Dov’è Jürgen Klopp?

È lì, a esultare, a cantare “Let’s talk about six, baby”, come per sdrammatizzare, esorcizzare quelle sei finali perse prima della grande notte del Wanda Metropolitano. A dirla tutta, non è stata una gran finale: ci aspettavamo qualcosina in più da un Tottenham ingenuo dopo pochi minuti, da un Liverpool cinico ma non così reattivo, freddo nel finale, contratto sì, vincente ed è quello che conta.

Klopp l’aveva promessa, la Champions, aveva promesso che ci avrebbe riprovato e ci sarebbe riuscito. Dopo gli errori di Karius (a cui il mondo del calcio affibbia colpe probabilmente esagerate perché sì, saranno pur stati clamorosi, ma errare humanum est, e se il Liverpool lo scorso anno è arrivato in finale lo deve chiaramente anche al suo ex portiere) le parate di Alisson, che ha collezionato in due anni una semifinale e una finale (vinta). Opportuna successione tra i pali, necessario incremento di livello nel punto debole, conferma della base solida della squadra, l’esplosione di Van Dijk (che nella finale di Champions ha tagliato un traguardo assurdo: 64 partite senza subire un solo dribbling. Neanche uno. Un muro), il cinismo di Salah (lo scorso anno abbattuto dall’intervento killer di Sergio Ramos), l’energia di Wijnaldum, il tutto mantecato dalle mani, le idee, il carisma, la simpatia, di Jürgen Klopp, che “under the Kop” ha saputo ritagliarsi il suo spazio e prendersi un’altra piazza, e riportarla in alto, in Europa, per la sesta volta nella sua storia.

Gegenpressing sì, ma forse addirittura modificato. L’aggressione istantanea collettiva nel momento in cui si perde il pallone, per certi versi è addirittura superata; il Liverpool di Klopp il possesso decide di mantenerlo, quando imposta, e decide quando è il momento esatto di riaggredire, in base alla tendenza della gara, al punteggio, alle opportunità di tramutare quell’azione in pericolosa, valutando magari anche l’ipotesi di lasciar gestire quel possesso, appena perso, all’avversario, se si considera l’idea che quel possesso abbia tanta probabilità di essere improduttivo.

Klopp ha ridisegnato il suo stile, e il modo di proporre il calcio in Europa. Ha saputo aggiornarsi, migliorarsi. Ha perso una Premier League nonostante 97 punti messi in cascina, altra follia piovuta giù dal Paradiso del Calcio, laddove qualche divinità si diverte a creare e disfare cose. Klopp, under the Kop, to make The Reds great again. No, nulla di trumpiano, ma a differenza di quanto cantato e decantato da Mr. Donald qualche anno fa, ad Anfield, quel motto, sembra cucito su misura. Dov’è Jürgen Klopp? Lì, a sorridere, per una Champions vinta, vissuta, goduta, assolutamente meritata.

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Appassionato di sport – calcio, NFL e Tennis su tutti. Direttore di MondoSportivo.it, giornalista e telecronista di Sportitalia e Premium Sport.