Il cielo chiama, Necco risponde. Ciao Luigi

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La nostalgia è, per definizione, un sentimento malinconico, nel ricordo di tempi e persone lontani o che non ci sono più. E allora, se è così, un po’ di nostalgia ci assale, pensando al mondo dello sport (e del calcio in particolare) di qualche decade fa. Non è una questione di rimpiangere qualcosa che non c’è e quindi persa ci si rende conto di quanto valesse, è proprio una constatazione immediata, di cui ci si rende conto anche durante il passaggio, tra ciò che era a ciò che è diventato.

Luigi Necco, scomparso oggi all’età di 83 anni, è stato senz’altro parte integrante di un giornalismo (quello vero, con la g maiuscola) che ha raccontato il calcio ai tempi delle orecchie attaccate alle radioline la domenica pomeriggio, negli anni della ricerca ossessiva di un biglietto per vedere la partita dal vivo, nel periodo in cui, nelle case degli italiani, c’era un solo momento sacro ed era alla domenica alle 18: “Tutti zitti e fermi, c’è 90° minuto“. Una sacralità che coinvolgeva anche i meno interessati, l’unico vero momento per vedere il calcio di Serie A in tv, seppure per pochi attimi e attraverso quelli che oggi difiniamo “highlights”, sì i momenti salienti.

Luigi Necco era l’inviato dalla Campania, e negli anni ’80 (periodo dei massimi ascolti per il programma) in Serie A c’erano Napoli e Avellino. Indimenticabili e ancora scolpite nell’immaginario di tutti le chiose ai collegamenti dal San Paolo, soprattutto quando i partenopei si giocavano lo scudetto con il Milan di Sacchi. “San Gennaro perdona, Maradona no“, “Milano chiama, Napoli risponde” (salutando con tre dita, pari al numero di gol messi a segno dagli azzurri) oppure “Per una volta, è vero, la Traviata, a Milano dalla Scala, ha chiamato ed il Napoli ha risposto” furono alcune delle celebri chiusure dei collegamenti da Napoli, per poi restituire la linea al compianto Paolo Valenti, attorniato da tifosi accalcati a testimonianza del classico folclore, su cui poi si è fatta tanta stupida e svilente demagogia.

Ma Luigi Necco non era un saltimbanco, era un giornalista vero. Uno che non aveva bisogno di assumere atteggiamenti presuntuosi o altezzosi per manifestare la sua cultura e professionalità. Amava, anzi, giocare e ironizzare, perché in fin dei conti raccontava di un gioco, di rivalità e duelli. E per questo è stato anche maestro e precursore di un giornalismo sportivo pungente e ironico nei titoli e nei giochi di parole. Necco amava raccontare ciò che accadeva, senza peli sulla lingua o paura di dire qualcosa di scomodo. Un giornalista, perlopiù sportivo, che fu gambizzato nell”81 perché testimoniò il saluto in aula di tribunale (con tanto di baci e premio) dell’allora presidente dell’Avellino Sibilia al capo della Nuova Camorra Organizzata, Raffaele Cutolo.

La nostalgia che ci assale, in questi momenti, riguarda soprattutto l’affetto e il ricordo che hanno di Luigi Necco non solo i tifosi del Napoli (squadra di cui il giornalista ha raccontato le gesta) ma soprattutto i tifosi rivali, a testimonianza della stima che un professionista, a prescindere dalle sue simpatie, riesce ad attirare su di sé. Ma è anche una nostalgia legata a periodi che non ci sono più. Probabilmente nell’era dei social e dell’odio, che su di essi trasuda, un Luigi Necco sarebbe oggi bersagliato e idolatrato, amato e criticato, difeso e attaccato; avremmo fake news tendenziose e altre pompose. Insomma, ci sarebbe solo confusione, con schiere di persone disposte su due lati.

Necco ci saluta oggi, il giornalismo sportivo è diverso e meno professionale, lo si fa al telefono e da casa e vengono preferite le urla e gli improperi allo stringere la mano a chi la pensa in maniera diversa. E forse anche per questo Necco se n’è andato in silenzio, all’ospedale Cardarelli di Napoli. Un po’ di romantica prosa suggerirebbe la fotografia di Luigi Necco, su quel letto di ospedale, a salutare questo mondo con le tre dita alzate, in nome del tanto agognato terzo scudetto del suo Napoli.

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Telecronista e opinionista radio/TV, già a SportItalia e addetto stampa di diverse società. Non si vive di solo calcio: ciò che fa cultura è la fame di sapere, a saziarla il dinamismo del corpo e del verbo.