Razzismo e giustificazioni: basta minimizzare l’odio

Se i fischi e i “buu” razzisti rivolti a Franck Kessié durante la sfida di domenica sera non erano già stati abbastanza per provare per l’ennesima volta almeno un senso di disgusto verso questi finti tifosi, ci ha pensato direttamente l’Hellas Verona, sui propri canali social, a gettare ulteriore benzina sul fuoco. Poche ore dopo la diffusione della notizia dell’ennesimo caso di razzismo che ha provocato una nuova ondata di polemiche, la squadra veronese ha deciso di prendere parola, facendo proprio quello che ormai troppi tifosi si sono abituati a fare: alzare le spalle e minimizzare l’accaduto. Evidenti offese, percepite da numerose persone presenti allo stadio, sono diventati fischi inevitabili per decisioni arbitrali, i “buu” in “luoghi comuni ed etichette ormai scucite”. Per poi concludere con un lapidario “rispetto per Verona e i veronesi”. Come se quei criminali (perché così vanno definiti questi pseudo tifosi nascosti sotto la copertura della propria Cruva) che vanno allo stadio per insultare e intonare cori che richiamano a totalitarismi ben noti, fossero davvero rappresentativi della totalità dei tifosi.

L’Hellas Verona, stavolta, si è ritrovata sola. I messaggi di solidarietà verso il centrocampista ivoriano sono arrivati dalle società di ogni categoria, con qualcuna di queste che ha anche mantenuto una velatura polemica verso l’atteggiamento remissivo dei gialloblù, sempre più schiavi di una tifoseria passata agli onori delle cronache più per fatti negativi che per la bellezza delle coreografie. Perché se il razzismo resta una piaga da estirpare, puntando ad allontanare in maniera definitiva chi si macchia di atteggiamenti simili, le giustificazioni da parte di una società sono tanto drammatiche quanto inaccettabili.

Nelle prime tre giornate di campionato, abbiamo già assistito a due episodi di razzismo. L’ultimo giusto qualche settimana fa, a Cagliari, dove il bersaglio è diventato Romelu Lukaku, preso di mira da una parte di tifoseria rossoblù, che già in passato si era fatta notare per gli insulti a Matuidi e Kean. Tutti avevano preso le distanze, dalla stessa società sarda fino a numerosi tifosi (in ultimo, uno striscione comparso nel week-end in cui si affermava “che il popolo sardo non è razzista). Tranne proprio la tifoseria che il belga prova a far felice ogni giornata: quella nerazzurra.

A Cagliari, gli ululati erano diventati “uno dei modi di sostenere la propria squadra facendo innervosire gli avversari”, sottolineando a più riprese che il vero razzismo sarebbe un’altra cosa. L’ex United aveva chiesto semplicemente aiuto e sostegno nella sua battaglia e la risposta ricevuta è stata tutt’altro che di vicinanza: “il razzismo non è un vero problema in Italia, al contrario di alcuni Paesi nel nord Europa”. Un caso minimizzato, appunto, come se fosse possibile trovare una giustificazione a un problema troppo a lungo insabbiato e che invece tocca eccome anche il nostro Paese

I casi continuano e, tra le scorse stagioni e quella attuale, non sembra esserci stato nessun segnale di rottura. Poche reazioni da Lega e dirigenze, troppe giustificazioni a una piaga che andrebbe affrontata diversamente, senza ignorarla per paura di dare risalto a chi compie atti di odio negli stadi. Il campionato va avanti e le soluzioni efficaci non arrivano. E senza l’aiuto di tifosi e, soprattutto, delle società, il calcio italiano rischia di diventare l’occasione per giustificare e ammettere qualsiasi atteggiamento di odio, a sfondo razzista o meno.

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Nato a Monza nel '95, ha tre grandi passioni: Mark Knopfler, la letteratura e il calcio inglese. Sogna di diventare giornalista d'inchiesta, andando a studiare il complesso rapporto tra calcio e politica.