Violenza e cori: basta parlare, è ora di fare

Non ci deve essere posto per l’inciviltà nel calcio che auspichiamo di vivere d’ora in avanti, fuori i violenti e chiunque cerchi il pretesto delle manifestazioni sportive per mettere in atto comportamenti vergognosi. Non vogliamo più vivere scenari da guerriglia fuori agli impianti sportivi né avere la sensazione di tornare nel Medioevo con cori razzisti a chi è nato con il colore della pelle diverso. Che lo sfottò sia legato al tifo per la squadra avversaria o per gli scadenti risultati dei rivali ma con ironia e punzecchiature, senza riecheggiare circostanze tragiche e senza invocare tragedie.

È tutto questo che desideriamo accada ma non da adesso, certo. Dopo gli episodi di Inter-Napoli, come sempre accade, si alza nuovamente il polverone e l’occhio dell’opinione pubblica si sofferma sulla questione. La vera paura è che tra qualche giorno se ne parli di meno, tra qualche mese il silenzio assoluto, che facciano poi da scenario fertile per riaccendere i fuochi dell’inciviltà.
Ed è forse questo il male peggiore, il disinteresse delle istituzioni, politiche e sportive. Mandare il messaggio che una volta affievolitosi il caso il “pugno duro” si tramuti in una mano debole e aperta, dà adito a credere di poterla scampare sempre.

Attraverso le nostre pagine virtuali abbiamo sempre condannato gli episodi di violenza ma abbiamo altresì parlato del divenire gergo comune e di massa la violenza verbale da stadio. Un bambino che, senza capire fino in fondo cosa stia dicendo, al mare “per goliardia” auguri all’amichetto di esser ricoperto di lava e che muoia, un altro che appelli come “infame” il vicino di banco oppure andare in giro a urlare che fu un gran giorno quello in cui si realizzò una tragedia civile. Ecco, è questo il fenomeno che dobbiamo contenere per intraprendere la strada del cambiamento del modo di fare il tifo nel nostro paese.

Uno stato che voglia limitare le barbarie di atti e parole incivili deve poter ripartire da una riforma della giustizia sportiva, che sia orientata su alcuni punti chiave, tra l’altro indicati (seppur in maniera indiretta) nell’ultima riunione dell’Osservatorio sulle Manifestazioni Sportive. Ponendo un accento particolare e ulteriore sulla responsabilità soggettiva di chi compie gesti ignobili. Finché sia uno stadio intero a intonare dei “buu” razzisti, è impossibile punire il singolo e quindi si chiudono gli stadi, le curve e si vietano le trasferte. Cosa abbiamo ottenuto facendo ciò? Poco, se non nulla. Invece vanno individuati i colpevoli del gesto, qualsiasi esso sia, che non risponda ai canoni di civiltà e rispetto dell’avversario. E, una volta individuati, vanno puniti con pene severe.

Siamo d’accordo con i punti suggeriti dall’Osservatorio, come stilare un nuovo testo unico sulle misure anti-violenza negli stadi, una legge che permetta di avere impianti di proprietà in maniera più agevole, l’attenzione rivolta alla calendarizzazione delle gare in notturna, l’attenzione ai toni espressi dai tesserati nelle interviste, dare più poteri a steward e addetti alla sicurezza. Tutti punti più che interessanti ma che non devono restare parole dette in una sala, non più proposte ma fatti. Ma soprattutto non servono misure lenitive che vadano a placare taluni episodi. Serve, invece, qualcosa che colpisca duramente chi fa della violenza, fisica e verbale, uno stile di vita da gradasso, serve rivoluzionare l’effetto di queste figure sulle masse: non più “eroi” da seguire ma delinquenti da perseguire. E questo può essere fatto solo con leggi più dure e investimenti di parte degli utili della Federazione in tecnologie o quant’altro sia volto a perseguire i singoli.

Inutile girare attorno al problema, finché si adotterà solo il metro della responsabilità oggettiva non si risolverà l’annosa questione, anzi si andrà sempre più verso un uso indiscriminato di questi atti incivili per mandare messaggi di qualsiasi sorta alle stesse società colpite. Siamo alla fine degli anni dieci del ventunesimo secolo, abbiamo il Var, la Gol Line Technology, guardiamo le partite sul telefono, mettiamo in pausa la partita in diretta dal nostro divano, possiamo avere più abbonamenti in tv per guardarci le gare, abbiamo la possibilità di commentare “live” gli episodi con persone a migliaia di km di distanza ma il livello di civiltà è rimasto quello di quando non esisteva la lampadina e si andava in giro con le torce di fuoco.

L’aumento di “civiltà”, i progressi sociali, le forme di governo, i diritti civili e le rivoluzioni avvengono dopo prese di posizioni e sconvolgimenti normativi, non solo con i buoni propositi. È ora di fare, basta parlare.

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Telecronista e opinionista radio/TV, già a SportItalia e addetto stampa di diverse società. Non si vive di solo calcio: ciò che fa cultura è la fame di sapere, a saziarla il dinamismo del corpo e del verbo.