C’era una volta una squadra chiamata Udinese

C’era una volta una squadra: parliamo dell’Udinese di Velázquez, al quale la dirigenza bianconera ha affidato l’arduo compito di uscire dal limbo di mediocrità che ha caratterizzato i campionati friulani d.T. (dopo Totò, Di Natale ndr).
Uscito dalla seconda divisione spagnola, l’allenatore si è presentato a Udine tra la diffidenza e la curiosità generale, puntando da subito sull’unione di squadra, come mostrato dalla pretesa che tutti i giocatori imparassero l’italiano per poter comunicare tra loro.

Pronti, via: dopo un mercato condotto dalla società con una certa filosofia di fondo (altra differenza rispetto alle stagioni scorse), è stato cambiato il modulo, sono stati riadattati gli interpreti e fin da subito prestazioni e sensazioni si sono fatte positive.
Al di là dei risultati, altalenanti come si concede a una squadra che tanto ha cambiato, sono stati spirito e organizzazione (con una fase difensiva veramente ben studiata) a far convincere i tifosi che forse era la volta buona per ripartire verso un traguardo più ambizioso di una salvezza sofferta.
Unico neo, le difficoltà iniziali di Lasagna, il giocatore migliore del campionato scorso tra le fila dell’Udinese è partito quest’anno al rallentatore, a causa del cambio modulo di cui abbiamo scritto poco sopra. Cambio del quale ha invece beneficiato notevolmente De Paul: l’argentino, dato per partente durante il calciomercato, è stato responsabilizzato e valorizzato da Velázquez, capace di plasmare un giocatore grintoso e a tratti letale (4 gol nelle prime 5 giornate).

All’improvviso, il buio. Le prime avvisaglie contro Lazio e Bologna, in una sconfitta (con i felsinei) forse inaspettata visto quello che era stato l’andamento fino a lì per le due squadre. Poi contro la Juventus il blackout: migliore in campo Scuffet, il che è tutto dire.
Stasera contro il Napoli un’ulteriore conferma: c’era una volta una squadra, ora sono rimasti in due. La decantata difesa delle prime giornate è diventata una linea caotica e disorganizzata. Il centrocampo è inesistente e trova la sua espressione in un Fofana lontano parente del promettente giocatore visto due anni fa, che corre qua e là per il campo alla ricerca del pallone, sbagliando passaggi e sprecando ripartenze. Rimangono in due, gli unici che si salvano in questa confusione a tinte bianconere: De Paul e Lasagna corrono, pressano, dettano i movimenti e chiamano palla anche sullo 0-3, con una voglia e una determinazione da grandi giocatori.
Grandi giocatori che dovrebbero essere presi come esempio dai compagni, giocatori dai quali Velázquez deve ripartire, pretendendo che i suoi uomini oltre all’italiano imparino anche a entrare in campo per giocarsela, qualunque sia l’avversario, qualunque sia il risultato, per lasciarsi definitivamente alle spalle un limbo che sembra senza fine.

Condividi
Nato a Gorizia nel 1986, segue il calcio con passione dalla finale di Champions League 1996, approfondendolo da lì in ogni suo aspetto. Studia per laurearsi in Relazioni Pubbliche presso l'Università di Udine.