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Ci sono vittorie, nello sport, che valgono ben più di due punti in classifica. Specie quando ti sembra di essere rimasto da solo, quando tutti sembrano scesi dal carro che avevano costruito loro stessi quando ancora tutto doveva iniziare. A volte rialzarsi non è soltanto questione di vincere o perdere una partita, a volte rialzarsi significa guardare tutto il mondo con gli occhi di chi, su quel campo, ha intenzione di sputare sangue e sudore, le due chiavi della vittoria dell’Italbasket sulla Spagna. O meglio non soltanto sudore e sangue, perché per compiere quello che Gallinari e compagni hanno fatto qualche ora fa serve un talento fuori dal comune: quello che ti permette di giocare in NBA ma non solo, perché ieri sera chiunque ha dato il proprio contributo: anche chi, a questo livello e contro mostri sacri come Pau Gasol, non dovrebbe esserci nemmeno con il pensiero. Invece gettare il cuore oltre l’ostacolo, questa volta, è servito per davvero. E’ servito per zittire tutti quelli che davano per svogliata e senza attributi una squadra che, invece, qualche giorno prima era “la più talentuosa nella storia del basket italiano“, è servita per dimostrare a tutti quelli che sono andati a Berlino col sogno di veder piangere sportivamente Rudy Fernandez che sì, nello sport, i sogni si possono realizzare.

In ogni singolo urlo dopo un canestro, una stoppata, un assist o uno sfondamento subito c’era mezza Italia a spingere gli azzurri, anche chi normalmente questo sport non ha l’abitudine di vederlo con frequenza. Ma non è solo questione di numeri, canestri o statistiche da mostrare a fine partite, nella vittoria dell’Italia di Simone Pianigiani c’è molto di più: c’è una partita preparata magistralmente da uno staff tecnico competente, che ha scommesso sulle debolezze della Roja provando a limitare parzialmente quelli che, invece, sono i punti forti risaputi. Uno su tutti Pau Gasol, un ballerino di danza classica alto 215cm che ha spiegato basket per quaranta minuti, impossibile da tenere difensivamente sia per Bargnani che per Cusin. In questa partita c’è tutta la voglia di Alessandro Gentile, stella nell’Olimpia Milano e più che mai calatosi nella mentalità da gregario in questa nazionale, volando su ogni rimbalzo come se fosse la specialità della casa: c’è lo spirito di sacrificio di Cinciarini, bravo a fare a sportellate con chiunque gli si parasse davanti, così come c’è la grinta di Pietro Aradori, l’uomo in più nell’ultimo minuto che non ha avuto paura di andare a muso duro contro mezza formazione spagnola. E infine quante critiche ho sentito in questi giorni – ma oserei dire anni – per il Mago? Tante, direi anche troppe per un giocatore che, se sfruttato al meglio, è praticamente unico in Europa. Sono pochissimi quegli attaccanti in grado di segnare in post, in avvicinamento frontale, col jumper dalla media e anche da tre punti: sta nell’allenatore esaltare le sue qualità offensive, costruendogli intorno un sistema difensivo che vada a mascherare le sue palesi difficoltà nella difesa in aiuto e, parzialmente, anche a rimbalzo.

E’ chiaro che per disputare un secondo tempo del genere non basta solo la voglia o il talento, ma serve anche una discreta dose di fortuna. E tutto ciò che non era andato bene nelle prime due partite, invece, è andato a meraviglia ieri per Marco Belinelli, autore di tre o quattro tiri che non ti spezzano soltanto le gambe, ma anche tutto il resto del corpo. Una fortuna, tra l’altro, sapere che l’altro lato della medaglia si chiama Danilo Gallinari. Spesso si lodano giocatori in grado di fare tante cose, nessuna però in maniera eccelsa: ecco non è questo il caso, perché il figlio di Vittorio è vero che sa fare tutto, anche quelle specialità che non finiscono direttamente nel tabellino, ma le fa anche alla grande e soprattutto a un livello che è per pochissimi. Non potrà andare così sempre, anche perché non c’è nemmeno il tempo di esultare che all’orizzonte, già, si può vedere la sagoma di Dirk Nowitzki, non esattamente un tipo di cui fidarsi. Italia-Germania non è mai una partita banale, anche in sport che non siano il calcio: vincere significherebbe passare il turno quasi aritmeticamente, magari allontanando anche lo spauracchio chiamato Francia, qualora la Serbia facesse il proprio dovere con la Turchia.
Non eravamo una squadra poco attrezzata dopo la risicata vittoria sull’Islanda, non siamo favoriti per la vittoria finale oggi che abbiamo messo spalle al muro la banda Scariolo; serve equilibrio, in campo e fuori, per dare tranquillità a una formazione che, forse, non ha retto l’impatto con le aspettative nei primi giorni di competizione. Tornare a commettere quell’errore, perseverando, sarebbe la seconda morte sportiva di una squadra che ha dimostrato di avere gli attributi per rialzarsi e competere con chiunque a Eurobasket 2015.