Coppa Italia, o la abolisci o la riformi

Oggi pomeriggio, mentre battevano sonoramente l’Atalanta, i calciatori della Juventus erano consapevoli di essere già ai quarti di una competizione vecchia quasi un secolo. Davanti a pochissimi coraggiosi nonché infreddoliti milanesi, il Milan poche sere fa liquidava la Reggina, nella riedizione di uno scontro varie volte visto nella massima serie.

Strana materia, il calcio, luogo del relativismo tout-court, per cui oscillazioni di priorità e obiettivi regnano sovrane. Le immagini di cui sopra, appartenenti o legate in generale alla nostra coppa nazionale, obbligano a un’attenta riflessione, che se trovasse proseliti potrebbe partorire una proposta: aboliamo la Coppa Italia. O, se le vogliamo ancora del bene, riformiamola.

Il discorso, verrebbe da dire, è trito e ritrito. Lo sentiamo, spesso, anche riguardo all’Europa League: questioni di turnover, impegno, attitudine e priorità. In realtà, il fatto che il Cagliari abbia schierato degli XI imbottiti di riserve non cambia di una virgola la questione, né le eventuali proposte che dal basso modificherebbero l’impianto del trofeo vinto per la prima dal Vado nel 1922, nella sede di Vado Ligure (1-0 sull’Udinese ai supplementari): cambiare dall’oggi al domani le mentalità è utopico oltre che arrogante, meglio parlare di formule e riforme.

Com’è possibile, dunque, che squadre fatte con budget milionari considerino di troppo una coppa fatta al limite di una mezza dozzina di gare? Non è peccare di esterofilia (accusa che casca su chiunque in Italia cerchi di proporre cose concrete, se ispirate agli altri) ricordare che all’estero (Francia, Inghilterra e via discorrendo) le coppe nazionali sono due, una federale e una della lega che organizza i campionati. E nessuno dice niente, almeno così pare.

L’impressione, a pensar male (ma come diceva qualcuno…), è che i top club della Serie A vogliano la botte piena e la moglie ubriaca, nel senso di una Coppa Italia leggera, veloce, facilitata, con però la finale in pompa magna, la coccarda tricolore e la Supercoppa che va tanto di moda, almeno dalla mole delle polemiche dopo l’ultimo Juventus-Napoli di Pechino.

Sì, l’ultima riforma della TIM Cup (gli sponsor servono, in barba a retorici no al calcio moderno) tutela soprattutto le squadre contro cui storciamo il naso quanto a considerazione degli obiettivi e delle formazioni schierate: alla Juventus o al Milan di turno fa comodo, in soldoni, poter potenzialmente andare all’Olimpico giocando sì e no quattro gare, di cui due in casa, per regolamento (?): bene aiutare le grandi squadre, che fanno le coppe e hanno tanti impegni – come ricordava Luigi Cagni nell’intervista esclusiva per MondoPallone – ma già tabellone e criteri di selezione delle fasi ad eliminazione diretta premiano chi di coppe ne fa altre.

Un non sense, insomma, la Serie A a 20 squadre (con tante, troppe giornate da disputare) e la Coppa Italia un tempo così fiera (e in tutte le fasi) fatta di pomeriggi di giornate lavorative passati da Rosina e Reginaldo a battere il Toro nel deserto del Franchi, come d’altro canto sarebbe auspicabile che, sorteggiando le sedi di gioco invece che premiare la testa di serie di un incasso che mai in realtà sarà ricco, il Granillo di Reggio Calabria possa dopo anni respirare, forse, l’aria del grande calcio. No, perché (correva l’anno 2010) il Novara, dopo l’exploit delle eliminazioni di Parma e Siena, dovette giocare in un San Siro annoiato e poco divertito, per regolamento.

Per regolamento futuro, si spera, incolliamo allora testuali parole da Wikipedia la formula della Coppa Italia nel suo periodo, in qualche modo, più florido, almeno come raziocinio nel regolamento. A perenne monito per un calcio che è vero, soffre la crisi, ma ci mette anche tanto di suo per togliersi fascino e disonorare la storia.

Solo nel 1935, in seguito alla riduzione della Serie A a 16 squadre e alla conseguente maggior disponibilità di date in calendario, la Coppa Italia riprese in maniera continuativa e regolare. Il regolamento venne modellato su quello della Coppa d’Inghilterra: tutte le gare si disputavano in gara secca su campo designato per sorteggio; in caso di parità dopo gli eventuali supplementari, veniva programmata una gara di ripetizione a campi invertiti. Avevano accesso alla competizione tutte le società di Serie A, Serie B e Serie C, fra le quali i sodalizi di massima divisione avevano accesso direttamente al tabellone principale, mentre gli altri venivano scremati preliminarmente in una serie di turni eliminatori. Il tabellone principale prevedeva cinque turni di gara a partire dai sedicesimi, e la finale aveva luogo in campo neutro, mutevole di anno in anno.

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Sardo classe 1987, ama il rugby, il calcio e i supplementari punto a punto. Già redattore di Isolabasket.it e della rivista cagliaritana Vulcano, si è laureato in Lettere con una tesi su Woody Allen. Email: mportoghese@mondosportivo.it