Il coefficiente UEFA, questo sconosciuto

Dopo una serata di Europa League, viene spontaneo chiedersi a che punto sia la notte. Detta in questo modo, avete già capito come la penso. E se non si sapesse, basta ricordare cosa ho scritto qui e qui, per esempio.

Il bilancio, finora, è abbastanza confortante: l’Udinese ha pareggiato in casa contro l’Anzhi (che, vorrei ricordarlo, non è solo Eto’o: Zhirkov e Diarra non sono da buttare via, e neanche Traoré, e neanche un allenatore come Hiddink); il Napoli, dopo essere salito agli onori delle cronache per demeriti extrasportivi, ha sepolto l’AIK Solna sotto 4 reti; l’Inter ha raggiunto il Rubin Kazan (che però non è proprio una squadra di pizzettari) solo all’ultimo tuffo, né la Lazio è riuscita a fare il colpaccio in casa del Tottenham. Non certo una giornata da incorniciare, ma neanche da buttare via.

Però continuo a essere scettico: finché non ricominceremo a fare dell’Europa League un nostro terreno di caccia, difficilmente torneremo in alto a livello europeo. Più che legittimo fare turnover per risparmiare energie per il campionato (a maggior ragione quando le avversarie non sono da Champions) e per dare spazio a tutta la rosa; ma il fatto è che spesso e volentieri, negli ultimi anni, l’Europa che conta-di-meno è stata vista solo come un peso. Ragionamento concepibile, ma che, giocoforza, porta a restringersi gli orizzonti anche per l’Europa che conta-davvero.

Senza girarci troppo intorno: ho come l’impressione che la perdita del quarto posto in Champions sia già stata metabolizzata con troppa noncuranza. Quasi non pensiamo al fatto che tutto il movimento dovrebbe rimboccarsi le maniche per riconquistarlo nel più breve tempo possibile; e nessuno ha mai davvero pensato che la squadra quarta classificata, a dispetto di non avere più un posto nei preliminari di Champions League, dovrebbe affrontare l’Europa League per arrivare fino in fondo, magari cercando così l’accesso alla massima competizione europea. Difficile? Tutto è difficile, finché non lo fai. Ma diventa impossibile se snobbi non solo i primi turni, ma tutta la competizione.

E attenzione: ho scritto che tutto il movimento dovrebbe rimboccarsi le maniche, e non è una frase fatta: perché anche i tifosi dovrebbero evitare ogni ragionamento provinciale, per impegnarsi a sostenere qualsiasi campagna europea, qualsiasi occasione per uscire dai confini nazionali. Perché, se si è tifosi, lo si è a prescindere dalla competizione disputata; e perché alla lunga potrebbe (opportunisticamente) giovare.

Possiamo discutere fino allo sfinimento sulla formula (per me, sinceramente, tutte le coppe dovrebbero avere ogni turno a eliminazione diretta, e festa finita); ma quello che non funziona è sottovalutare l’importanza della competizione. Qualcuno dice che all’Udinese fa comodo centrare la Champions per motivi economici, e non ha interesse in una competizione più dispendiosa e meno redditizia: vero e comprensibile, ma è anche vero che, se l’andazzo degli ultimi anni verrà confermato, rimarremo con due sole squadre in Champions quando il Portogallo o chi per lui ci supererà nel coefficiente UEFA; e allora voglio vedere chi riuscirà a salire fin lassù.

Ribadisco, e lo ripeterò fino allo sfinimento: bisogna essere capaci di guardare oltre l’immediato. So benissimo che i consuntivi si fanno di anno in anno, e che quindi è in questo orizzonte temporale che bisogna portare risultati; ma è anche vero che ci sono esempi di programmazione a medio-lungo termine che portano risultati importanti (uno su tutti, anche qui lo ripeterò fino allo sfinimento: il progetto-giovani in Bundesliga, che ha portato le squadre tedesche alla solidità economica, e la nazionale tedesca a livelli ottimi). È inutile puntare all’ultimo posto utile per la Champions, se poi non si è degni di sfruttare in ogni caso il risultato ottenuto. Se arrivare quarti è uguale a essere arrivati quartultimi.

Se l’orizzonte breve rappresenta forse la maggiore miopia della società contemporanea (contratti brevi, precarietà, impossibilità di programmare l’avvenire per le famiglie, …), non vedo perché mai il calcio debba adeguarsi. Forse perché, come diceva Churchill, «Italians lose wars as if they were football matches and play football matches as if they were wars». Con l’unica differenza che le grandi squadre, in Inghilterra, sono molte più dei posti in Champions per la Premier League.

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Cofondatore e vicedirettore, editorialista, nozionista, italianista, esperantista, europeista, relativista, intimista, illuminista, neolaburista, antirazzista, salutista — e, se volete, allungate voi la lista. Email: plborgia@mondosportivo.it