Caro Horton, hai sbagliato. Il podio va onorato

Domenica 21 luglio 2019, Gwangju (Corea del Sud), città e nazione che stanno ospitando i Mondiali di Nuoto. La cerimonia di premiazione della finale maschile dei 400 stile libero, presso la piscina del Centro Acquatico Internazionale, sta per essere svolta. Medaglia d’oro per il cinese Sun Yang, argento per l’australiano Mack Horton, bronzo per l’italiano (bravissimo) Gabriele Detti.

Gli spettatori presenti nell’impianto della cittadina sudcoreana e gli spettatori di tutto il mondo assistono a una scena insolita. Sul podio salgono solamente Sun e Detti. Horton riceve la medaglia ma non ci pensa minimamente a salire sul gradino del secondo classificato e, ovviamente, si farebbe tagliare un braccio piuttosto di stringere la mano al cinese. Il perché di questo comportamento insolito è presto scritto.

Per Horton, Sun Yang è un “drug cheat“, tradotto letteralmente “truffatore dopato”. Definizione coniata nel corso dei Giochi Olimpici di Rio de Janeiro 2016, quando l’australiano evidenziava come Yang fosse stato trovato positivo a uno stimolante nel maggio 2014 ma dalla Federazione cinese gli venne affibbiata una blanda pena di 3 mesi. Definizione che Horton ha ritirato fuori dal cassetto dopo la vicenda della presunta provetta piena del proprio sangue da analizzare che Sun avrebbe distrutto a martellate lo scorso settembre, atto del quale sarebbero stati testimoni degli ispettori antidoping della FINA, la Federazione Internazionale di Nuoto e sul quale sarà giudicato il prossimo mese.

Horton non ha dubbi e non intende aspettare: Sun è colpevole e io non celebro la sua vittoria assieme a lui sul podio, punto e basta. Pur riconoscendo le ragioni della sua protesta, un principio va ribadito: le premiazioni delle competizioni si onorano sempre, a prescindere dai “compagni di avventura” volenti o nolenti. Il bravissimo nuotatore australiano sicuramente conosce la storia di un suo famoso connazionale: Peter Norman.

Si tratta del velocista che, ai Giochi Olimpici di Città del Messico 1968, fu argento nei 200 metri. E salì sul podio, accanto al vincitore e al bronzo, gli statunitensi di colore Tommie Smith e John Carlos. Il podio che divenne il più famoso della storia. Smith e Carlos alzarono i loro pugni guantati di nero, per sostenere il movimento a favore dei diritti umani (in alcuni stati americani vi erano ancora leggi segregazioniste e in quel 1968 era stato assassinato da poco Martin Luther King). Norman solidarizzò immediatamente con i due atleti a stelle e a strisce, indossando lo stemma di questa associazione.

Un gesto che gli costò il boicottaggio sportivo da parte dell’Australia che praticamente lo costrinse a smettere di gareggiare, ma che invece gli provocò l’amicizia e la stima eterna di Smith e Carlos, con i due che portarono sulle proprie spalle la bara di Norman il 9 ottobre 2006 (l’ex atleta era deceduto a 64 anni a causa di un infarto).

Insomma, un australiano, pur cavalcando l’onda di una protesta, onorò la competizione sportiva salendo sul podio. Un altro, pur ammettendo tutte le ragioni possibili, ha deciso di non salire quel gradino. Sbagliando. Perché i podi, tutti, vanno sempre onorati.

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Nato a Salerno il 3 maggio 1986, laureato in Fisica, ex arbitro di calcio FIGC. “Sportofilo” a 360° con predilezione per calcio e ciclismo, è un acceso e convinto fantacalcista.