Bernal e lo spettro di Cunego

E così Egan Bernal è diventato domenica scorsa detentore di due record. In primis, è il primo colombiano – o meglio il primo sudamericano – a essersi aggiudicato il Tour de France, il Grande Giro più importante del mondo. Ed è diventato il corridore più giovane ad aver vinto la Grande Boucle negli ultimi 40 anni, considerati i suoi 22 anni e 6 mesi (per arrivare a un vincitore di età similare, bisogna risalire a Laurent Fignon, Maglia Gialla nel 1983 a 22 anni e 11 mesi).

Un successo meritato, senz’ombra di dubbio. Ma che fa tornare in mente un ricorso storico: il Giro d’Italia 2004. A vincere quell’edizione della Corsa Rosa fu un giovane italiano, Damiano Cunego. Il veronese della Saeco si impose a 22 anni e 9 mesi. E si impose battendo quello che, alla partenza, era il suo capitano: Gilberto Simoni. Il resto della concorrenza? Buoni corridori come Gonchar (che giunse secondo in quel Giro), Garzelli e Popovych, ma certo non fenomeni. In quel Giro, diciamoci la verità, mancava il meglio che le corse a tappe potevano proporre in quel momento storico.

A cominciare da (sì, in quel momento era lontana la diatriba doping) Lance Armstrong, passando per Jan Ullrich, Cadel Evans, Alejandro Valverde e Alexandre Vinokourov. Oppure, volendo fermarsi in casa Italia, erano assenti Paolo Savoldelli e Ivan Basso (che guarda caso avrebbero vinto rispettivamente il Giro 2005 e quello 2006). Disponendo di un direttore sportivo come Beppe Martinelli e della squadra decisamente più forte, la vittoria di Cunego – indubbiamente meritata, considerata la condizione super che il veronese ebbe in quell’anno – non fu però così complicata.

E il Tour di Bernal è una sorta di déjà-vu del Giro d’Italia 2004 di Cunego. Il colombiano ha sconfitto il suo capitano, Geraint Thomas, che (come Simoni nel 2004), era il campione uscente. E poi la concorrenza non era così irresistibile. Mancavano Froome e Dumoulin, tanto per cominciare. La sfortuna ha tolto di mezzo Thibaut Pinot, che sui Pirenei si era dimostrato essere il più forte in salita. Nibali e Landa non potevano essere più performanti di così, avendo un Giro d’Italia nelle gambe. E i restanti, da Kruijswijk a Buchmann, passando per Quintana, Bardet, Barguil e Porte certo non erano fulmini di guerra. Una situazione favorevole, insomma, resa ancora più tale dal fatto che Bernal correva per la Ineos, la formazione che con il marchio Sky aveva dominato 6 dei precedenti 7 Tour de France.

Quindi, sì, l’analogia tra Giro d’Italia 2004 e Tour de France 2019 è forte. Ovviamente, Bernal spera di non essere del tutto analogo a Cunego. Il veronese si confermò essere un ottimo corridore, con 3 Lombardia, 1 Amstel Gold Race e un argento mondiale a Varese 2008 nel palmarès, ma per quanto riguarda i Grandi Giri non riuscì mai a ripetere quanto accaduto nel 2004, portando a casa un quarto posto al Giro d’Italia 2006 e un quinto in quello 2007. Poi, più nulla.

Gli addetti ai lavori giustificarono questo calo di Cunego asserendo che il veronese aveva speso troppo in quel 2004, bruciando il “motore”. Errore fatale, secondo loro, fu la disputa della Vuelta. Ecco, Egan Bernal vorrebbe correre quest’anno la corsa iberica, che inizia sabato 25 agosto. Scommettiamo che invece resterà a casa?

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Nato a Salerno il 3 maggio 1986, laureato in Fisica, ex arbitro di calcio FIGC. “Sportofilo” a 360° con predilezione per calcio e ciclismo, è un acceso e convinto fantacalcista.