Volevamo solo parlare di calcio

Anche stasera, nella notte di Santo Stefano, ci saremmo tutti voluti sedere al tavolo della nostra scrivania e parlare solo di calcio. Avremmo voluto parlare del primo Boxing Day italiano dopo quasi mezzo secolo, un appuntamento che molti di noi non avevano mai vissuto dal vivo e che ormai si erano stati abituati a vedere e invidiare solo in Inghilterra. Volevamo tutti così fortemente il calcio anche il giorno dopo i pranzi e le cene di Natale che ci siamo recati in massa negli stadi, circa 140 mila tifosi riuniti in una sola giornata davanti ai tornelli per sostenere la propria squadra del cuore. Un business vero e proprio per le società, ma anche un ottimo modo per far tornare un clima caloroso allo stadio, nel pieno delle festività natalizie, quando normalmente almeno si finge di essere tutti più buoni. Niente da fare: nemmeno il giorno di Santo Stefano siamo riusciti a parlare solo di calcio.

Non ci sono riusciti i giocatori stessi, come Duncan del Sassuolo, che stavolta si è ritrovato ad andare contro persino all’unico strumento praticamente inattaccabile per la sua quasi sicura infallibilità che è la Goal Line Technology. Ancora una volta intervenuta alla perfezione, perché il pallone deviato nella propria porta da Schick non è entrato del tutto. Questione di centimetri, certo, di quella sfortuna che a volte nega il soffio che basterebbe per far entrare la sfera oltre la linea, ma resta una decisione giusta. E nemmeno l’evidenza dell’immagine è stata sufficiente per convincere il ghanese a evitarsi l’ennesima uscita complottista sui social di questo campionato, facendo riferimento a presunte decisioni prese ancora prima di entrare in campo per deciderne il vincitore.

Su questo versante, di lavoro ne resta ancora tanto da fare, perché ormai ogni week-end sembra essere diventato una gara a chi più si lamenta della sfortuna, dei torti arbitrali, del VAR. Proteste a cui viene dato un’eco ancora più forte riempiendo giornali e siti di dichiarazioni e moviole, fino a creare le mostruose e insensate classifiche “senza torti arbitrali”, che finiscono per trasformarsi nelle prove “ufficiali” dei tifosi convinti di essere diventati nemici personali di un presunto sistema. E, in questo momento, trovare esempi positivi da seguire dall’alto è difficile quando persino i presidenti si lamentano delle designazioni arbitrali, riportando alla memoria ricordi negativi di partite lontane ormai anni.

A rovinare il clima di quello che doveva essere una continuazione dei giorni di festa, poi, ci ha pensato la gara di San Siro. Ecco di cosa avremmo voluto parlare. Della solidità di un’Inter che si è riscoperta grande, in grado di annullare un buon Napoli con la forza di un pressing estenuante, di una difesa tra le migliori d’Europa per organizzazione e precisione, di Lautaro Martínez che, nonostante le inevitabili prime difficoltà del salto in Serie A, sta trovando il modo per farsi applaudire dal popolo nerazzurro. Ma anche di un Napoli ordinato per quasi tutta la partita, forse a tratti troppo poco efficace in avanti, ma capace di sfiorare persino il colpo da tre punti con un uomo in meno. L’1-0 del posticipo di questo mercoledì di calcio portava dietro di sé la storia di una sfida tra due squadre ben dirette, ma intense. E invece, ci ritroviamo a dover parlare ancora di casi di razzismo, di accoltellamenti tra tifosi fuori dallo stadio prima dell’inizio e di un finale dal clima avvelenato, dove ormai la partita aveva smesso di mostrare qualsiasi ombra di solo sport.

Ancora una volta, il bersaglio è stato Koulibaly del Napoli, il difensore che nel febbraio 2016 fu così preso di mira con gli ululati del pubblico dell’Olimpico da spingere Irrati a interrompere la gara. Ieri sera, si è assistito a una scena identica a San Siro, dove dei (non) tifosi hanno pensato bene di lasciarsi andare a cori razzisti durante la partita e dopo l’espulsione del giocatore. Non si è interrotto la gara, sbagliando, perché quando non arrivano segnali forti per riportare giustizia, poi si rischia di vedersi i giocatori andarsela a ricercare da soli. Si rischia di spingere le società a minacciare in conferenza stampa di abbandonare le partite pur di dare un segnale. Sembrava essere ormai un punto consolidato dopo i tanti incontri tra arbitri, dirigenti e allenatori e invece forse bisognerà nuovamente sedersi a un tavolo per dettare una linea ferrea, ma comune.

Ne è uscita fuori una sfida che doveva essere ricordata per averci fatto divertire e invece si è trasformata in un susseguirsi di provocazioni, insulti e gesti che con il calcio non c’entrano nulla. Il Napoli ha ingenuamente perso la testa nel momento decisivo, dimostrando di dover lavorare ancora tanto sul piano della tenuta mentale quando il clima si surriscalda. I gesti di Koulibaly e Insigne sono inaccettabili e senza giustificazione, soprattutto perché arrivati da parte di due giocatori di una squadra che sogna di diventare in futuro la prima potenza calcistica in Italia. Ma il clima che respirava a San Siro era pesante e di questo se ne sono accorti tutti, a prescindere dalla propria fede sportiva, già prima ancora di cominciare, con scontri e incidenti che hanno provocato pure due feriti.

La triste notizia è che della gara di ieri sera continueremo a parlarne ancora per giorni. C’è chi ci vedrà dietro complotti che non esistono, chi supporterà le parole pronunciate sciaguratamente da De Laurentiis alla vigilia nei confronti di Mazzoleni, che già avevano creato le basi per una partita di difficile gestione, chi sminuirà il tutto, criticando piuttosto le lamentele del Napoli. Ormai siamo abituati a vedere reazioni di ogni sfumatura e l’augurio è che chi decide dall’alto prenda provvedimenti di testa e non di pancia. Squalificare la curva dell’Inter è il minimo al momento, nell’impossibilità di individuare uno a uno i responsabili. Far pagare tutti è sempre ingiusto, ma un gesto importante ora va fatto. Poi, il resto, sarà tutta una questione di guardarsi dentro e parlare alla propria coscienza, tifosi o addetti ai lavori che siano. Capire che creare un clima simile, dentro e fuori dal campo, non è più tollerabile. Perché il giorno che ci eravamo immaginati poter diventare una nuova festa, lo chiudiamo di cattivo umore e con un peso sullo stomaco. E, stavolta, a essere rimasto indigesto non è il cenone di Natale.

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Nato a Monza nel '95, ha tre grandi passioni: Mark Knopfler, la letteratura e il calcio inglese. Sogna di diventare giornalista d'inchiesta, andando a studiare il complesso rapporto tra calcio e politica.