Un bicchiere (mezzo pieno) per Carletto

Ci sono vittorie e vittorie, alla stessa maniera in cui ci sono sconfitte e sconfitte.
Assunto banale, in apparenza, eppure necessario, a meno di non voler far passare lo sport in generale quale mero mezzo di soddisfacimento per pulsazioni inconsapevoli (nella stragrande maggioranza dei casi è proprio così). La lente del tifo, peraltro, distorce qualsiasi concretezza fattuale e, così, un’eliminazione sofferta, da un girone sin da principio apparso piuttosto impegnativo, diventa, a seconda dell’organo d’informazione, sconfitta a testa alta o, indifferentemente, fallimento.

L’uscita dalla Champions da parte del Napoli è senz’altro un capitolo doloroso della stagione partenopea, maturato forse più al Marakana beogradjiano (prima Stadion Crvena Zvezda, dal 2014 intitolato a Rajko Mitić) e al Parco dei Principi che ad Anfield Road ieri sera; un’eliminazione che ricorda, in parte, quella patita, cinque anni or sono, dalla compagine allora agli ordini di Benítez, avvenuta per differenza reti dopo aver collezionato 12 punti nel girone F, tanti quanto le qualificate Arsenal e Dortmund.

CarlettoRafa, tecnici simili, in qualcosa, pur nelle mille differenze che intercorrono, a certi livelli, tra professionisti di così alto livello. Rapportabili più sotto il profilo tecnico-tattico che dal punto di vista delle relazioni: entrambi molto attenti agli equilibri, talvolta accusati di non avere un gioco spettacolare (al Milan non è che si potessero lamentare, come del resto ora a Napoli, stesso discorso per lo spagnolo), spesso concentrati sui movimenti difensivi quale conditio sine qua non far esprimere al meglio chi, davanti, deve metterla dentro.

Senz’altro diversi, se non opposti, sotto il profilo della gestione degli uomini e dei rapporti con la stampa, e le due distinte carriere, pur nell’invidiabile dimensione di entrambe, lo dimostrano. Uomo di compromesso, l’emiliano, capace a buttar giù i rospi servitigli puntualmente dal PresDelCons 1.0, uno che si prendeva i meriti (tattici!) delle vittorie (europee) scaricandogli addosso quelli delle sconfitte (italiane). Abile, Carlo, soprattutto a parlare, trattare coi campioni, riuscendo a ottenere il meglio (o quasi) dagli spogliatoi, spesso non facilissimi (il Real pre-Decima era una polveriera), in cui ha lavorato. D’altra pasta, lo spagnolo, la cui vera bruciatura di carriera si consumò a Milanello, estate 2010, quando non senza ragioni ma con minima avvedutezza, esordì davanti a dei freschi campioni d’Europa dichiarando: «Da oggi, si gioca a calcio». Pagò, e salatissimo, consimile esordio.

Eppure, nel dispiacere per l’eliminazione di quella che, dopo la Juventus stellare di quest’anno, ci pare indiscutibilmente la miglior squadra italiana in circolazione (per calibro, struttura e gioco espresso), non possiamo non individuare degli elementi progressivi, che, se ben colti da tecnico, staff, squadra e soprattutto dirigenza, potrebbero fare della stagione 2018-19, un anno importante davvero importante dalle parti del Vesuvio. Il nostro (trascurabilissimo, come sempre) avviso è: giocate per vincere l’Europa League. Che Carletto, pedigree internazionale tra i più nutriti in circolazione, faccia di tutto per sollevare un trofeo che non ha mai vinto né lui (da giocatore come da tecnico) né, dalla nuova denominazione in poi (2009), nessun club italiano.

Siamo soltanto a dicembre (e sabato sera, a Torino, c’è un bel derby), ma possiamo affermare che il campionato sia, pensabilmente, segnato: innegabile che la Juve di Allegri dovrà, prima o poi, rallentare (sabato c’è il derby, appunto), ma che lo faccia in modo tale da far rientrare in gioco qualche diretta avversaria ci pare, francamente, improbabile. E allora, posto che nel calcio odierno snobbare una manifestazione è un errore mortale, l’augurio da rivolgere a InsigneMertens e compagnia bella è quello di proseguire gagliardamente il torneo domestico, non perdere colpi in Coppa Italia, ma, soprattutto, provare davvero a vincere l’Europa League. Parliamo di una competizione senz’altro meno affascinante della Champions, ma, specie da marzo in poi, ricca comunque di qualità, avversarie di rango e futura soddisfazione (non ultima, la qualificazione diretta alla Champions, di cui il Napoli, con tutta probabilità, non avrà bisogno).

Se il calcio italiano davvero è in via di ripresa (noi dubitiamo, ma non si sa mai), l’attesa, auspicata, bramata rinascita non può non avvenire se non per mezzo (anche) dell’affermazione continentale dei club, evento la cui ultima occorrenza risale a nove anni or sono, con la già evocata Champions dell’Inter tripletista.
Confessiamo, quindi, un sogno, che qui diciamo e qui neghiamo: che la finale della SuperCoppa Europea 2019 si giochi tra Napoli e Juve (possibilmente in Europa e non a Dubai o chissà dove), e che sia bella, bellissima. Sarebbe, quello, davvero il trionfo, a nostro avviso, per il calcio italiano, nonché per due tra i migliori tecnici d’Europa, esempi illustri della via non talebana alla panchina, autentico distinguo plausibile, a nostro avviso, tra gli allenatori moderni. Chi riesce a cambiare, mettersi in discussione, calibrarsi sull’organico da un lato (gli Allegri e gli Ancelotti, appunto, così come Benítez e Klopp, fra i tanti) e chi, ovunque e comunque, si basa invece sui propri dettami (i Mourinho, i Conte, sino a Zeman, per dire; Guardiola ci pare, forse, un caso a sé): entrambe le categorie vantano fuoriclasse e scalzacani, senza poter dire che una sia meglio dell’altra, se non sulla base del gusto personale.

Insomma, Napoli, non disperare, e prendi questo momento nel giusto modo: un trampolino per il rilancio.