Il morso velenoso

Siamo fuori. Per la seconda volta di fila siamo fuori in una competizione mondiale, ai gironi, proprio quell’obiettivo minimo per cui Cesare Prandelli era stato chiamato a sostituire Marcello Lippi; quella debacle è ancora sotto gli occhi di tutti, questa di ieri probabilmente rimarrà nella storia della nostra gloriosa – almeno dal punto di vista calcistico – nazione. Le motivazioni sono tante, indicare un solo colpevole a caldo sarebbe riduttivo: così come sarebbe altrettanto riduttivo dare la colpa all’arbitro, seppur le sue decisioni abbiano più che indirizzato una partita che, sino al sessantesimo minuto di gioco, si era definita sui binari giusti. Anche se tirare in porta, ogni tanto, ci avrebbe fatto bene. Pausa scenica.

Le dimissioni di Prandelli sono sacrosante, perché il fallimento è stato netto e inequivocabile, su tutta la linea. A partire dalle convocazioni, con sole due punte vere e proprie convocate, sempre se consideriamo Balotelli un nove; Cassano è apparso lontano dalla migliore forma, mentre Paletta si è dimostrato inadeguato a certi livelli, tanto da far rimpiangere persino un giocatore come Ranocchia, non esattamente reduce dalla sua miglior stagione. E’ mancato un uomo d’area, quel giocatore che con una spizzata, una scivolata in area di rigore o una deviazione fossero in grado di convertire in rete i tanti lanci lunghi di Pirlo, anche lui apparso lontano dalla miglior forma. E poi i tanti, continui cambi di modulo che hanno forse creato confusione nella testa dei giocatori, visto che prima il 4-3-1-2 sembrava intoccabile, salvo poi modificarlo per inserire un centrocampista in più, ponendo troppa fiducia in Balotelli.
Già, Balotelli: meriterebbe un capitolo a parte, ma come detto nella premessa dare troppo addosso a una sola ruota di tutto il meccanismo, probabilmente, non ci permetterebbe di fare un’analisi bilanciata della situazione. Perciò a Mario mi sento, personalmente, di imputare un atteggiamento svogliato, una mancanza di coraggio nel prendere alcune decisioni e pensare che la leadership si dimostri tirando fuori il coniglio dal cilindro da 40 metri. Sbagliatissimo, leadership è chiedere il meglio dai propri compagni pur essendo consapevole di essere il più scarso della squadra, leadership è farsi rispettare dall’arbitro in ogni decisione presa, chiedendo spiegazioni e mettendoci la faccia davanti ai giornalisti. Dire “non voglio che sia il Mondiale di Balotelli ma quello dell’Italia” è senz’altro apprezzabile, ma se poi in campo si assiste a spettacoli indecenti come negli ultimi 180 minuti, allora tutto è vano.

I cambi, poi, nemmeno a parlarne; è stata la pecca più profonda nelle decisioni di Prandelli. Inserire Cassano per Immobile, dieci contro undici, sperando che il barese potesse tenere su la squadra in queste condizioni fisiche è da visionari, da commissario tecnico completamente in confusione che non ha la minima idea di quello che stia facendo. Un Cerci avrebbe avuto più senso, persino un Insigne, seppur il suo fisico non sia il più adatto per tenere palla; però almeno avremmo avuto la velocità per ripartire in contropiede. Abbiamo iniziato la partita con due punte, l’abbiamo finita con zero; sintomo che se non ti porti i cambi adatti sei costretto a inserire Parolo – con tutto il rispetto per l’ottimo centrocampista del Parma – nella partita decisiva del Mondiale, dandogli compiti di inserimento continui. Non è così che si plasma una squadra, specie se poi prendi gol su calcio d’angolo, da Godin, probabilmente il miglior difensore al mondo in questo fondamentale: tutti avrebbero dovuto segnare, tutti eccetto lui. Non puoi dargli la possibilità di prendere la rincorsa e saltare in cielo, seppur il colpo di testa, in realtà, sia stato di spalla. E quanto ha fatto male quel colpo di spalla.

Non è stato l’unico della serata, visto quello accaduto pochi secondi prima a Chiellini: nella mia personale cronaca scritta ho dato 4 in pagella a Suarez, attaccante del Liverpool, perché certi colpi sarebbe meglio evitarli, non è da persone sane di mente. Dispiace anche perché quest’episodio, insieme a quello di Marchisio, avrebbero cambiato eccome la partita, e magari a quest’ora saremmo qui a commentare un passaggio del turno risicato, conquistato col sudore e di una Nazionale ancora in corsa per portare a casa la Coppa del Mondo; nei gironi, d’altronde, non siamo mai stati una squadra invincibile, è dopo che abbiamo sempre mostrato i muscoli. Si chiude un ciclo che, col senno di poi, si sarebbe potuto chiudere a Euro 2012, quando i nostri avevano onorato la competizione sino in fondo, venendo travolti solo dalla Spagna dei record; c’erano Pirlo e Buffon, così come c’erano ieri. Sicuramente l’ultimo mondiale per entrambi, anche perché le parole del portiere della Juventus hanno letteralmente buttato benzina sul fuoco, rendendo evidente quanto quello partito per il Brasile non fosse un gruppo coeso, unito e con una sola un’unità d’intenti: ma solo un’accozzaglia di giocatori che condividevano la nazionalità e la casacca da gioco.

Ed è questo che fa più male, se proprio devo essere sincero; avete giocato per una nazione intera con divisioni interne di spogliatoio tipiche di una scuola elementare, con rivalità di club trascinate dietro dallo scorso campionato. Forse il morso di Suarez ha reso tutti più velenosi nel post-partita, di sicuro l’amaro in bocca di aver toccato il punto più basso nella storia della nazionale è tanto: ma se è vero che ci siamo sempre distinti per risollevarci dalle macerie più in fretta di altri, allora non resta che essere ottimisti per il futuro. O forse no.

Condividi
Nato a Genova nel maggio 1992; è un appassionato di calcio, basket NBA e pallavolo (sport che ha praticato per molti anni). Frequenta la facoltà di Scienze Politiche, indirizzo amministrativo e gestionale.