni più caldi dell’attacco dei soldati turchi al popolo curdo. E i bambini, che ci vedono, stanno drammaticamente imparando, finendo in una macchina di propaganda troppo grande e incomprensibile per loro.

Tra forti, ma purtroppo isolate, prese di posizione come quella del St. Pauli, a soluzioni intermedie come quella dello Schalke 04, fino al totale disinteresse delle società italiane, la risposta del calcio europeo alla “bomba” propagandistica fatta scoppiare da Erdoğan è stata finora inefficace e lenta. FIFA e UEFA stanno cercando di adottare le soluzioni diplomaticamente più accettabili, mettendo a rischio la finale di Champions League a Istanbul, ma è ancora troppo poco. E proprio guardando questa foto, con dei bambini di 9 anni nati e cresciuti in Belgio, figli di emigrati dalla Turchia, ci si rende conto che gli effetti del gesto sconsiderato di Çalhanoğlu, Demiral, Under e compagni sono molto più veloci delle reazioni di contrasto. Con un risultato drammatico: ora anche i bambini, pure quelli che nemmeno possono comprendere con mente critica portata di quanto stia accadendo, sanno e vogliono imitare i propri idoli.

Sarebbero le società a dover intervenire e, invece, domina il silenzio. Un “no comment” che fa rumore, perché se nemmeno giganti europee, anche sul piano mediatico, come Milan, Roma e Juventus intervengono, allora è difficile pensare che le reazioni possano arrivare anche dal basso. I giallorossi sono rimasti cauti, anche per paura della trasferta contro l’Istanbul Başakşehir, la squadra di proprietà di Erdoğan, mentre i bianconeri hanno preferito (sbagliando) di sorvolare sul tweet del proprio difensore, che in realtà non lascia proprio spazio a equivoci (per buona pace del ct turco Güneş, che si è rifiutato di paragonare il saluto a un’adesione alle operazioni militari): festeggiamenti per l’invasione della Siria e definizione di PKK e YPG come terroristi che hanno causato 40mila morti.

Gli occhi spiritati dei titolari della Nazionale turca davanti ai propri tifosi, mentre compiono il gesto, sono davanti a tutti. Le televisioni li hanno ripresi, i giornali li hanno immortalati e tutti, adulti e giovani, li hanno visti, ammirandoli. A chi sminuisce la vicenda, chi crede che sia libertà d’espressione, bisognerebbe allora mostrare la foto dei giovani del Turkse. Chiedergli se questo improvviso, forzato sostegno alle operazioni del governo Erdoğan non ci ricordi le foto del passato in cui venivano ritratti gli sportivi dell’epoca che sostenevano dittature feroci come quelle del Novecento. Come i giocatori turchi, a prescindere che ci credessero davvero o no. Diventa un obbligo, morale e sociale, spesso per salvaguardare anche la propria carriera e la propria famiglia. Chi è dentro questa macchina propagandistica va salvato ora, non ignorato e lasciato a se stesso. E se a chiedercelo non sono dei calciatori adulti, sono i bambini del Turkse, imprigionati in quel saluto per loro così incomprensibile, ma reso a loro accettabile e, per questo, meritevole di essere imitato.

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Nato a Monza nel '95, ha tre grandi passioni: Mark Knopfler, la letteratura e il calcio inglese. Sogna di diventare giornalista d'inchiesta, andando a studiare il complesso rapporto tra calcio e politica.