Le cronache di Bill, Tom e tutti noi

Quando quindici anni fa i Patriots salirono alle luci della ribalta colsero tutti alquanto impreparati. Nell’America del dopo 11 settembre poteva risultare appropriata la sorpresa di questa squadra che con abnegazione tattica e mancanza di stelle s’impose contro i più forti Saint Louis Rams.

Un lustro più tardi, quando i Super Bowl vinti salirono a tre, tale simpatia venne messa da parte a favore di un odio che assalì chiunque non amasse già prima di quei trionfi il grigioblù delle magliette di New England. Come tutti, anche giornalisti e addetti ai lavori furono colti da quel sentimento così rude che pervade quando una squadra vince tanto, troppo, specialmente in NFL dove dovrebbe regnare l’equilibrio.

A ben quindici anni da quella prima vittoria, siamo ancora qui ad aspettare l’ennesimo Super Bowl con protagonista questa squadra.
Ma non siamo assolutamente più le stesse persone. L’odio ci ha resi migliori, ci ha fatto analizzare le loro sconfitte e le loro innumerevoli vittorie con fare razionale. Ci ha portati a studiare la Earnhardt Perkins Offense che usano i Pats, la NASCAR Defense dei Giants che li ha sconfitti. Ci ha fatto dissezionare il modo di lanciare di Tom Brady, quello di Peyton in quelle incredibili partite in cui l’ha battuto, le caratteristiche che devono avere i suoi ricevitori per rendere al meglio. Abbiamo studiato Spygate, Deflategate, il rapporto di ESPN secondo il quale i Patriots spiano gli avversari con le cimici negli spogliatoi.

In ultimo, ha colorato le nostre ultime due settimane. Ci siamo chiesti se questi Atlanta Falcons abbiano le carte in regola per opporsi al quinto trionfo di coach Bill Belichick e dei suoi giocatori. E allora abbiamo scoperto anche che l’attacco dei rossoneri è di quelli che si vedono raramente. Abbiamo apprezzato i successi di Atlanta anche solo per evitare di pensare a una sua eventuale sconfitta. Ma abbiamo studiato, imparato, apprezzato. Perché prima di tutto abbiamo odiato.

Ora che la dinastia dei patrioti sta per esaurirsi, ci ha lasciato la consapevolezza necessaria per essere cinici, precisi e imparziali nel valutare una partita di football. Non importa se l’abbiamo fatto semplicemente perché non volevamo tollerare che una squadra poco spettacolare, poco talentuosa, tutt’altro che simpatica e, perché no, che spesso sfrutta gli estremi del regolamento a proprio vantaggio, avesse così tanto successo.

La dinastia di Brady e Belichick ci ha insegnato qual è il concetto stesso di dinastia: un gruppo di persone, una società, una franchigia dopo la quale nulla è più come prima. Ci ha insegnato lo sport che ha cambiato. Ha formato giornalisti sportivi. Ha impattato sulle vite dei tifosi da cui si è fatta odiare.

Abbiamo ancora qualche stagione per pensare a cosa farcene di questi Patriots. Continueremo ad odiarli a disprezzare il loro gioco, a disprezzare e invidiare il loro perfetto quarterback. Al tempo stesso, li ricorderemo con un sorriso.
Rimangono sempre coloro che ci hanno tolto qualche sfumatura di equilibrio in NFL, ma quello che conta è che in questi quindici anni ci hanno fatti crescere. Abbiamo voluto spesso screditarli, abbiamo voluto togliere loro quello che si erano meritati sul campo, a volte a ragione, a volte no. Ma di sicuro è principalmente merito loro se non siamo più le stesse persone di quel 2002.

Stanotte coglieremo con gioia un’eventuale vittoria dei Falcons. Sarà inevitabile. Lo faremo con la consapevolezza che ci hanno inculcato questi Patriots, l’intelligenza e la cultura del gioco a cui siamo stati costretti ad appellarci per negare la loro lapalissiana grandezza.
Ma se finirà con il quinto Super Bowl per la franchigia del Nord est, cerchiamo di non essere troppo tristi.

Perché è soprattutto merito loro se abbiamo la giusta competenza per raccontarli.